Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Ieri il Consiglio dei ministri ha deciso di commissariare Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna sul dimensionamento scolastico. Quattro Regioni governate dal centrosinistra. Tu guarda a volte il caso. Il pretesto è ovviamente amministrativo ma la vendetta è tutta politica. Il governo prende atto di un dissenso motivato, documentato, rivendicato pubblicamente, e sceglie di cancellarlo per decreto. Così anche la scuola diventa il terreno su cui esercitare l’autorità centrale, usando il Pnrr come giustificazione universale.
Il racconto ufficiale parla di scadenze mancate e di impegni europei da rispettare. Sullo sfondo restano i numeri contestati, gli studenti contati male, le aree interne trattate come un mero fastidio statistico. Le Regioni chiedono un riconteggio, una revisione, almeno un confronto sul merito. Niente da fare. La risposta è il commissario. La linea è chiara: i dati li decide il ministero, i territori li subiscono.
Eccoci quindi con accorpamenti, autonomie cancellate, dirigenti sovraccarichi, scuole trasformate in appendici amministrative. La Cgil parla di miliardi sottratti all’istruzione pubblica. I presidenti regionali parlano di comunità colpite. E il governo? Il governo firma, per cancellare.
C’è una costante in questa vicenda: la riduzione della politica a procedura e della procedura a comando. Quando una Regione governa secondo criteri diversi allora diventa immediatamente un problema da correggere. Quando difende la scuola come presidio sociale, viene accusata di rallentare il Paese. Il Pnrr, nato per colmare divari, alla fine è il bastone in mano al padrone.
Il commissariamento ci dice come questo governo concepisce l’autonomia, il dissenso istituzionale, la leale collaborazione. Dice che la discussione è tollerata finché resta decorativa. Poi arriva l’atto “inevitabile”. E la scuola paga il conto.
Buon martedì.
in foto il ministro Valditara, foto gov
C’è una fotografia che inchioda il presente e ipoteca il futuro. È quella scattata dai dati Inps, letti e riorganizzati dalla Cgil: salari bassi oggi, pensioni inadeguate domani. Una traiettoria lineare, senza scarti né sorprese. Per i giovani, il lavoro povero smette di essere una fase e diventa una condizione permanente. Fine pena mai.
Un operaio under 35 guadagna in media meno di 14.000 euro lordi l’anno. Un impiegato giovane non arriva a 22.000 euro. A parità di mansioni, lo scarto con i colleghi over 35 supera il 40 per cento. Non è un ritardo fisiologico, è una svalutazione strutturale del lavoro giovanile che si riflette direttamente sui contributi previdenziali e quindi sulle pensioni future. Con carriere frammentate e retribuzioni così basse, il montante contributivo nasce già insufficiente. La previdenza diventa una promessa irraggiungibile.
Il meccanismo è noto e implacabile. L’adeguamento automatico all’aspettativa di vita spinge l’asticella dei requisiti contributivi sempre più in alto: entro il 2035 si rischia di dover raggiungere 46 anni e 3 mesi di contributi. Incrociato con i salari reali degli under 35, questo dato trasforma la pensione in un miraggio statistico. Chi entra tardi nel mercato del lavoro, chi alterna contratti brevi e periodi di inattività involontaria, accumula buchi che nessuna retorica sull’impegno individuale può colmare.
La legge di Bilancio 2026, davanti a questo scenario, resta ferma. Non interviene sui salari, non rafforza la contribuzione, non corregge la precarietà. Anzi, la cristallizza. Gli sgravi contributivi alle imprese per le assunzioni giovanili riducono il costo del lavoro senza incidere sulle buste paga. Il lavoro dei giovani viene trattato come “lavoro scontato”, non come un investimento. Il risultato è una generazione che versa meno contributi oggi e riceverà meno diritti domani.
Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, lo dice senza giri di parole: «Dire a un giovane che deve lavorare fino a 46 anni di contributi quando oggi guadagna meno di 14.000 o 22.000 euro l’anno significa costruire una precarietà permanente». È una frase che pesa perché poggia sui numeri, non sulle intenzioni.
Nella conferenza stampa di fine anno, Giorgia Meloni ha rivendicato un’Italia che cresce, un’occupazione “record”, un’attenzione particolare ai giovani grazie agli incentivi e alla stabilità dei conti pubblici. È una narrazione coerente con se stessa, ma incoerente con i dati. L’occupazione cresce anche quando il lavoro è povero. I contratti aumentano anche se le retribuzioni restano basse. La stabilità dei conti viene perseguita scaricando il costo sulle generazioni più giovani.
I numeri Inps mostrano che un giovane su tre è già oggi in condizione di povertà lavorativa. Mostrano che la distanza salariale tra giovani e adulti non si riduce. Mostrano che la legge di Bilancio non corregge queste distorsioni, ma le accompagna, sostituendo diritti strutturali con bonus selettivi e temporanei. Quando dal palco si parla di futuro garantito, dai dati emerge un futuro ipotecato.
C’è poi la questione abitativa, che rende il quadro ancora più rigido. Con salari sotto i 14.000 o i 22.000 euro, l’affitto diventa una trappola. La Manovra riduce drasticamente il Fondo per la morosità incolpevole, lasciando i giovani esposti a sfratti e indebitamento. Anche qui, la distanza tra racconto e realtà è netta.
«Un’altra strada è possibile», insiste Ghiglione. Salari dignitosi, lavoro stabile, politiche industriali e sociali che guardino alla qualità dell’occupazione. È un’alternativa che chiama in causa scelte precise. Perché il lavoro povero giovanile non è un effetto collaterale: è il prodotto di decisioni politiche che hanno scelto di non intervenire. E i dati, più delle conferenze stampa, continuano a dirlo con ostinata chiarezza.
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A Davos si prepara un tavolo. Nome solenne: Consiglio per la Pace. Presidenza annunciata, delegazioni, un direttore già indicato, una prima riunione con badge e foto ufficiali. Si parla di amministrazione transitoria, di comitati tecnocratici, di stabilizzazione. Parole che pesano poco quando scendono a terra.
Nelle stesse ore, a Gaza, il terreno restituisce un’altra grammatica. Colpi all’alba, feriti tra Jabaliya e Beit Lahia, case che cedono sotto le demolizioni. Le agenzie annotano “quattro morti” come se fosse una cifra neutra, una variabile di contesto mentre altrove si discute di governance. La distanza tra i due piani resta intatta.
Da Bruxelles arrivano formule altrettanto pulite: addestrare la polizia palestinese, riattivare Rafah, garantire l’ordine pubblico. Sicurezza come procedura, disarmo come capitolo. È il lessico della stabilità. Poi le immagini: un minareto colpito da un drone a Bureij, un boato che interrompe la preghiera, la polvere che sale dove prima c’era un punto di riferimento. Anche questo entra nei verbali, ma come nota a margine.
La Cisgiordania continua a fare da anticamera. A Hebron un bambino viene fermato dai militari, a Masafer Yatta un anziano prova a difendere la propria terra dall’avanzata dei coloni. Scene quotidiane, non eccezioni. Arresti annunciati come operazioni di sicurezza, aggressioni archiviate come incidenti locali. È qui che la promessa di pace perde consistenza.
In Israele si aprono rifugi per timore di un’escalation regionale, mentre la politica lavora su se stessa, riscrivendo le regole che la riguardano. Paura sotto terra, protezioni in superficie. Due movimenti che procedono insieme.
Il Consiglio per la Pace nascerà con un comunicato. Gaza, intanto, continua a produrre fatti. E la cronaca, ancora una volta, si incarica di misurare la distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che accade.
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Roma, 12 gennaio 2026. Alle 5.27 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni annuncia la liberazione di Alberto Trentini. Il messaggio parla di “gioia e soddisfazione”, ringrazia “le autorità di Caracas” per la collaborazione e comunica che Trentini e l’altro cittadino italiano Mario Burlò si trovano presso l’ambasciata d’Italia in Venezuela. Un aereo, aggiunge, è già partito da Roma per riportarli in Italia.
L’annuncio arriva dieci giorni dopo un evento che modifica radicalmente il contesto venezuelano: il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti conducono un’operazione di forza a Caracas che porta alla cattura del presidente Nicolás Maduro (con la moglie) e al suo trasferimento negli Stati Uniti. L’azione viene rivendicata dall’amministrazione americana come operazione di sicurezza nazionale. Da quel momento, il quadro politico e diplomatico del Venezuela entra in una fase di totale instabilità.
Alberto Trentini viene fermato il 15 novembre 2024 nello Stato di Apure, mentre viaggia verso Guasdualito per una missione con l’organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion. Da quel giorno viene detenuto nel carcere di El Rodeo I, struttura di massima sicurezza nei pressi di Caracas.
Per oltre quattordici mesi resta in stato di detenzione. Nel corso di questo periodo non viene mai resa pubblica un’imputazione formale a suo carico. Non risulta l’avvio di un procedimento giudiziario. La detenzione prosegue senza processo.
Le condizioni carcerarie sono terribili: isolamento prolungato, accesso limitato alla luce naturale e all’attività fisica, contatti telefonici sporadici. Viene segnalata una perdita di peso stimata in circa 15 chilogrammi. Le stesse fonti riportano una condizione di ipertensione cronica, trattata con farmaci forniti tramite l’ambasciata italiana.
Durante la detenzione, la famiglia di Trentini interviene più volte pubblicamente. In dichiarazioni rilanciate dalle agenzie, i familiari denunciano l’assenza di informazioni ufficiali, la mancanza di un’accusa formale e il protrarsi della reclusione senza atti giudiziari. In più occasioni chiedono al governo italiano un intervento politico più visibile, spiegando che il silenzio istituzionale contribuisce all’isolamento del detenuto.
Sul fronte del governo, nel corso del 2025 non vengono diffuse informative parlamentari dedicate né prese di posizione pubbliche della Presidenza del Consiglio che ricostruiscano il caso. La gestione resta affidata ai canali diplomatici, senza nessuna rendicontazione pubblica.
Il contesto cambia all’inizio di gennaio 2026. Il 3 gennaio, l’operazione statunitense contro Maduro provoca un collasso immediato degli equilibri politici venezuelani. Nei giorni successivi, secondo quanto riportato dalle agenzie, diversi detenuti stranieri vengono trasferiti o rilasciati.
Ora arriva l’annuncio della liberazione di Trentini. Nelle ultime ore esponenti della maggioranza collegano esplicitamente l’esito al nuovo scenario internazionale. La ministra Daniela Santanchè, in dichiarazioni pubbliche, afferma che la liberazione sarebbe avvenuta “anche grazie alla cattura di Maduro da parte di Trump”, riconoscendo un nesso diretto tra l’azione statunitense e lo sblocco del caso.
Ma la comunicazione ufficiale del governo italiano e di Fratelli d’Italia rivendica invece una trattativa “condotta con discrezione”. Nulla si sa dei passaggi diplomatici precedenti al 3 gennaio 2026. Non viene chiarito se vi siano stati cambiamenti nelle interlocuzioni dopo l’operazione americana.
Nel messaggio della presidente del Consiglio compare un ringraziamento alle autorità di Caracas, le stesse che hanno trattenuto Trentini. Il riferimento non è accompagnato da spiegazioni sulle ragioni della detenzione protratta né sul perché il rilascio avvenga solo dopo il collasso del vertice politico venezuelano.
La famiglia, tramite l’avvocata Alessandra Ballerini, ringrazia chi ha lavorato per la liberazione e chiede rispetto per un momento privato. Nel testo compare però una frase che apre una seconda fase della vicenda: “Ci sarà tempo per raccontare i fatti e accertare responsabilità”.
Il rientro di Alberto Trentini è una notizia. I mesi che lo hanno preceduto restano una sequenza di atti e silenzi. Quella è la prossima notizia.
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C’è un Paese che si racconta efficiente, moderno, pronto a ospitare il mondo sotto i riflettori delle Olimpiadi. Poi c’è Pietro Zantonini, 55 anni, morto di freddo durante un turno di vigilanza notturna in un cantiere olimpico a Cortina. Mentre la retorica correva più veloce delle ruspe, lui era chiuso in un gabbiotto grande quanto un bagno chimico, con una stufetta come unica difesa da –15 gradi, costretto a ronde esterne ogni due ore. Lavorava con un contratto a termine, lontano da casa, perché quel salario serviva a tenere in piedi una famiglia. Questo è il punto di partenza. Tutto il resto è contorno.
Si dirà che le cause vanno accertate, che c’è un’autopsia, che la magistratura farà il suo corso. Vero. Ma intanto un uomo è morto sul lavoro, in condizioni che chiunque definirebbe proibitive. Turni notturni di dodici ore, gelo costante, subappalti, vigilanza esternalizzata, responsabilità che si disperdono lungo la filiera fino a diventare un’ombra. Le Olimpiadi promettono eccellenza, ma si reggono su lavoratori invisibili, compressi tra scadenze e risparmi, dove la sicurezza diventa una voce da minimizzare.
Il fratello lo dice senza retorica: “Era lì per mantenere la famiglia”. È la frase che inchioda tutti. Perché racconta un sistema che normalizza l’eccezione, che trasforma il rischio in routine, che accetta il freddo estremo come dettaglio logistico. E quando arriva il comunicato di cordoglio, puntualissimo, scopri che il cantiere “non è di competenza”. Nessuno è mai competente quando il prezzo è una vita.
Milano-Cortina 2026 dovrebbe essere una vetrina. Oggi è uno specchio. Dentro si vede un Paese che applaude i grandi eventi e chiude gli occhi sulle condizioni di chi li rende possibili. Pietro Zantonini è morto lavorando. Tutto il resto è una giustificazione che non scalda.
Buon lunedì.
Foto WM
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