Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
A Gaza la guerra ha smesso di chiedere attenzione. È questo il salto compiuto nelle ultime ore. I colpi continuano, i morti arrivano a piccoli gruppi, abbastanza radi da non fare titolo, abbastanza regolari da costruire una normalità. A Khan Younis tre palestinesi uccisi in episodi separati, un quindicenne e un pescatore. Non “raid”, non “offensiva”: episodi. La tregua funziona così, non ferma la violenza, la spezzetta fino a renderla digeribile.
Il mare è il luogo perfetto per questo nuovo equilibrio. Non è città, non è confine, non è campo profughi. È una zona grigia dove tutto può accadere senza dover essere spiegato troppo. I video che circolano vanno trattati con cautela, perché la propaganda vive anche di immagini. Ma il contesto è solido: a Gaza la sopravvivenza viene spinta sempre un passo più in là, fino a sembrare una colpa.
Il vero scatto politico arriva però altrove, nei palazzi. Israele ha revocato le licenze a decine di organizzazioni umanitarie. Dal primo marzo, senza registrazione, niente aiuti. Non è un atto militare, è una procedura. E proprio per questo è più pericolosa. Quando l’assedio diventa amministrazione, smette di sembrare guerra e diventa gestione. Non chiede consenso, chiede solo silenzio.
Intanto la diplomazia internazionale lavora con metodo su altri tavoli. A Parigi si discute di Israele e Siria, di confini e stabilità regionale, con mediazione statunitense. Gaza resta fuori, non perché sia irrisolvibile, ma perché è già stata archiviata. Non come problema, come metodo.
È qui che la partita è già stata vinta. La forza ha imposto il suo linguaggio e l’Occidente lo ha accettato. I diritti diventano selettivi, le emergenze stagionali, le vittime numeri da diluire nel tempo. Gaza non è più una ferita aperta. È un precedente. E i precedenti, quando passano, non tornano indietro.
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Alle due del mattino del 3 gennaio 2026, mentre Bruxelles dormiva il sonno dei giusti (o forse solo degli inconsapevoli) a tremila chilometri di distanza il cielo di Caracas si illuminava per l’effetto combinato di 150 velivoli dell’aeronautica statunitense. L’obiettivo era prelevare un capo di stato, Nicolás Maduro, caricarlo su un volo diretto a New York e processarlo per narcotraffico come un criminale comune.
Di fronte a quello che storici e giuristi faticheranno a non definire un atto di guerra unilaterale contro uno stato sovrano, l’Europa si è svegliata e ha guardato l’orologio, incerta se fosse l’ora di indignarsi o quella di tacere. La cronaca delle ore successive al blitz è il referto medico di un continente politicamente afono.
La prima reazione ufficiale dell’Unione Europea è arrivata per bocca dell’Alto Rappresentante Kaja Kallas. In un comunicato limato fino all’inconsistenza, Bruxelles ha chiesto “moderazione” e ha ricordato che i principi della Carta delle Nazioni Unite “devono essere rispettati”. Nessuna condanna, nessun cenno alla violazione dei confini, nessuna menzione del fatto che un alleato NATO avesse appena deposto un governo straniero con la forza bruta.
La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, si è rifugiata in una formula di rito: “Siamo solidali con il popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica”. Una transizione che, nei fatti, è avvenuta sotto la minaccia dei fucili d’assalto americani e senza che l’Europa fosse nemmeno avvertita.
Mentre a Washington si decideva il destino del Sud America, a Berlino il Cancelliere tedesco Friedrich Merz offriva ai giornalisti una dichiarazione che fotografa la paralisi strategica tedesca: “La valutazione legale dell’intervento è complessa e richiede tempo”.
La Germania, motore economico del continente, di fronte al più grande stravolgimento dell’ordine internazionale degli ultimi anni, ha scelto di “prendersi del tempo”. Quel tempo che Donald Trump non ha concesso a nessuno.
Ancora più rivelatrice è la vicenda di María Corina Machado. L’Unione Europea aveva investito tutto su di lei, conferendole il Premio Sakharov e riconoscendola come l’unica interlocutrice legittima per la democrazia venezuelana. La strategia di Bruxelles era chiara: caduto Maduro, tocca a lei.
Ma Donald Trump ha stracciato questo copione con una singola frase pronunciata durante la sua conferenza stampa: “Non ha il supporto o il rispetto all’interno del paese”. Il Presidente degli Stati Uniti ha scelto invece di dialogare con Delcy Rodríguez, la vicepresidente del regime chavista, avvertendola che se non avesse fatto “la cosa giusta” avrebbe pagato un prezzo più alto di Maduro.
Così l’Europa, con i suoi premi e le sue risoluzioni, è stata semplicemente tagliata fuori dalla stanza dei bottoni. Ancora una volta.
In questo quadro di irrilevanza collettiva, l’Italia ha deciso di giocare una partita a sé stante, rompendo l’unità di facciata del blocco continentale. Giorgia Meloni è stata l’unica leader di un grande paese europeo a definire l’operazione “legittima”, inquadrandola come un “intervento difensivo” contro la minaccia del narcotraffico.
Una posizione che allinea Roma perfettamente alla “Dottrina Donroe” della Casa Bianca e la distanzia anni luce da Madrid, dove il governo di Pedro Sánchez ha parlato apertamente di “attacco imperialista” e violazione del diritto internazionale. L’asse franco-tedesco tace o balbetta, l’asse mediterraneo si spacca: l’Europa non esiste più come entità politica unitaria sullo scacchiere globale.
Ma se il Venezuela è lontano, la minaccia successiva è arrivata direttamente nel cortile di casa. Poche ore dopo il raid a Caracas, Katie Miller, moglie del vice capo staff di Trump, ha pubblicato sui social media una mappa della Groenlandia – territorio autonomo della Danimarca, stato membro dell’Ue e della Nato – coperta dalla bandiera americana con una sola parola sovrimpressa: “SOON” (PRESTO).
Non era una battuta. Trump ha rincarato la dose dichiarando che gli Usa “hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale” e che la Danimarca “non è in grado di gestirla”.
La reazione di Copenaghen è stata di puro panico diplomatico. La Premier Mette Frederiksen ha dovuto ribadire l’ovvio: “Non potete annettere altri paesi”. L’intelligence danese ha classificato gli Stati Uniti come un potenziale fattore di rischio per la sicurezza e ha istituito una “guardia notturna” per monitorare le mosse dell’alleato.
E Bruxelles? Bruxelles ha espresso solidarietà. Un concetto nobile, ma che non ferma le portaerei. L’articolo 5 della Nato protegge l’Europa dai nemici esterni, ma i trattati non prevedono clausole di salvaguardia quando a minacciare l’integrità territoriale di uno stato membro è il capo dell’Alleanza stessa.
La cronaca di questi primi giorni del 2026 ci restituisce un’immagine nitida e impietosa. L’imbarazzo Ue nasce dalla consapevolezza. La consapevolezza che nel nuovo mondo del “might makes right”, la forza fa il diritto, l’Europa è diventata un osservatore.
Kaja Kallas ha detto che l’Ue sta “monitorando la situazione”. È la frase che si usa quando non si ha più il potere di influenzarla.
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Neocolonialisti, nient’altro. Non c’è differenza tra Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin. Neocon che costruiscono la propria carriera sulla demolizione del diritto internazionale perché quest’ultimo avrebbe dovuto essere l’unico intralcio a una visione della forza come bussola della politica estera ed economica del proprio Paese.
Tutti e tre intendono il mondo come un piatto ricco da agguantare pezzo per pezzo. Il premier israeliano fagocita per cancellare, il russo usa l’invasione come merce di scambio e l’inquilino della Casa Bianca è un rabdomante di petrolio e di terre rare.
La vera differenza tra le tre metastasi di questo tempo incerto sta nell’accoglienza delle loro azioni criminali. Putin è considerato dall’Italia e **dall’**Europa un criminale da sconfiggere per disfarsene. In quel caso il diritto internazionale viene sventolato come stella cometa da seguire a ogni costo. Netanyahu è maledetto per l’evidenza della sua fame genocidiaria. La sensazione è che se fosse stato solo un po’ più furbo, solo un po’ più cauto, l’Ue e il governo italiano non avrebbero nemmeno dovuto fingere di imbarazzarsi per il genocidio.
Trump invece è addirittura adulato. Circolano in questi giorni sui giornali italiani svalvolate ipotesi di lotta al narcotraffico. A Giorgia Meloni nessuno ha mai raccontato che Trump è lo stesso che un mese fa ha graziato l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga: aveva portato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.
Altri sottolineano come conti il fine e non il mezzo e che l’avere tolto di torno l’autocrate Maduro sia l’unica cosa che conta. Il fine giustifica i mezzi, dicono, dimenticando che la politica invece sta tutta lì: perseguire gli obiettivi nel rispetto della legge.
«State difendendo Maduro!», titolano certi giornalacci. No, vi sbagliate: ci fate schifo, semplicemente.
Buon lunedì.
Foto di Pau Casals su Unsplash
Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non hanno cambiato nulla. La novità della patente a crediti? Inutile. Così nel 2025 le vittime sono rimaste, in media, tre al giorno. E non si può parlare più di un’emergenza improvvisa.
Tra gennaio e ottobre 2025 le denunce di infortunio sul lavoro sono arrivate a 497.341: 5.902 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un aumento dell’1,2 per cento. Le morti accertate sono cresciute da 890 a 896. Le denunce di malattia professionale hanno fatto un salto più netto: da 73.922 a 81.494, con un incremento del 10,2 per cento. La media è rimasta invariata: tre lavoratori morti al giorno. Il 2025 si è chiuso così, senza scarti, senza inversioni, senza alibi. Il manifesto della distanza tra i buoni propositi e i fatti.
L’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil) ha parlato di «anno delle stragi» e di occasione mancata. I numeri non raccontano un’emergenza improvvisa, ma una continuità. Quando crescono insieme infortuni, morti e malattie professionali, la retorica della fatalità perde consistenza. Qui il tema è l’organizzazione del lavoro, il modo in cui si produce, si appalta, si risparmia.

La misura simbolo del 2025 doveva essere la patente a crediti. Il bilancio reale è minimo: tre ritiri effettivi in un anno. Tre. Un deterrente che resta sulla carta, mentre la sua applicazione si trasforma in burocrazia. Le risorse utilizzate arrivano dall’Inail, quindi dai contributi dei lavoratori. La sicurezza viene finanziata da chi subisce il rischio, non da chi lo genera.
Nel frattempo la formazione sulla sicurezza viene spinta verso modalità a distanza, anche per attività ad alto rischio. Un paradosso operativo: corsi seguiti in video mentre si lavora. La tutela diventa un adempimento, perde fisicità, perde efficacia. Nello stesso pacchetto restano esclusioni che segnano un arretramento dei diritti, come quella delle coppie di fatto dalle tutele previste in caso di morte sul lavoro.

Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non intervengono sul nodo centrale. Il modello produttivo resta quello che ha già mostrato i suoi effetti: precarietà strutturale, subappalti a cascata, compressione dei costi, contratti collettivi aggirati. Lo stop ai subappalti multipli nei cantieri resta fuori dall’agenda. La procura nazionale del lavoro resta una proposta. Il reato di omicidio sul lavoro continua a non esistere. Le famiglie delle vittime restano senza patrocinio automatico. Tutto rimane com’era.
Il numero ufficiale delle 896 vittime racconta solo una parte della storia. L’aggettivo “accertate” segnala un confine. Oltre ci sono i morti che non entrano nelle statistiche: lavoratori irregolari, sfruttati, spesso vittime di caporalato, che muoiono nel silenzio o vengono cancellati. È una strage che procede senza nemmeno il riconoscimento pubblico, senza nome, senza conteggio. Qui il problema diventa anche linguaggio: ciò che non viene contato tende a non esistere.

La distribuzione delle vittime ha un profilo netto. Si muore nei cantieri, nei capannoni, nei magazzini, nei campi agricoli, sulle strade percorse per lavorare. Dentro questa mappa rientrano anche i lavoratori (come i rider) gestiti dalle piattaforme digitali, formalmente autonomi, sostanzialmente esposti agli stessi rischi. Chi muore appartiene sempre allo stesso perimetro sociale: chi non può permettersi di rifiutare una mansione pericolosa, chi non può dire no.
Nel 2025 pesa anche l’età. Un morto su tre ha più di 60 anni. Nel 2024 erano 315 su 1.090. Nel 2025 il rapporto resta simile: 323 vittime over 60 su 962 (sono le vittime totali, fino a dicembre), con una presenza significativa di lavoratori oltre i 70 anni. L’allungamento della vita lavorativa incontra mansioni pensate per corpi giovani. Il rischio cresce, l’organizzazione del lavoro resta ferma.

Si muore in agricoltura, edilizia, autotrasporto, industria, taglio della legna. Si muore anche nei servizi, nel commercio, nel giardinaggio, fino agli infortuni domestici legati ad attività lavorative. Il rischio aumenta con l’età, ma non viene compensato da tutele aggiuntive. Si continua a lavorare come prima, più a lungo.
Il bilancio del 2025 è tutto qui. Più infortuni, più malattie, più morti. In mezzo, decreti che non toccano il cuore del problema e un sistema produttivo che resta identico. A morire sono sempre gli stessi. Gli amministratori delegati restano fuori dalla conta. I nomi dei luoghi si accumulano: Calenzano, Brandizzo, Firenze, Suviana, Casteldaccia, Bologna. Cambiano le città, resta la stessa responsabilità rimossa.
L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/infortuni-malattie-professionali-morti-lavoro-2025/
Stanotte a Gaza si muore di freddo. Una madre e suo figlio sono morti a Gaza City nell’incendio di una tenda, acceso da una candela usata per scaldarsi durante un blackout. A Nuseirat una neonata è morta per ipotermia. La tregua promette quiete, produce combustione domestica. È la morte minuta che accompagna ogni cessate il fuoco raccontato come normalità ritrovata.
Nello stesso tempo Israele ha notificato la revoca delle licenze a 37 organizzazioni non governative operative nella Striscia. Dal primo gennaio le autorizzazioni decadono, dal primo marzo le attività dovranno cessare. Medici Senza Frontiere parla di criteri opachi e assenza di garanzie. Oxfam valuta ricorsi. Caritas richiama gli accordi internazionali che tutelano la presenza umanitaria. L’ONU avverte che l’impatto sarà immediato su acqua, elettricità, assistenza sanitaria di base. La macchina dell’aiuto viene ridotta per atto amministrativo, mentre le tende bruciano.
Dieci Paesi occidentali hanno firmato un appello congiunto per chiedere a Israele di garantire l’operatività delle ONG a Gaza. L’Italia non ha aderito. L’assenza pesa perché arriva mentre il governo rivendica centralità diplomatica e rispetto del diritto internazionale. Qui il diritto resta evocato, mai praticato. Poi c’è il cielo. Mentre a terra si chiudono le ONG e si muore per il freddo, l’aereo di Benjamin Netanyahu ha attraversato lo spazio aereo italiano senza ostacoli, con l’assenso del nostro governo. Non è un dettaglio logistico. È una scelta politica. La stessa Italia che resta fuori dall’appello umanitario apre i propri cieli al primo ministro accusato di crimini internazionali. Netanyahu non passa: viene lasciato passare.
Intanto la cronaca continua. A Jabalia al Nazla un minore è stato ucciso dalle forze israeliane. Dall’11 ottobre, secondo fonti palestinesi, i morti “durante la tregua” sono 417, i feriti 1.153. È un bilancio che racconta attrito, non pace. La tregua assume così una forma precisa: meno bombe, più burocrazia; meno rumore, più freddo. Le candele restano accese. Le ONG vengono spente. I cieli restano aperti.
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