Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Ieri a Gaza è successo poco. È successo come ieri. Come l’altro ieri. Come domani. Le tende hanno continuato a riempirsi d’acqua, le coperte a perdere peso sotto la pioggia, i bambini a dormire con il freddo che entra dal basso. Le strade restano fango, le ambulanze rallentano, i corpi si spostano a mano. Nessun evento, nessuna svolta, nessuna notizia capace di interrompere il flusso. Gaza procede.
Nel frattempo, fuori, il mondo funziona. I voli decollano, le mappe scorrono sugli schermi, i negoziati avanzano per fasi, con parole pulite: sicurezza, governance, stabilizzazione. Si discute di linee, di confini, di responsabilità future. Sul terreno, quelle stesse linee si muovono di pochi metri alla volta, abbastanza per cambiare una strada, una casa, una via di fuga. Succede senza rumore.
Anche la verità ha trovato il suo posto. I giornalisti continuano a raccontare, quando possono. Le loro famiglie continuano a morire, quando serve. I numeri crescono, le cifre si assestano, la notizia si deposita. Diventa statistica. Non ferma nulla. Questa è la fase più avanzata dell’assedio: quando smette di apparire straordinario. Quando la violenza entra in regime ordinario, compatibile con tutto il resto. Con il calendario, con le festività, con l’agenda internazionale. Gaza diventa uno sfondo operativo, una condizione data, un luogo dove accade ciò che accade sempre.
Ieri a Gaza è successo poco. Ed è proprio questo che dovrebbe spaventare. Perché quando ogni giorno è uguale, la catastrofe ha già vinto: ha trovato il modo di esistere senza disturbare più nessuno.
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Eccoci qui. Con due giorni di ritardo, come mi scrive, quasi accusa, qualcuno. Ma se non dovessi mai prendermi pause dalla merda sarei qui a scrivere ventiquattr’ore su ventiquattro, sempre in giro a parare gli schizzi a mani nude. La direzione nazionale antimafia, con perfetto tempismo sulla breccia politica, ha ordinato arresti di presunti affiliati ad Hamas. Soldi ai terroristi invece che agli affamati, agli orfani e ai bisognosi. Sarebbe vergognoso.
Dentro l’indagine c’è tutto quello che fa venire l’acquolina in bocca ai fiancheggiatori del genocidio: c’è un importante esponente della comunità palestinese in Italia, Mohamed Hannoun, che è il boccone perfetto per un po’ di islamofobia e per il percorso marcio di israelizzazione del nostro diritto.
I giornali di destra con la bava alla bocca che si accaniscono a trafugare foto per condannare, come se fosse Cassazione. Questi sono i cosiddetti garantisti, quelli di Ruby nipote di Mubarak, quelli di Berlusconi che pagava la mafia senza saperlo.
Peggio di loro sono i presunti esponenti di centrosinistra, vicepresidenti inclusi, che hanno stretto le mani ai barboncini del genocidio e ora si ergono a moralizzatori con qualche intervista a qualche quotidiano con più direttori che lettori, o a qualche sito aspirante gemello. Fantastici, quelli. Per loro il genocidio a Gaza è solo un ambito dialettico da attraversare per sembrare competenti. Il mondo è un carpet, nero, su cui sculettare per piacersi tra loro.
Dice quel ministro dell’Interno (che ha rinchiuso un antipatico islamico in un Cpr per calcolo politico) che questa è un’operazione che farà la storia. Non ha torto: scegliere i terroristi sulla base delle classificazioni di un governo come quello israeliano, zeppo di accusati di crimini internazionali, è già un bel capolavoro di servilismo. Avventarsi come sciacalli su presunte responsabilità personali per accusare milioni di persone del resto è la cifra di questo governo.
Siamo tornati dalle vacanze. Eccoci qui. Buon lunedì.
“Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli”. Una lezione di semantica applicata all’informazione. Ma mi pare evidente che la parola “disperato” è gonfia di valori polemici. Se poi me la unisce alla parola “disoccupato”, beh allora ci troviamo di fronte a una vera e propria provocazione, ma compiuta la quale tu prendi questo povero uomo di lettore e gli sbatti in faccia cinque orfani e un cadavere carbonizzato. No, dico, cosa vogliamo farne di questo povero uomo di lettore? Un nevrotico? Che dia fuoco a lui, al giornale, a tutto quanto?
La scena qui sopra è del film “Sbatti il morto in prima pagina”, diretto da Marco Bellocchio, uscito nel 1972. Questo povero uomo di lettore ieri è stato coperto da titoli che hanno raccontato come Greta Thunberg sia stata arrestata a Londra “durante una manifestazione pro-Pal”. È il titolo perfetto. C’è l’evocazione di sedicenti manifestazioni con il retrogusto di disordini e devastazioni e c’è la faccia di Thunberg che solletica i mostri da tastiera. Tutto a puntino.
Peccato che Thunberg fosse semplicemente seduta sul marciapiede tenendo un cartello in mano: “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide” (“Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”). La polizia è intervenuta appellandosi al Terrorism Act britannico che ha messo fuori legge il gruppo Palestine Action.
L’arresto per opinione pericolosa è solo l’ultimo atto di un gorgo di autoritarismo repressivo che soffia sull’Europa. Qualcuno l’ha introiettato, il genocidio.
Buon mercoledì.
foto wikipedia
A Qabatiya, in Cisgiordania, un ragazzo di sedici anni viene ucciso durante un raid. L’esercito israeliano parla di un gesto minaccioso. Un video di sorveglianza racconta altro: Rayyan Mohammad Abu Mualla cammina, poi cade. Le immagini smentiscono la versione ufficiale. Succede spesso che la verità emerga per incidente, quando una telecamera resta accesa. Succede meno spesso a Gaza, dove lo sguardo viene sistematicamente respinto.
Mentre un filmato incrina una dichiarazione, Gaza continua a vivere senza immagini sufficienti. La parola “tregua” circola nelle capitali, ma sul terreno resta una formula astratta. I negoziati promettono una seconda fase a inizio 2026, dicono i mediatori. È un calendario diplomatico. Intanto il tempo reale è quello dei raid che proseguono, dei corpi che non tornano, delle famiglie che aspettano.
La tregua raccontata fuori è una pausa amministrativa. Dentro, Gaza è un luogo dove la scuola è sparita per centinaia di migliaia di bambini, al terzo anno senza istruzione formale. Dove le chiese diventano rifugi e il Natale si celebra sotto protezione armata, con la consapevolezza che basta poco perché la protezione svanisca. La normalità ridotta a eccezione.
Ogni volta che un video smonta una versione ufficiale, il problema si sposta altrove: quante storie restano invisibili perché non c’è una telecamera, perché l’accesso è negato, perché il racconto arriva filtrato? L’assedio funziona anche così: comprimendo lo sguardo, rallentando la verifica, rendendo ogni morte una cifra.
La politica internazionale continua a parlare di fasi, di tavoli, di date future. Gaza resta inchiodata al presente. Un presente fatto di fame, macerie e silenzio. Quando la tregua diventa una parola che non ferma i fatti, resta solo la cronaca dei dettagli che sfuggono. E ogni dettaglio, quando emerge, pesa come un atto d’accusa.
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Lunedì Giorgia Meloni, dal Comando operativo di vertice interforze, ha legato per l’ennesima volta la pace alla deterrenza militare. Una forza «credibile», ha detto, serve a «tenere lontana la guerra». È la stessa formula che accompagna da mesi l’aumento delle spese per la difesa e il racconto di una sicurezza fondata sull’equilibrio armato. È la formula magica che piace all’Ue.
Il problema è che la deterrenza, fuori dal linguaggio politico, è da tempo un concetto instabile. Richard Ned Lebow e Janice Gross Stein, in un saggio pubblicato su World Politics nell’aprile 1990, la definiscono una «variabile dipendente elusiva» e osservano che le analisi empiriche «dedicano attenzione insufficiente alla validità e all’affidabilità dei dati». Ne deriva, spiegano, una difficoltà strutturale nel dimostrare che l’assenza di un conflitto sia effettivamente causata dalla deterrenza.
Nello stesso anno, Paul Huth e Bruce Russett, sempre su World Politics, mettono in guardia da conclusioni automatiche. «Fra gli studiosi manca un consenso su come testare in modo sistematico le ipotesi sulla deterrenza», scrivono, mostrando come gli esiti delle crisi dipendano anche da fattori difficilmente controllabili: percezioni dei leader, credibilità politica, pressioni interne, possibilità di arretrare senza pagare costi simbolici eccessivi. E qui, sulla percezione e sulla credibilità dei leader non serve aggiungere altro.
Anche il terreno spesso indicato come prova definitiva, quello nucleare, presenta crepe documentate. Nina Tannenwald, in un articolo pubblicato su International Organization nel 1999, ricostruisce l’emergere di «una proibizione normativa sull’uso delle armi nucleari», spiegando che il mancato impiego dal 1945 si lega anche a stigma morale e costi reputazionali. Attribuire il non-uso esclusivamente alla deterrenza militare, avverte, rischia di semplificare il quadro.
Una cautela simile emerge in ambiti istituzionali. Michael J. Mazarr, in uno studio del 2018 per la RAND Corporation, sottolinea che la deterrenza «dipende in modo decisivo dalla motivazione dell’aggressore» e opera in un contesto segnato da psicologia, errori di calcolo e politica interna. Trattarla come un meccanismo automatico, scrive, porta a sottovalutare la probabilità di fallimenti.
Insomma, la deterrenza è un argomento efficace nei discorsi pubblici, molto meno una garanzia. Funziona come titolo di apertura ma convince inevitabilmente con la possibilità di errore. E quando l’errore arriva, la spiegazione è già pronta.
Buon martedì.
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