Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Un anno basta per misurare gli effetti di una guerra dichiarata senza bisogno di bombe. Dal 20 gennaio 2025, giorno dell’insediamento di Donald Trump, la crisi climatica è diventata un bersaglio politico interno e internazionale. Il ritiro dagli accordi multilaterali è stato solo il gesto più visibile. Il resto è avvenuto sotto traccia, tra tagli, smantellamenti e silenzi amministrativi.
In dodici mesi gli Stati Uniti hanno progressivamente disarmato se stessi. Università e agenzie federali ridotte, programmi cancellati, dati rimossi. Climate.gov oscurato. L’Agenzia per la protezione ambientale privata di strumenti su aria, acqua e resilienza. La National Oceanic and Atmospheric Administration, snodo globale per il monitoraggio climatico e meteorologico, svuotata di personale e competenze: secondo il Guardian la sola Noaa ha perso l’equivalente di 27.000 anni di esperienza accumulata. Un patrimonio dissolto senza bisogno di voti parlamentari.
Gli effetti hanno superato il perimetro ideologico. Meno prevenzione significa più morti. Gli incendi in California hanno trovato squadre sotto organico, stipendi ridotti, attività di prevenzione calate del 38 per cento secondo Grassroots Wildland Firefighters. La FEMA, agenzia chiave per la risposta ai disastri, è entrata nella stagione degli uragani senza leadership e senza un piano operativo. In Texas, dopo l’esondazione del Guadalupe, sono servite 72 ore per autorizzare i soccorsi federali: 135 morti. In Alaska una tempesta catastrofica è arrivata senza preavviso adeguato perché le sonde erano state smantellate.
La guerra al clima ha avuto anche una proiezione esterna. Con il memorandum del 7 gennaio, Washington ha disposto l’uscita da oltre sessanta organismi internazionali legati a clima, energia e ambiente, dall’UNFCCC all’IPCC, accusati di “radicalismo”. La National Security Strategy di dicembre li ha liquidati come investimenti improduttivi.
Il riscaldamento globale, però, resta. Cresce mentre si smette di studiarlo. E ogni struttura demolita oggi è una capacità di risposta in meno domani. Demolire è rapido. Ricostruire richiede tempo, competenze e fiducia. Tre risorse che questo anno di guerra ha sistematicamente eroso.
Buon mercoledì.
Tu guarda, a volte, le coincidenze. Succede con la legge 29 dicembre 2025, n. 198, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 30 dicembre, dentro un decreto che prometteva sicurezza sul lavoro e che invece, all’articolo 14-bis, riscrive una parte centrale del diritto al lavoro delle persone con disabilità. Si riscrive alleggerendo un obbligo per le imprese e appesantendo, come effetto collaterale, le vite di chi da quell’obbligo avrebbe dovuto trarre inclusione.
La modifica riguarda la legge 68 del 1999, quella che aveva introdotto il collocamento mirato come strumento per portare le persone con disabilità dentro le aziende ordinarie, valutando capacità residue e adattamenti necessari. Fino a ieri, nelle aziende con più di cinquanta dipendenti, la quota di assunzioni “esternalizzabili” tramite convenzioni con soggetti terzi era fissata al 10 per cento. Dal 1° gennaio 2026 quella soglia sale al 60 per cento. Sei lavoratori con disabilità su dieci possono essere formalmente assunti altrove, mentre l’azienda principale risulta in regola senza mai incrociare quelle presenze nei propri corridoi.
Il meccanismo è tecnico, l’effetto molto meno. Secondo i dati diffusi dalla Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro), nel 2023 le persone iscritte alle liste del collocamento mirato erano 880.997. Un numero che racconta già un sistema inceppato, dove molte imprese preferiscono pagare sanzioni piuttosto che assumere. La nuova norma non corregge quella tendenza, la rende più conveniente. Come ha spiegato Valerio Serino, responsabile Politiche per il lavoro e l’inclusione delle persone con disabilità della Cgil nazionale, l’aumento delle convenzioni «rischia di segregare e marginalizzare ulteriormente le persone con disabilità, delegando l’inclusione a soggetti terzi».
Il dettaglio più istruttivo sta nei passaggi che scompaiono. La riforma elimina, in diversi casi, l’obbligo di acquisire il parere del Comitato tecnico, l’organo multidisciplinare previsto dalla legge 68/1999 per valutare la compatibilità tra mansione, ambiente di lavoro e condizioni della persona. Una semplificazione che arriva, paradossalmente, in un decreto dedicato alla salute e sicurezza. Per tutti, tranne per chi lavora con una disabilità.
Il perimetro dei soggetti con cui stipulare convenzioni si allarga, includendo anche datori di lavoro privati non soggetti all’obbligo di assunzione e società benefit, imprese formalmente orientate a obiettivi di utilità sociale ma strutturate come soggetti a scopo di lucro. Nasce così una figura già definita dagli analisti come “datore di lavoro passeggero”: un soggetto che assume formalmente la persona con disabilità solo finché dura la commessa finanziata dall’azienda obbligata. Se la commessa finisce, finisce anche l’inclusione.
Le associazioni di rappresentanza parlano di una regressione culturale prima ancora che giuridica. La Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap), per voce del presidente Vincenzo Falabella, ha ricordato che la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, tutela il diritto al lavoro in ambienti aperti, inclusivi e accessibili. Spostare la maggioranza delle assunzioni fuori dalle aziende ordinarie significa normalizzare la separazione. La Fand (Federazione tra le associazioni nazionali delle persone con disabilità), con il presidente Nazaro Pagano, sottolinea come l’occupazione delle persone con disabilità resti strutturalmente più bassa rispetto al resto della popolazione, mentre il mercato del lavoro cresce.
Il risultato è un sistema dove l’inclusione diventa una voce di bilancio, gestibile per procura. Le imprese ottengono flessibilità, i numeri tornano, i certificati pure. Ma le persone restano altrove. Non sono fuori dal mercato del lavoro, formalmente. Restano fuori dalle aziende, dai percorsi di carriera, dai contesti dove il lavoro dovrebbe essere anche partecipazione sociale. È una soluzione elegante, pulita, amministrativamente impeccabile. E dice molto di cosa, oggi, viene considerato un problema da spostare.
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È morto Robert E. Hunter. Aveva 85 anni. Per trent’anni è stato una delle voci più sobrie della politica estera americana, una di quelle che parlavano quando Washington preferiva applaudire se stessa. Oggi vale la pena rileggerlo perché aveva descritto con precisione il punto in cui saremmo arrivati: una Nato più larga e più fragile, un’Europa divisa e una guerra tornata strutturale nel suo cuore.
Hunter era stato ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato tra il 1993 e il 1998, nel momento in cui l’Alleanza doveva decidere cosa diventare dopo la fine della Guerra fredda. La sua posizione era netta. Difendeva la Nato e avvertiva che l’allargamento verso Est, se scollegato da una strategia di integrazione della Russia, avrebbe prodotto instabilità. In più occasioni spiegò che l’obiettivo strategico non poteva essere una Nato semplicemente più grande, ma «un’Europa sicura nel suo insieme, capace di trovare un modo per includere la Russia». Un’impostazione che nasceva da una lettura storica precisa: «Escludere la Russia da un nuovo ordine di sicurezza europeo sarebbe un errore fatale», ammoniva, richiamando esplicitamente il precedente del Trattato di Versailles.
L’alternativa proposta da Hunter aveva un nome preciso: Partenariato per la Pace. Non una sala d’attesa per l’adesione, ma uno strumento centrale. Lo definiva «uno strumento di prima classe», pensato per rendere la distinzione tra alleati e partner «sottile come una lama di rasoio». Cooperazione militare, interoperabilità, consultazioni di sicurezza senza estendere automaticamente l’articolo 5. Un sistema che avrebbe permesso anche a Ucraina e Russia di muoversi dentro un quadro condiviso, evitando la costruzione di nuove linee di frattura.
Mosca aderì nel 1994 e Boris Eltsin lo interpretò come un passo reale verso quella «Europa intera e libera» evocata da George H. W. Bush. Quel progetto venne però progressivamente svuotato, mentre a Washington prendeva corpo una logica diversa: l’allargamento come segnale politico e come conferma del primato americano. Hunter rimase leale, negoziò l’ingresso dei primi nuovi membri nel 1999, ma non nascose mai il dissenso di fondo, parlando apertamente di una deriva «più trionfalista che stabilizzante».
Il punto di rottura, secondo Hunter, arrivò nel 2008. Il vertice Nato di Bucarest promise che Ucraina e Georgia «diventeranno membri», senza offrire alcuna garanzia concreta. Una promessa senza copertura. Hunter la definì senza giri di parole «follia geopolitica» e «malpractice diplomatica»: una scelta che superava deliberatamente le linee rosse russe senza aumentare la sicurezza di Kiev o Tbilisi. Sedici anni dopo, la guerra in Ucraina ha dato corpo a quella previsione.
Hunter non giustificava l’invasione russa, ma rifiutava la narrazione dell’aggressione improvvisa. Spiegava che l’Occidente aveva «ingannato Kiev promettendo ciò che non aveva alcuna reale intenzione di mantenere», minando così la propria credibilità strategica.
Negli ultimi anni aveva allargato lo sguardo alla crisi dell’Alleanza nel suo complesso. Descriveva una Nato intrappolata nella propria retorica, incapace di allineare promesse e disponibilità reale al rischio. Continuare a evocare l’articolo 5, diceva, mentre si moltiplicano eccezioni politiche e ambiguità strategiche, significa svuotarlo dall’interno. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, quelle crepe sono diventate fratture: la crisi sulla Groenlandia, le minacce agli alleati, l’indifferenza verso le consultazioni previste dall’Alleanza rappresentano per lui il sintomo finale di un errore più profondo, quello di aver trasformato un’architettura difensiva in uno strumento transazionale di potere.
Rileggere Robert Hunter oggi serve a questo: capire che la crisi atlantica non nasce dall’improvvisazione di un leader, ma da scelte stratificate nel tempo. La sua eredità non è una nostalgia per un mondo perduto, ma un metodo. La credibilità richiede limiti, ripeteva. Promettere ciò che non si è disposti a difendere distrugge la deterrenza più rapidamente di qualsiasi nemico esterno. Hunter aveva capito dove stavamo andando. Il problema è che, mentre parlava, l’Occidente aveva già smesso di ascoltare.
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La ruspa entra nel compound Onu a Gerusalemme Est con la stessa calma di un atto d’ufficio. L’operazione viene presentata come sequestro legale, privo di immunità, inserito nelle prerogative dello Stato. L’Unrwa parla di violazione del diritto internazionale e di attacco diretto alla propria missione. Il risultato resta visibile: la presenza delle Nazioni Unite nei Territori occupati viene ridotta in macerie, alla luce del giorno, davanti alle telecamere.
A Gaza, nello stesso tempo, muore una bambina di sette mesi. Si chiamava Shatha Abu Jarad. La causa è il freddo. Le tende offrono isolamento insufficiente, i generatori arrivano a intermittenza, il carburante resta razionato, gli aiuti si accumulano ai varchi. Dall’inizio dell’inverno i bambini morti per ipotermia risultano almeno nove, secondo le autorità sanitarie locali. Oggi nessun bombardamento, nessun jet, nessuna esplosione. Il clima svolge il suo lavoro dentro un sistema bloccato. Il freddo diventa una funzione della gestione.
Poi c’è Rafah. Mentre a Washington e Tel Aviv prende forma il “Board of Peace”, tra governance futura e ricostruzione, il confine resta chiuso. Secondo la stampa israeliana, la decisione ha anche un valore politico: segnale contro la presenza di Turchia e Qatar nel nuovo organismo, leva sugli ostaggi, messaggio agli alleati. La pace come tavolo, il passaggio come rubinetto. Chi decide siede lontano. Chi aspetta resta dentro.
In sottofondo scorrono numeri che raramente aprono i notiziari. Oltre 9.350 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Cinquantatré donne, circa 350 minori. Più di 3.300 in detenzione amministrativa, senza accuse formali e senza processo. Una contabilità in crescita mentre il discorso pubblico parla di futuro.
Le ruspe sull’Onu, i bambini uccisi dal freddo, i cancelli serrati durante i vertici sulla pace. Una linea coerente attraversa tutto: la gestione quotidiana di una popolazione trattata come pratica amministrativa, mentre il lessico internazionale continua a chiamarla transizione.
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Il Board of Peace per Gaza viene annunciato a Washington e raccontato come struttura di transizione. A presiederlo è Donald Trump, che nel suo primo mandato ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, ha interrotto i finanziamenti statunitensi all’UNRWA e ha escluso i palestinesi da ogni canale negoziale formale. Con lui siede Jared Kushner, autore degli Accordi di Abramo e promotore di una normalizzazione regionale senza Stato palestinese, oggi gestore di un fondo privato sostenuto da capitali sovrani del Golfo.
Nel board compare Tony Blair, capo del governo britannico durante l’intervento militare in Iraq del 2003; nel 2016 l’Iraq Inquiry presieduta da John Chilcot ha stabilito che l’intelligence sulle armi di distruzione di massa fu presentata con una certezza non giustificata e che le alternative pacifiche non erano state esaurite, rilievi riconosciuti dallo stesso Blair. La gestione economica è affidata a Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, fondo specializzato in acquisizioni e ristrutturazioni di asset in contesti di crisi.
Tra gli invitati politici è indicato Vladimir Putin, colpito da un mandato di arresto internazionale emesso nel marzo 2023 dalla Corte penale internazionale per la deportazione illegale di minori ucraini. Resta centrale Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, destinatario di una richiesta di arresto della CPI per crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alle operazioni militari a Gaza.
Nei documenti di presentazione del board non compaiono rappresentanti eletti di Gaza, né membri dell’Autorità nazionale palestinese, né esponenti della società civile palestinese. Gaza è indicata come territorio di intervento. L’elenco dei nomi è pubblico. I precedenti anche.
Buon martedì.
Immagine IA
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