Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il garantismo è la parola totem della campagna per il sì al referendum sulla separazione delle carriere. Compare nei comizi, nei talk show, negli editoriali dei giornali che sostengono la riforma Nordio. «Basta processi mediatici», «serve un giudice terzo», «presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva», è il lessico ripetuto come un rosario. Poi arrivano i casi concreti, e quel lessico cambia padrone.
Mentre il fronte del sì chiede agli elettori di votare per una giustizia più garantista, esplode il caso di Mohammad Hannoun, architetto palestinese residente a Genova, arrestato con l’accusa di finanziamento al terrorismo. Siamo solo alle indagini preliminari eppure il garantismo scompare nel giro di poche ore.
Alla Camera, il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli afferma: «Hannoun andava a spasso per tutta Europa con la parlamentare Ascari, si raccoglievano soldi». Nessun condizionale, nessun richiamo alla presunzione di innocenza. L’indagine viene trasformata in una colpa politica estesa. Il giorno dopo, il collega Riccardo De Corato parla di «vergogna per chi lo frequentava», spostando il bersaglio dall’indagato a chiunque non prenda pubblicamente le distanze.
Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, interrogato sul caso, adotta una formula che svuota le garanzie che dice di voler difendere: «Pur con la doverosa presunzione di innocenza, è stato sicuramente squarciato il velo». L’avverbio annulla la premessa. La presunzione resta nominale, la colpevolezza diventa sostanziale.
Gli stessi giornali che sostengono il sì e denunciano da anni la gogna mediatica pubblicano dettagli investigativi, cifre, ricostruzioni ancora da verificare. Il garantismo, in questo caso, non viene nemmeno evocato.
Pochi giorni dopo, lo stesso fronte politico-mediatico cambia registro sul delitto di Garlasco. La condanna definitiva di Alberto Stasi torna al centro dell’attenzione. Libero titola «Stasi, innocente in galera». Vittorio Feltri scrive: «A Garlasco è mancata la logica». Alessandro Sallusti rincara: «Questa giustizia è come la peste». Qui il garantismo torna improvvisamente assoluto. Le sentenze diventano sospette, i giudici incapaci, il processo un errore sistemico.
Ma dura poco. Quando l’attenzione si sposta su Andrea Sempio, il garantismo evapora di nuovo. Libero apre con «Assassino a piede libero», chiedendo nuovi accertamenti e insinuando responsabilità ancora tutte da verificare. Per scagionare Stasi, si costruisce un altro colpevole mediatico. Stesse firme, stessi giornali, principi opposti.
Il caso Open Arms completa il quadro. Matteo Salvini, imputato per sequestro di persona, dichiara in un video diventato virale: «Mi dichiaro colpevole di aver difeso l’Italia». Il processo viene raccontato come persecuzione politica. I magistrati diventano avversari, la giurisdizione un abuso. Qui il garantismo si trasforma apertamente in richiesta di immunità, mentre la separazione delle carriere viene evocata come argine contro le procure “politicizzate”.
Nel frattempo, sugli episodi di criminalità comune e sull’immigrazione, il linguaggio resta punitivo. «Galera immediata», «certezza della pena», «giudici che liberano i delinquenti» sono titoli e dichiarazioni quotidiane. Quando un giudice applica le regole sulle misure cautelari, viene attaccato come complice. Qui la terzietà non serve.
Il filo che tiene insieme questi episodi è semplice e documentabile: il garantismo vale solo per alcuni. Per i politici, per i colletti bianchi, per i casi utili a delegittimare la magistratura. Per gli altri, stranieri, attivisti, marginali, il principio si sospende.
Il referendum, così raccontato, smette di essere una discussione sull’assetto costituzionale e diventa un voto sull’identità. Si ciancia di giustizialismo e garanzie, ma la divisione è tra cittadini protetti e cittadini esposti. Ed è questo doppio standard, prima ancora della riforma, a pesare oggi sulla credibilità del sì.
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Nel buio a est di Gaza City tornano le esplosioni. Le immagini che circolano nelle ultime ore mostrano demolizioni di abitazioni civili già svuotate, quartieri cancellati mentre la parola “tregua” continua a essere spesa come copertura. La tregua resta nei comunicati, la distruzione resta sul terreno.
Dentro questo scenario si muore anche senza bombe. Mohammad e Suleiman Al Zawaraa avevano 14 e 13 anni. Sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre raccoglievano legna per scaldarsi. Legna, non armi. Avevano freddo, non combattevano. Le Idf li definiscono “terroristi”, collocandoli dentro una generica “zona di sicurezza”. La famiglia racconta altro: i ragazzi erano lontani dalla Linea Gialla, una linea peraltro segnata in modo irregolare, spesso invisibile. In questa guerra anche il gesto minimo della sopravvivenza viene riscritto come minaccia.
A pochi chilometri di distanza, a Rafah, il confine continua a essere trattato come leva politica. La riapertura del valico viene annunciata e immediatamente subordinata al recupero del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano. Passaggi pedonali contingentati, ispezioni totali, condizioni mobili. Il diritto di uscire diventa una concessione temporanea, revocabile, negoziata sopra le teste di due milioni di persone.
Intanto il freddo completa il quadro. Zainab Mohammad Musbeh, 63 anni, muore in una tenda ad al Mawasi. Nessun attacco diretto. Basta l’assenza di muri, di elettricità, di riparo. La precarietà trasformata in normalità uccide quanto le armi.
Infine il silenzio. Israele proroga il blocco di al Jazeera e amplia l’oscuramento ad altri media. Meno immagini, meno testimoni, meno possibilità di smentire versioni ufficiali che chiamano terrorismo la fame e sicurezza la demolizione.
A Gaza oggi si muore raccogliendo legna. E qualcuno pretende ancora che lo si chiami tregua.
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La notizia dell’ennesimo naufragio emerge a distanza di giorni, senza comunicati ufficiali e senza immagini. Sergio Scandura ne dà conto attraverso i canali di monitoraggio indipendente delle rotte migratorie nel Mediterraneo centrale. Il fatto è netto: un solo sopravvissuto è stato soccorso in mare e portato a Malta; secondo la sua testimonianza, circa cinquanta persone sono morte nel naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano.
L’episodio risale alla notte tra il 23 e il 24 gennaio. Il soccorso è avvenuto in acque internazionali, nel tratto di mare tra la Tunisia e Malta. Il superstite è stato recuperato dalla motonave mercantile Star e trasportato a La Valletta, dove è stato ricoverato in condizioni di grave ipotermia. Una volta stabilizzato, l’uomo ha raccontato di essere partito dal Nord Africa su una barca con a bordo circa cinquanta persone. Dopo poco più di ventiquattro ore di navigazione, l’imbarcazione si sarebbe capovolta a causa del maltempo. Nessun altro sarebbe riuscito a restare a galla.
La Capitaneria di porto di Lampedusa ha successivamente perlustrato l’area indicata dal sopravvissuto. Le ricerche non hanno portato al ritrovamento di altri naufraghi né di corpi. Anche in questo caso, come accade frequentemente nel Mediterraneo centrale, non esistono riscontri materiali che consentano una ricostruzione diretta dell’evento. L’unica fonte resta la testimonianza dell’uomo salvato.
Il naufragio si inserisce in una sequenza più ampia di segnalazioni arrivate nei giorni precedenti. Alarm Phone aveva comunicato la perdita di contatto con diverse imbarcazioni partite dalla Tunisia nello stesso periodo. Secondo l’organizzazione, circa 150 persone risultano disperse su almeno tre barche mai arrivate a destinazione. L’ipotesi è che il naufragio raccontato dal sopravvissuto corrisponda a una di queste partenze segnalate e rimaste senza riscontro.
Il contesto meteorologico è un elemento determinante della ricostruzione. Nei giorni del naufragio, il Mediterraneo centrale era interessato dal ciclone Harry, con condizioni di mare molto mosso, venti forti e onde anomale. Le stesse condizioni hanno reso difficili anche le operazioni di ricerca successive, riducendo le possibilità di individuare superstiti o resti dell’imbarcazione.
Negli stessi giorni, altre operazioni di soccorso hanno avuto esito diverso. La nave Sea-Watch 5 ha recuperato 18 persone nella zona Sar libica, tra cui due bambini piccoli, successivamente indirizzate verso il porto di Catania. La coesistenza di salvataggi riusciti e naufragi senza testimoni è una costante della rotta del Mediterraneo centrale, dove l’esito di una traversata dipende spesso da fattori contingenti e dalla presenza di navi in transito.
Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il 2024 resta l’ultimo anno con un bilancio completo, pari ad almeno 1.873 morti o dispersi nel Mediterraneo. Per il 2025 sono disponibili solo dati parziali, che già segnalano nuove decine di vittime nei primi mesi dell’anno. Dal 2014, le persone morte o scomparse lungo questa rotta superano complessivamente le 33mila. Si tratta di stime che non includono chi è partito e non è mai stato intercettato da alcun sistema di ricerca.
Il naufragio emerso in questi giorni non presenta elementi eccezionali rispetto a molti altri avvenuti negli ultimi anni. Ciò che lo distingue è il modo in cui viene alla luce: a posteriori, attraverso una singola testimonianza, senza un recupero dei corpi e senza una comunicazione istituzionale immediata. Un evento che entra nel conteggio solo perché qualcuno è sopravvissuto abbastanza a lungo da poterlo raccontare.
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Dove sono adesso quelli che ridevano, anzi si sbellicavano, quando si scriveva del ritorno del fascismo, dello stesso autoritarismo, della violenza come forma di comando istituzionalizzata Adesso, ora, dove sono?
Dove sono quelli, che cosa dicono di fronte all’esecuzione con pistola alla nuca di Alex Pretti, infermiere armato di telefono davanti agli scagnozzi fascisti dell’Ice, braccio armato dello psicopatico nazista Donald Trump? Che ne dicono delle squadracce nere che hanno minacciato a Minneapolis i giornalisti italiani della Rai Laura Cappon e Daniele Babbo?
Ad esempio, che ne dice il ministro, fino a un certo punto, Antonio Tajani, il monarchico che rassicurava tutti che «non c’è nessun pericolo per la democrazia con Donald Trump» e che ora si ripulisce i polsini da liberale prendendo le distanze dal suo pari Matteo Salvini, che incontra un altro fascista
Dove sono certi liberali italiani (quelli che insegnavano agli antifascisti come essere antifascisti mentre tubano con i fascisti per ottenere un posticino) che interpretavano le elezioni americane con la posa di certi thé con le amiche delle cinque mentre irridevano gli allarmi?
Stanno lì, dove sono sempre stati, nelle file dei fiancheggiatori e dei cretini. Sono lì a spiegare che il premio Nobel che Giorgia Meloni vorrebbe per Trump è solo “una boutade”. Sono lì a dirci che «Salvini non conta nulla», da vicepresidente del Consiglio. Dicono che i decreti sicurezza italiani sono solo “riorganizzazione dell’ordine pubblico”. Dicono: «Ma figurati se questa destra filo-Trumpiana vuole assoggettare la magistratura». Non c’è scritto da nessuna parte, dicono. C’è anche il bollino su Facebook.
Buon lunedì.
La chiamano “linea gialla”. Avrebbe dovuto essere una convenzione tecnica ma alla fine è la sindone della ferocia israeliana. È diventata un confine mobile che avanza. Le immagini satellitari raccontano blocchi di cemento piazzati decine e poi centinaia di metri dentro Gaza City, nuove fortificazioni che riscrivono la mappa senza dichiararlo. La linea resta “gialla” solo nel linguaggio; nella pratica sposta accessi, quartieri, vite.
Mentre le IDF parlano di operazioni “oltre la linea concordata”, la linea stessa cambia posizione. È urbanistica militare: si costruisce mentre si annuncia una pausa. La tregua diventa così un dispositivo spaziale, utile a riorganizzare il controllo. Sullo sfondo, il “Board of Peace” prende forma come catena decisionale: riunioni, emissari, piani a punti. La pace promessa è un’altalena di apri e chiudi i varchi.
Rafah torna al centro per la stessa ragione. Ogni discussione sulla riapertura passa da tavoli diplomatici e da un nome che resta appeso, l’ultimo ostaggio. Il varco è semplicemente una leva politica, il passaggio è solo concessione. Intanto la linea avanza altrove, silenziosa, e la parola “fase” sostituisce la parola “confine”.
Poi c’è UNRWA. Sedi demolite e incendiate a Gerusalemme Est, cliniche colpite nel nord di Gaza, ambulanze che corrono sotto il tiro. Colpire i presìdi umanitari significa svuotare la tregua di contenuto materiale. Senza ambulatori, senza scuole, senza magazzini, la pausa resta un comunicato. La vita quotidiana è un campo minato.
La cronaca internazionale si accorcia mentre quella locale si fa rischiosa. Per questo pesa il riconoscimento assegnato a chi racconta da dentro, a chi resta quando l’accesso si chiude. La “linea gialla” vale per i corpi, per i camion, per le ambulanze, per le parole. E ogni giorno che passa, quel colore serve solo a nascondere il movimento.
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