Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il mondo accelera sull’intelligenza artificiale, investe in automazione, algoritmi, sistemi predittivi. L’Italia osserva da bordo campo con un problema strutturale che precede qualsiasi dibattito sull’Ai: quasi metà della popolazione non possiede competenze digitali almeno di base. Nel 2025, secondo Openpolis, solo il 54,3% degli italiani rientra in questa soglia minima, sei punti sotto la media europea. Un dato che colloca il Paese nella parte bassa della classifica Ue, davanti a pochi altri Stati e lontano dai Paesi che stanno guidando la trasformazione tecnologica.
La distanza tra retorica dell’innovazione e realtà sociale emerge ancora più netta se si guarda ai giovani. Anche nella fascia 16-29 anni, quella che dovrebbe rappresentare il serbatoio naturale delle competenze digitali, l’Italia resta sotto la media europea: il 69,1% possiede competenze di base contro il 74,7% dell’Ue. In termini concreti significa che circa tre giovani su dieci non hanno strumenti adeguati per muoversi con consapevolezza in un ambiente digitale sempre più complesso, dove l’accesso all’informazione convive con la disinformazione, la sorveglianza e l’automazione delle decisioni.
Il dato non è neutro ma svela i buchi del Paese. Le competenze digitali crescono con il titolo di studio: tra chi ha livelli di istruzione più bassi la quota di competenze adeguate resta minoritaria, mentre sale nettamente tra i diplomati e raggiunge valori molto più alti tra i laureati. Il digitale, invece di ridurre le disuguaglianze, finisce così per riprodurle e consolidarle.
Il nodo centrale resta la scuola. Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene evocata come frontiera imminente, ma il sistema educativo italiano fatica ancora a garantire l’infrastruttura di base. Nell’anno scolastico 2024/25 solo il 40,7% degli edifici scolastici statali risultava dotato di aule di informatica. In oltre 1.800 comuni la quota è pari a zero: nessuna scuola con spazi dedicati all’informatica, una condizione che riguarda soprattutto realtà di piccole dimensioni e territori interni.
E così il divario territoriale diventa materiale. Allontanandosi dai poli urbani la presenza di aule informatiche diminuisce progressivamente, fino a scendere sotto il 35% nei comuni periferici e ultraperiferici. La distanza tra centro e margine si traduce in una diseguaglianza educativa che pesa sulle opportunità future di studenti e studentesse.
Su questo terreno fragile si innesta il tema dell’intelligenza artificiale nella didattica. L’Italia ha scelto un approccio prudente, con sperimentazioni limitate e senza un’integrazione strutturale nei curricula. Le linee guida ministeriali sottolineano l’Ai come strumento di supporto, richiamando i rischi legati a privacy, protezione dei dati e perdita di autonomia critica. Una cautela che riflette una realtà evidente: introdurre tecnologie avanzate in un sistema dove mancano competenze diffuse e dotazioni minime rischia di ampliare i divari anziché ridurli.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: nel 26,7% dei plessi scolastici manca perfino una dichiarazione ufficiale sulla presenza di aule informatiche, segno di una governance frammentata e di una conoscenza incompleta dello stato reale delle infrastrutture. Senza una mappatura piena ovviamente qualsiasi strategia sull’innovazione resta parziale.
Così l’ennesimo paradosso è servito: mentre il mondo costruisce il proprio futuro sull’intelligenza artificiale, l’Italia continua a fare i conti con un deficit di alfabetizzazione digitale e con scuole prive degli strumenti essenziali. Il digitale resta una promessa diseguale, legata al territorio, al reddito, al livello di istruzione, come molte altre cose. In questo scenario l’Ai non rappresenta una scorciatoia salvifica, ma uno specchio che restituisce l’immagine di un Paese ancora in ritardo sulle basi, prima ancora che sulle frontiere tecnologiche.
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Rafah oggi è un atto politico concreto. È il punto in cui il potere si esercita senza bisogno di proclami. Il valico resta formalmente aperto al transito delle persone, mentre sulle merci si consuma una trattativa che riguarda quantità, tempi, autorizzazioni. Nelle ultime 24 ore fonti israeliane hanno fatto filtrare l’ipotesi di ridurre i camion degli aiuti dagli attuali circa 600 al giorno a 200, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 120. Ogni cifra è una decisione sulla sopravvivenza.
Nello stesso tempo Hamas afferma di essere pronto a trasferire la gestione della Striscia a un comitato palestinese di tecnici, subordinando la mossa alla riapertura “completa” di Rafah, in entrata e in uscita, senza controllo israeliano. Il lessico è quello della transizione amministrativa. La sostanza resta il confine come strumento di comando. Rafah governa Gaza più di qualsiasi organigramma.
Il rientro in Israele del corpo dell’ultimo ostaggio chiude una fase simbolica del conflitto. Con quella chiusura, la pressione si sposta tutta sul dopo. Si parla di “fase due”ma il passaggio decisivo resta logistico: chi decide cosa passa dal valico decide la forma della pace.
I dati sui bambini rendono visibile il costo di questo controllo. Secondo UNICEF, oltre 336.000 minori sono coinvolti in programmi educativi di emergenza, mentre circa il 60% dei bambini in età scolare resta escluso da qualsiasi forma di scuola in presenza. Più del 90% degli edifici scolastici risulta danneggiato o distrutto. L’istruzione dipende anche da Rafah: materiali didattici, evacuazioni mediche, ricongiungimenti familiari passano da lì. Ogni giorno di chiusura parziale allunga una frattura che diventa strutturale.
Cento camion in più o in meno. Dentro quei numeri c’è la differenza tra assistenza e carestia, tra scuola e sospensione infinita. Gaza oggi viene amministrata così: a colpi di valico. Rafah è il luogo dove la politica smette di essere discorso e diventa immediatamente destino.
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Eccoci qui, TikTok è “americana”. Dal 22 gennaio 2026 le operazioni statunitensi della piattaforma sono confluite in TikTok USDS, una joint venture a maggioranza Usa costruita sotto minaccia di bando e blindata da Donald Trump con la solita retorica della sicurezza nazionale. La promessa era semplice: sottrarre l’algoritmo all’influenza di Pechino. Il risultato, segnalano creator, giuristi e osservatori, è un sistema di controllo del discorso pubblico più opaco e selettivo di quello imputato alla Cina. La censura cambia bandiera e diventa infrastruttura. Insomma, gli Usa di Trump sono più cinesi dei cinesi.
L’operazione nasce dalla pressione legislativa americana che imponeva il disinvestimento o l’espulsione dal mercato. TikTok USDS è controllata da investitori statunitensi, con Oracle nel ruolo di “custode tecnologico”: dati localizzati su server Usa, revisione del codice, supervisione algoritmica. ByteDance resta con una quota minoritaria. La governance è affidata a un board allineato alle priorità di sicurezza nazionale. Non si tratta di una nazionalizzazione formale, ma una assimilazione di fatto: proprietà privata, regole pubbliche, obiettivi politici. Il modello ricorda ciò che Washington ha sempre criticato altrove.
Il passaggio operativo è stato immediato e turbolento. Nei giorni successivi alla chiusura, alcuni creator hanno registrato “zero view”, blocchi selettivi e feed sterilizzati sui temi sensibili. La piattaforma ha parlato di problemi tecnici legati alla migrazione. Ma la coincidenza temporale e la selettività tematica hanno alimentato il sospetto di un’epurazione algoritmica.
I casi si accumulano. Contenuti sui raid dell’Immigration and Customs Enforcement, sulle proteste interne e sui conflitti in Medio Oriente hanno visto un crollo della portata. Video informativi sul Venezuela sono stati declassati. Le rimozioni non arrivano come takedown visibili, ma come shadowban: la censura invisibile che rende difficile la prova e impossibile il ricorso. Il processo di appello è una scatola nera.
Contestualmente, i nuovi Termini di servizio autorizzano una raccolta più ampia di dati sensibili, dalla geolocalizzazione agli identificatori biometrici, giustificata con moderazione e verifica dell’età. Nel contesto politico del 2026, la convergenza tra piattaforma sociale e apparato di sicurezza inquieta le associazioni per i diritti civili. L’ordine esecutivo sulla “libertà di parola” firmato dal presidente Trump cozza con una architettura che interiorizza il controllo: non serve premere dall’esterno quando il filtro è nel codice.
Il paradosso è evidente. Per “proteggere” l’ecosistema digitale, gli Stati Uniti adottano gli strumenti della sovranità algoritmica: localizzazione dei dati, revisione del codice, allineamento del feed alle sensibilità nazionali. È la Splinternet che si materializza: internet cinese chiuso, internet europeo regolato, internet americano securizzato e monopolizzato. In mezzo, la fuga degli utenti verso alternative che promettono cronologia e trasparenza, segnale di una fiducia incrinata.
TikTok è ora un asset sovrano. È ospitato, controllato e addestrato in casa. Ma nel passaggio ha perso l’imprevedibilità che lo rendeva spazio di circolazione del dissenso. L’algoritmo saluta una nuova bandiera ma la libertà resta uno slogan. In fondo con i sovranisti d’ogni specie, Trump in primis, finisce sempre così: l’unica libertà consentita è quella di non andare contro la propaganda del potere. Come in Cina, ma con le stelle e le strisce.
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L’Italia torna in testa alla classifica europea delle querele temerarie contro giornalisti e testate e il governo reagisce dicendo che il problema, in fondo, non esiste. Ventuno casi censiti nel 2024 dalla Coalizione europea contro le SLAPP, più di qualunque altro Paese. Per il secondo anno consecutivo. Un primato stabile, consolidato, che resiste anche ai criteri più restrittivi adottati dal monitoraggio europeo. Eppure, davanti a questi numeri, Palazzo Chigi sceglie la negazione.
Giorgia Meloni già tempo fa ha liquidato la questione con una formula rassicurante: una normativa ad hoc “non serve”. L’Italia, secondo la presidente del Consiglio, dispone già degli strumenti per sanzionare l’abuso del processo. La direttiva europea anti-SLAPP verrà recepita entro maggio 2026 e tanto dovrebbe bastare. Il resto, implicitamente, è rumore.
I dati raccontano altro. La direttiva Ue riguarda quasi esclusivamente i casi transfrontalieri. Oltre il novanta per cento delle azioni intimidatorie contro giornalisti censite in Europa nasce e muore dentro i confini nazionali. È lì che si consuma l’effetto più efficace delle querele temerarie: il costo legale preventivo, l’asimmetria di risorse, il tempo sottratto al lavoro, la pressione che induce al silenzio prima ancora di arrivare a una sentenza. CASE registra solo i procedimenti formalizzati, lascia fuori le minacce legali che ottengono lo stesso risultato senza passare da un tribunale. Il quadro reale è più ampio del campione.
In Italia la pressione contro la libertà d’espressione e il diritto-dovere di informare assume forme sempre più sofisticate. Alla diffamazione si affiancano privacy, dati personali, richieste cautelari, strumenti procedurali usati come leve di logoramento. Il merito dell’interesse pubblico scivola sullo sfondo, sostituito dalla gestione del rischio. È una dinamica strutturale, segnalata anno dopo anno, che rende il “già sanzioniamo” una frase priva di riscontro empirico.
Quindi mentre il Consiglio d’Europa e la Commissione Ue invitano gli Stati ad agire anche sulle SLAPP domestiche, il governo italiano si rifugia nel minimo indispensabile, trattando una patologia sistemica come un dettaglio tecnico. Il risultato è certificato dai numeri: l’Italia guida l’Europa nella capacità di intimidire la partecipazione pubblica attraverso il diritto.
Questo è il punto che i dati inchiodano. Dire che va tutto bene non ferma le querele contro i giornalisti. Serve solo a normalizzarle.
Buon giovedì.
Foto di Andrii Babarytskyi su Unsplash
L’Italia arriva divisa anche alla candidatura per la nuova Autorità doganale dell’Unione europea. E la spaccatura pesa come un segnale politico. La sede dell’agenzia che dal 2026 dovrà governare la riforma dei confini commerciali europei diventa così l’ennesimo terreno su cui la maggioranza espone le proprie crepe.
L’Autorità doganale dell’Unione europea, in sigla Euca, nasce dal pacchetto di riforma presentato dalla Commissione per superare il sistema attuale: un codice unico applicato da 27 amministrazioni nazionali diverse, con controlli disomogenei, banche dati separate e falle strutturali sfruttate da frodi, sottovalutazioni e traffici illeciti.
L’Euca avrà il compito di coordinare le dogane nazionali e di gestire il nuovo Eu Customs Data Hub, una piattaforma centrale che analizzerà in tempo reale i dati delle importazioni, soprattutto quelle legate all’e-commerce. Il passaggio chiave è politico ma soprattutto operativo: dalle dichiarazioni cartacee ai dati delle piattaforme digitali, dalle verifiche ex post a un controllo preventivo basato su algoritmi di rischio.
La decisione sulla sede è attesa nei primi mesi del 2026. Il bando coinvolge nove città europee. In corsa ci sono Liegi, Lilla, L’Aia, Roma, Malaga, Varsavia, Bucarest, Zagabria e Porto. La competizione è ovviamente geopolitica prima che immobiliare. Liegi si presenta come grande hub del cargo europeo, ma porta con sé le ombre delle inchieste su frodi doganali e sulla presenza della logistica cinese. Lilla è sostenuta apertamente dalla Francia e punta sulla vicinanza a Bruxelles. L’Aia gioca la carta della sinergia con Europol ed Eurojust. Le capitali dell’Est rivendicano riequilibrio geografico e sicurezza dei confini orientali.
L’Italia ha scelto Roma. Una scelta fortemente voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e sostenuta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, l’ente che oggi gestisce i controlli doganali italiani. L’argomento è questo: Roma come baricentro mediterraneo della sicurezza economica europea, sede delle strutture centrali dello Stato, della Guardia di finanza e dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Un messaggio di accentramento istituzionale che punta a rafforzare il ruolo della Capitale nel sistema europeo.
L’esclusione di Milano però apre la faglia politica. Milano è il principale nodo logistico e finanziario del Paese, porta naturale dei flussi commerciali con il Nord Europa, sede della Borsa e di gran parte delle grandi piattaforme della logistica. La spiegazione ufficiale del governo parla di assenza di immobili idonei nei tempi richiesti dal bando. Una motivazione che convince poco nei territori del Nord, dove la decisione viene letta come una scelta politica e simbolica, che ridimensiona il ruolo della città come capitale economica europea d’Italia.
È qui che la maggioranza si incrina. La Lega, che ha costruito la propria identità sul rapporto con il Nord produttivo e sull’autonomia differenziata, sostiene formalmente la candidatura romana ma fatica a difenderla sul piano politico. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si allinea alla linea dell’esecutivo a Bruxelles, mentre gli amministratori locali e il mondo imprenditoriale del Nord registrano la perdita di un’occasione strategica.
Così le tensioni escono dai palazzi e arrivano alle associazioni di settore. Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, ha criticato apertamente il modo in cui l’Italia sta recependo la riforma doganale europea. Secondo Confetra, il nuovo quadro normativo rischia di trasferire sulle imprese responsabilità penali e oneri amministrativi sproporzionati, soprattutto per le piccole e medie aziende, con l’effetto di rendere meno competitivo il sistema logistico nazionale.
La candidatura di Roma corre quindi su un doppio binario. All’esterno propone l’Italia come attore centrale nella nuova architettura doganale dell’Unione. All’interno mostra un Paese che fatica a presentarsi coeso quando si tratta di distribuire potere, funzioni e benefici. La sede dell’Euca non è solo un edificio. È una prova politica. Ed è su questo terreno che l’Italia, oggi, arriva spaccata.
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