Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Diciotto mesi dopo la conversione in legge del decreto sulle liste d’attesa, il bilancio resta fermo. I cittadini continuano ad aspettare, a pagare di tasca propria o a rinunciare alle cure. I risultati concreti promessi dal governo restano sulla carta. È la fotografia chiara che emerge dall’ultima analisi della Fondazione Gimbe, che ha monitorato lo stato di attuazione del DL 73/2024 e il funzionamento della Piattaforma nazionale delle liste d’attesa sui dati del 2025.
La piattaforma raccoglie quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate in un anno tra visite specialistiche ed esami diagnostici. Un volume imponente, che avrebbe dovuto restituire trasparenza e consentire ai cittadini di capire dove e perché il sistema si inceppa. Invece i dati pubblicati restano aggregati a livello nazionale, privi di qualsiasi dettaglio regionale, aziendale o per singola prestazione. Nessuna distinzione tra pubblico e privato accreditato, nessuna fotografia delle differenze territoriali. In pratica, uno strumento che osserva molto ma spiega poco.
Il cuore del problema resta normativo. A oggi risultano adottati solo quattro dei sei decreti attuativi previsti dalla legge. Mancano ancora quelli decisivi: la metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Servizio sanitario nazionale e le linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette nei Cup. Due snodi essenziali per intervenire sulle liste. Senza quei provvedimenti, il sistema continua a funzionare con le stesse fragilità strutturali di prima, mentre le rassicurazioni istituzionali si accumulano senza produrre effetti misurabili.
Nel frattempo la piattaforma resta ferma alla versione iniziale, nonostante annunci ripetuti di aggiornamenti mai arrivati. Solo a gennaio 2026 è stato pubblicato il decreto che ripartisce alle Regioni oltre 27 milioni di euro per realizzare l’infrastruttura informatica necessaria all’interoperabilità dei sistemi. Un ritardo che ha azzerato le tempistiche promesse e rimesso il contatore a zero.
Il monitoraggio dei tempi di attesa viene restituito attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che escludono sistematicamente il 25 per cento delle prenotazioni con le attese più lunghe. Un metodo che attenua l’impatto reale dei ritardi e rende difficile capire se i tempi massimi garantiti vengano rispettati. La conseguenza è una “coda invisibile” di pazienti che resta fuori dal racconto ufficiale.
Gli esempi analizzati da Gimbe parlano chiaro: per prestazioni molto diffuse come la prima visita oculistica o l’ecografia dell’addome completo, una quota consistente di cittadini attende ben oltre i limiti previsti, con punte che arrivano a diversi mesi. In quel tempo sospeso si collocano le rinunce alle cure e l’aumento della spesa privata, confermato anche dai dati Istat: nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria.
Un altro dato pesa come un macigno. Dalla differenza tra le prenotazioni totali e quelle considerate per il rispetto dei tempi emerge una stima: circa il 30 per cento delle prestazioni viene erogato in intramoenia. Una quota stabile, che indica come la libera professione resti una valvola di sfogo sistemica per aggirare le attese, spostando il costo sulle famiglie.
La piattaforma, però, non offre alcun supporto informativo ai cittadini quando i tempi garantiti vengono superati. Nessuna indicazione su tutele, segnalazioni o percorsi alternativi. Il diritto alla salute resta formalmente riconosciuto, ma privo di strumenti operativi per essere esercitato.
Il decreto sulle liste d’attesa nasceva come risposta urgente a un’emergenza cronica. A distanza di un anno e mezzo, il ritardo normativo e quello tecnologico raccontano un fallimento che in molti avevano previsto. Le liste del resto sono il sintomo di un indebolimento progressivo del Servizio sanitario nazionale, aggravato dalla carenza di personale e dall’assenza di riforme organizzative incisive e da una digitalizzazione incompleta. Intanto, l’attesa continua a trasformarsi in esclusione silenziosa, con costi sanitari ed economici scaricati sui cittadini. Fino alla prossima promessa.
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Matteo Salvini continua a ripetere che i fondi del Ponte sullo Stretto “non si toccano”, che spostarli sarebbe impossibile, che la legge lo vieta. È una frase semplice, ripetuta con sicurezza. Ma è vero?
Il finanziamento del Ponte poggia in larga parte sul Fondo sviluppo e coesione 2021-2027, lo strumento con cui lo Stato dovrebbe ridurre i divari territoriali. Un fondo pluriennale, programmabile, appositamente costruito per essere adattato alle priorità. La sua architettura prevede risorse che diventano rigide solo quando maturano obbligazioni giuridicamente vincolanti. Sul Ponte questo passaggio risulta ancora centrale nel racconto politico, molto meno nei fatti.
Negli ultimi anni lo Stato ha spostato fondi FSC più volte. Durante la pandemia per sostenere sanità e imprese. Nel 2022 e nel 2023 per compensare l’aumento dei costi delle materie prime. Dopo l’alluvione in Emilia-Romagna per finanziare interventi urgenti di messa in sicurezza. Nel 2025 la stessa Regione Siciliana ha rimodulato risorse di coesione per rispondere a eventi calamitosi. Tutto attraverso atti formali, delibere, variazioni di bilancio. Nessuna forzatura. Nessuna eccezione.
Anche il Ponte ha già beneficiato di questa elasticità. Nel 2023 un emendamento alla manovra ha ridotto il contributo diretto dello Stato, compensando con un prelievo di circa 1,6 miliardi dalle quote FSC di Sicilia e Calabria, oltre a risorse ministeriali destinate al Mezzogiorno. È il punto che smonta l’intera narrazione dell’intoccabilità: se i fondi territorializzati sono stati spostati per finanziare l’opera, la reversibilità esiste. Ed è stata esercitata.
La cornice giuridica resta quella ordinaria. Il FSC nasce nel decreto legislativo 88/2011, viene rifinanziato e rimodulato con le leggi di bilancio, entra nel ciclo attuale con gli stanziamenti impostati dalla legge 178/2020. Con il decreto-legge 124/2023 arrivano gli Accordi per la coesione, che legano risorse e cronoprogrammi, lasciando aperture esplicite alle variazioni quando emergono priorità sopravvenute o calamità. Il meccanismo passa dal CIPESS: lo stesso circuito che ha già deliberato rimodulazioni per adeguamenti e riallocazioni.
C’è poi un passaggio che Salvini evita accuratamente. I fondi del Ponte, per oltre un miliardo, arrivano da risorse sottratte alla Sicilia. Erano destinate a interventi diffusi: manutenzione, messa in sicurezza idrogeologica, reti stradali e ferroviarie interne. Sono state concentrate su un’unica opera. Dire che “non si possono togliere soldi ai siciliani per aiutare i siciliani” significa cancellare questa cronologia.
Nel frattempo l’iter del Ponte continua a rallentare. Rilievi della Corte dei conti, atti aggiuntivi contestati, slittamenti continui. Nella manovra per il 2026 il governo ha rinviato centinaia di milioni agli anni successivi proprio per l’assenza di impegni perfezionati. Risorse iscritte a bilancio ma ancora nella fase della prenotazione.
Il quadro è semplice e chiaro. La normativa consente la rimodulazione. La prassi dello Stato la conferma. Il governo l’ha già praticata quando serviva al Ponte. L’impossibilità evocata dal ministro risulta priva di base normativa. Solo che questa volta a farne le spese sono i cittadini che continuano a essere in emergenza nonostante l’emergenza sia già scomparsa dalle prime pagine dei giornali. Sullo sfondo resta una scelta politica consapevole: difendere un simbolo, anche mentre il territorio chiede messa in sicurezza. Salvini parla di vincoli. I documenti raccontano un’altra storia.
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A Gaza la sanità diventa un atto amministrativo. Israele annuncia lo stop alle operazioni di Medici Senza Frontiere e lo fa invocando una richiesta di elenchi del personale palestinese. MSF risponde parlando di sicurezza violata e di un pretesto per bloccare l’assistenza. Il risultato è concreto: reparti che chiudono, équipe che si fermano, emergenze che restano scoperte. La cura entra nel perimetro del permesso.
Francesca Albanese lo scrive senza ambiguità: creare “condizioni di vita” significa anche smantellare l’infrastruttura medica, fino ai servizi d’emergenza. A Gaza questa formula prende corpo. Ospedali colpiti, ambulanze fermate, ora una ONG medica espulsa con un atto burocratico. La guerra prosegue quando finisce il bombardamento.
Nelle stesse ore, da Madrid arriva una richiesta ufficiale di ritiro del provvedimento: l’attività di MSF viene definita essenziale per salvare vite a Gaza e in Cisgiordania. La risposta internazionale resta confinata alle parole, mentre sul terreno la medicina diventa sospetta per definizione. Chi cura viene trattato come parte del problema.
Poi c’è l’altro gesto, più politico e altrettanto rivelatore. L’ufficio del primo ministro israeliano dichiara che Israele rifiuta l’uso di simboli dell’Autorità Palestinese e che la PA resterà fuori dall’amministrazione di Gaza. Si discute di un logo mentre si decide chi può esistere come interlocutore. Anche qui il controllo passa dai segni: nomi, liste, emblemi.
Oggi, a Roma, il rapporto di Albanese arriva alla Camera e scatena reazioni di rigetto nella maggioranza. Stesso copione, latitudine diversa: delegittimare chi descrive i fatti mentre si restringe lo spazio della vita. A Gaza la sanità viene autorizzata, la politica viene simbolizzata, l’esistenza viene regolata. È una gestione per sottrazione, dove perfino curare diventa una concessione.
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C’è una linea che attraversa l’Atlantico e tiene insieme Washington e Roma. Non passa dai proclami ma dagli atti amministrativi, dai tagli selettivi, dalle parole chiave ripetute come giustificazione. L’Economic Policy Institute, in un’analisi firmata da Ismael Cid-Martinez e Valerie Wilson, ha messo in fila sei azioni dell’amministrazione Donald Trump che colpiscono in modo diretto e sistemico le minoranze negli Stati Uniti. Letta in controluce, quella lista racconta molto anche dell’Italia di oggi.
La prima riguarda il lavoro. L’amministrazione Trump ha indebolito gli strumenti federali che servivano a far rispettare il Titolo VII del Civil Rights Act del 1964. La Equal Employment Opportunity Commission è stata svuotata di personale e dati, l’Office of Federal Contract Compliance Programs ridotto all’irrilevanza. Il risultato è semplice: discriminare sul lavoro diventa più facile, soprattutto per chi ha contratti fragili o dipende dagli appalti pubblici. L’Epi parla di un arretramento di sessant’anni. In Italia, la discussione ricorrente sull’abrogazione o sul ridimensionamento della legge Mancino e il controllo politico sull’Unar raccontano una stessa diffidenza verso l’idea che lo Stato debba vigilare sulle discriminazioni.
La seconda azione colpisce l’istruzione. Trump ha sabotato l’accesso equo all’università, smantellando il Dipartimento dell’Istruzione e attaccando i programmi di diversità, equità e inclusione. L’Epi segnala anche le restrizioni verso studenti nati all’estero, fino alla minaccia di esclusione da atenei come Harvard. In Italia, il lessico è diverso ma il meccanismo converge: centralità del “merito” sganciato dalle condizioni di partenza, proposte di tetti alla presenza di alunni stranieri, retorica disciplinare che colpisce soprattutto chi parte svantaggiato.
La terza azione riguarda l’economia delle minoranze. Negli Stati Uniti è stata di fatto eliminata la Minority Business Development Agency, creata nel 1969 per sostenere le imprese di proprietà di neri e latinos nell’accesso al credito e ai contratti. L’Epi parla di “omicidio istituzionale” rallentato solo dai tribunali. In Italia non esiste un’agenzia analoga e la politica industriale resta cieca rispetto all’imprenditoria migrante, mentre cresce una narrazione identitaria sul “made in Italy” che esclude chi non rientra nel perimetro simbolico della nazione.
La quarta azione passa dal cibo. Il Congresso a maggioranza repubblicana ha tagliato il Supplemental Nutrition Assistance Program, 230 miliardi di dollari in dieci anni. A fine 2024 il programma sosteneva oltre 42 milioni di persone, con una quota altissima di famiglie nere e native. L’Epi documenta l’impatto sproporzionato su chi già vive sotto la soglia di povertà. In Italia, l’abolizione del Reddito di cittadinanza e i requisiti più rigidi dell’Assegno di inclusione hanno prodotto l’esclusione di centinaia di migliaia di persone, molte delle quali straniere o lavoratori poveri.
La quinta azione riguarda la sanità. Trump ha ridotto i fondi a Medicaid e al programma sanitario per l’infanzia, preparando quello che l’Epi definisce una futura crisi di salute pubblica. I tagli ai Centers for Disease Control e ai National Institutes of Health colpiscono anche la ricerca sulle disuguaglianze razziali. In Italia, il definanziamento reale del Servizio sanitario nazionale, certificato dai dati Gimbe, produce un effetto territorialmente e socialmente selettivo: chi ha meno risorse rinuncia alle cure.
La sesta azione è ideologica ma produce effetti materiali. L’amministrazione Trump ha legittimato la teoria della “discriminazione inversa”, presentando le tutele per le minoranze come un attacco alla maggioranza bianca. È la cornice che rende accettabili tutte le altre misure.
Qui la distanza si riduce. In Italia, la retorica del “razzismo anti-italiano”, le evocazioni della “sostituzione etnica”, la criminalizzazione dei poveri e dei migranti svolgono la stessa funzione. Trasformano politiche di taglio e di esclusione in atti di autodifesa nazionale. L’analisi dell’Epi descrive un progetto coerente: smantellare le conquiste del movimento per i diritti civili senza dirlo apertamente, usando leve amministrative, bilanci, criteri di accesso. La comparazione con l’Italia mostra una convergenza di metodo, prima ancora che di contenuti.
Negli Stati Uniti come in Italia, il punto è l’accumulo. Lavoro, scuola, impresa, cibo, sanità, linguaggio pubblico. Ogni tassello sposta il confine di ciò che viene considerato normale. Quando la protezione delle minoranze diventa un fastidio ideologico, l’uguaglianza smette di essere un principio e diventa una concessione revocabile. È questo il filo che lega Washington a Roma.
L’articolo Trump, le sei politiche discriminatorie degli Usa e le inquietanti convergenze di metodo con l’Italia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Il ciclone Harry ha fatto quello che le politiche europee cercano da anni: cancellare le persone senza lasciare traccia. Almeno mille, dicono oggi le ong, mentre il conteggio ufficiale si ferma a 380 dispersi. La differenza tra questi numeri è lo spazio in cui prospera l’irresponsabilità istituzionale. In quei giorni, dal litorale tunisino sono partiti almeno ventinove barchini, molti in ferro, spinti in mare durante una tempesta annunciata. Due soli sono arrivati o sono riusciti a tornare indietro. Gli altri sono diventati silenzio.
Le testimonianze raccolte da Refugees in Libya parlano di partenze forzate, di trafficanti che accelerano, di raid della Guardia nazionale tunisina negli accampamenti intorno a Sfax. Una pressione che spinge verso il mare anche quando il mare è una condanna. I racconti coincidono: barche spezzate, scafi capovolti, corpi tra le onde. Un ragazzo della Sierra Leone, Ramadan Konte, è rimasto aggrappato per ore a un relitto. Attorno a lui, decine di cadaveri. Su quella barca c’erano suo fratello, sua cognata, suo nipote. Nessuno è sopravvissuto.
Malta ha recuperato dodici corpi. Uno è stato riportato a terra dalla Ocean Viking per garantirgli un nome, almeno una sepoltura. Tutto il resto è rimasto in mare. Italia e Malta- denunciano Mediterranea e le altre ong – hanno taciuto. Nessuna operazione di ricerca su larga scala, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna parola pubblica mentre le famiglie aspettano notizie sulle due sponde del Mediterraneo.
Ma la strage non è un evento naturale. È il prodotto di scelte precise: esternalizzare le frontiere, delegare a Paesi terzi la gestione della violenza, trasformare il soccorso in un fastidio politico. Il mare, ancora una volta, viene usato come strumento di governo. E i morti diventano un dettaglio contabile.
Buon martedì.
foto wik
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