Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Rafah “riapre”, dicono. Ma la cronaca resta fuori. Israele ha ribadito davanti alla Corte Suprema che, anche con il valico operativo, i giornalisti stranieri non entreranno a Gaza. La motivazione è sempre la stessa: sicurezza. È una parola che funziona come un interruttore. Si accende per chiudere gli accessi, si spegne quando serve giustificare quello che accade sul terreno.
Così la guerra continua a essere raccontata per delega. Comunicati militari, immagini filtrate, numeri che arrivano senza possibilità di verifica indipendente. Sedici mesi dopo l’inizio dell’offensiva, la richiesta della stampa internazionale resta sospesa, rinviata, congelata. Si discute di “fase due”, di corridoi umanitari, di governance futura, mentre l’unica decisione costante è impedire lo sguardo.
Intanto, fuori da Gaza ma dentro lo stesso metodo, la violenza avanza in Cisgiordania. Il 27 gennaio, a Masafer Yatta, decine di coloni hanno attaccato i villaggi palestinesi di Al-Fukhait e Khirbet al-Halalawa: pietre, spray urticante, incendi, bestiame rubato. Le ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese sono state prese di mira e bloccate. I soccorsi fermati. Le ferite lasciate a terra.
Masafer Yatta è il luogo raccontato da No Other Land, premiato agli Oscar. È già un simbolo globale. Eppure continua a essere trattato come una zona franca della responsabilità, dove l’assenza di testimoni diventa parte integrante dell’operazione. Nella stessa giornata, a sud di Hebron, un ragazzo di vent’anni, Mohammad Rajeh Nasrallah, è morto dopo essere stato colpito durante un’operazione militare israeliana. Un altro nome che scivola nella statistica.
A Gaza si chiudono i varchi della cronaca, in Cisgiordania si spezzano quelli del soccorso. È lo stesso disegno: controllo totale del visibile. Rafah come promessa, il silenzio come metodo. E mentre si discute di accessi “tecnici”, la realtà resta sequestrata. Non per mancanza di fatti, ma per eccesso di paura di chi li potrebbe raccontare.
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La Sicilia sta cedendo pezzo dopo pezzo, e a Niscemi il dissesto ha assunto la forma più brutale: una città che si spacca, case che si svuotano, strade che scompaiono. Il fronte della frana che avanza nell’area del torrente Benefizio ha ormai raggiunto i quattro chilometri. In alcuni punti il terreno si è abbassato di venticinque metri. Circa 1.500 persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni, evacuate in via preventiva mentre il sottosuolo continua a muoversi. Interi quartieri risultano inaccessibili. Tre strade su quattro sono state chiuse. Il rischio concreto è l’isolamento totale del centro abitato.
La frana si è riattivata con violenza dopo il primo evento di metà gennaio, aggravata dalle piogge estreme del ciclone Harry che ha colpito la Sicilia orientale e la fascia ionica. Tecnici e Protezione civile parlano di una situazione in peggioramento costante. La zona rossa è stata ampliata fino a 150 metri. Le scuole restano chiuse. Le famiglie sfollate si arrangiano tra parenti, amici e brandine allestite nel palazzetto dello sport.
Il dissesto di Niscemi affonda le radici nel tempo. I geologi lo collegano direttamente alla grande frana del 1997, mai risolta in modo strutturale. Michele Orifici, vicepresidente della Società italiana di geologia ambientale, parla apertamente di evoluzione di un fenomeno noto e sottovalutato per decenni. Le piogge estreme hanno fatto il resto, accelerando una fragilità già scritta nella geologia del territorio.
La Sicilia conosce bene questo copione. Eventi meteorologici sempre più intensi, consumo di suolo, manutenzione assente. Secondo i dati Snpa, quasi il 30 per cento delle coste siciliane entro i 300 metri risulta cementificato. Anche nel 2024 si è continuato a costruire lungo le linee di costa. Quando il terreno cede, la sorpresa dura il tempo di un titolo.
Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per Sicilia, Calabria e Sardegna, stanziando 100 milioni di euro complessivi per i primi interventi. Una cifra che, a fronte di danni stimati dalle Regioni in circa tre miliardi, viene definita insufficiente dalle amministrazioni locali e dalle organizzazioni sindacali. La Cgil parla di risposte inadeguate e di assenza totale di misure strutturali.
Il problema si allarga oltre Niscemi. A Messina e lungo la costa ionica il ciclone Harry ha cancellato chilometri di litorale, mettendo in ginocchio turismo e lavoro stagionale. Migliaia di persone rischiano di restare senza reddito per mesi, senza ammortizzatori adeguati. I collegamenti ferroviari e stradali risultano compromessi. La mobilità è ridotta a soluzioni provvisorie che rallentano anche le attività rimaste aperte.
Niscemi diventa così un simbolo preciso. Una città che affonda mentre lo Stato misura l’emergenza a rate. Il dissesto idrogeologico smette di essere una variabile imprevista e si presenta per quello che è: il risultato accumulato di scelte rinviate, territori lasciati scoperti, prevenzione trattata come voce accessoria. Quando il terreno cede, il conto arriva tutto insieme. E il sospetto è che alla fine paghino sempre e solo i soliti noti. Intanto a Roma si briga per il Ponte.
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La versione ufficiale sulla morte di Alex Pretti comincia a incrinarsi dall’interno. Dopo giorni di dichiarazioni aggressive, accuse rovesciate sulla vittima e ricostruzioni contraddittorie, la Casa Bianca ammette che qualcosa non ha funzionato. A farlo è Stephen Miller, consigliere centrale di Donald Trump sulla linea dura sull’immigrazione, che riconosce possibili «violazioni di protocollo» da parte degli agenti federali intervenuti a Minneapolis.
L’ammissione arriva il 28 gennaio, quando l’inchiesta federale è già formalmente avviata e un rapporto riservato del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) è stato trasmesso al Congresso. Miller spiega che le direttive operative prevedevano la creazione di una barriera fisica tra le squadre impegnate negli arresti e i manifestanti. Quelle istruzioni, afferma, potrebbero non essere state rispettate dagli agenti dell’ICE. È un cambio di tono netto rispetto alle prime ore dopo la sparatoria, quando lo stesso Miller aveva definito Pretti un presunto «assassino».
Il documento del DHS chiarisce un punto che l’amministrazione aveva evitato di esplicitare: a sparare sono stati due agenti federali, non uno solo. Un agente della Border Patrol ha utilizzato una Glock 19, un agente del Customs and Border Protection Officer una Glock 47. Gli spari arrivano a circa cinque secondi da un urlo — «Ha una pistola!» — pronunciato durante una colluttazione.
Ma il rapporto contiene un’omissione centrale. In nessun passaggio si afferma che Pretti abbia tentato di estrarre l’arma o che la impugnasse al momento dei colpi. Anzi, dalla ricostruzione emerge che l’uomo era già a terra, disteso pancia a terra, quindi in una posizione di totale inermità. Le immagini video e le testimonianze raccolte successivamente confermano che Pretti portava una pistola legalmente detenuta, ma non la stava impugnando. Gli agenti gliel’avevano già sottratta prima di colpirlo più volte.
È su questa distanza tra le prime dichiarazioni ufficiali e la ricostruzione documentale che si innesta ora la svolta giudiziaria.
La famiglia di Alex Pretti ha annunciato una causa civile per violazione dei diritti costituzionali e omicidio colposo contro il Dipartimento per la Sicurezza Interna e le agenzie federali coinvolte. I legali puntano sui ritardi nell’ammettere che a sparare siano stati due agenti e sull’ammissione implicita che Pretti fosse disarmato al momento degli spari. Parlano apertamente di «esecuzione sommaria» e chiedono la pubblicazione integrale, senza censure, di tutti i filmati delle bodycam, considerati decisivi per chiarire i pochi secondi che hanno preceduto la morte.
Intanto la pressione politica cresce. Washington ha disposto la rimozione del capo dell’ICE sul campo a Minneapolis, Greg Bovino, e l’allontanamento di una parte degli agenti federali. Le proteste, partite dal Minnesota, si sono estese ad altre città. In manifestazioni pubbliche e in eventi sportivi, il volto di Alex Pretti viene proiettato sui maxischermi e accolto da minuti di applausi. La sua figura diventa simbolo della contestazione contro le operazioni federali sull’immigrazione e contro l’uso della forza nelle proteste civili.
L’inchiesta federale è ancora all’inizio. Ma un punto è ormai acquisito: la narrazione costruita nelle prime ore non regge alla verifica dei documenti. E a certificarlo, per la prima volta, è la stessa amministrazione che l’aveva diffusa.
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Piccolo manuale di istruzioni su come trasformare una vicenda tecnica in un disastro politico. Accade quando chi governa parla senza sapere, corregge senza spiegare, e infine minimizza mentre i fatti lo smentiscono. La storia di Ice a Milano, nel perimetro delle Olimpiadi, è tutta qui: una catena di dichiarazioni contraddittorie che racconta un potere incapace di tenere il filo della propria comunicazione. Sullo sfondo rimangono i nazistelli al guinzaglio di Trump.
Prima la presenza viene trattata come routine, poi diventa un fraintendimento, poi ancora subito dopo una “voce priva di conferme”. Mentre Piantedosi e Fontana si contraddicono a vicenda dagli Stati Uniti arriva la conferma formale. A quel punto parte la tragicomica retromarcia: e via con gli incontri istituzionali e le rassicurazioni tardive. Il risultato? Una sequenza che inchioda il governo alla sua vera fragilità: balbettare ogni volta di fronte agli Usa di Trump.
Il problema non è la cooperazione di sicurezza, pratica consolidata in ogni grande evento. Il vero problema è la gestione pubblica di quella cooperazione. Ogni volta che il lessico scivola nei paragoni estremi e si invocano spettri per rassicurare, si ottiene l’effetto opposto: si alza la temperatura e si sposta il discorso dal merito al simbolo. Così Ice diventa una parola tossica perché nessuno ha fissato subito i confini, le competenze, la catena di comando che resta italiana.
Intanto le istituzioni si smentiscono a vicenda. Regione, Viminale, Comune parlano lingue diverse. E così la sicurezza dei Giochi passa in secondo piano rispetto allo spettacolo di un potere che appare disallineato. In questo vuoto, la notizia vera arriva dall’estero, mentre qui si inseguono titoli e rettifiche.
Questo è il veleno che resta: un governo che pretende autorevolezza internazionale e mostra improvvisazione domestica. I fascistelli di Trump saranno a Milano. Poi c’è la figuraccia internazionale: le Olimpiadi chiedono affidabilità e l’Italia, in questa storia, ha offerto solo confusione. E la confusione, quando riguarda la sicurezza, è già una responsabilità politica.
Buon mercoledì.
Dopo le auto, ora tocca agli aerei. Il copione è lo stesso, il bersaglio pure: le regole climatiche dell’Unione europea. Il precedente è fresco. Quando la lobby dell’automotive ha ottenuto di svuotare la messa al bando dei motori a combustione dal 2035, a Bruxelles è passato un messaggio chiaro: se la pressione è coordinata, il Green Deal arretra. Oggi l’aviazione sta provando a replicare quella vittoria, usando argomenti, alleanze e tempistiche già testate.
La frenata sull’auto è diventata un manuale operativo. Costruttori e governi alleati hanno riscritto una norma che doveva segnare una svolta, trasformandola in un obiettivo diluito: meno vincoli immediati, più promesse future. È quel passaggio che ha incoraggiato il settore aereo a muoversi. Secondo un’inchiesta di Politico le compagnie guardano esplicitamente a quanto accaduto alle auto come al modello da seguire. Patrick Pouyanné, amministratore delegato di TotalEnergies, lo ha detto senza giri di parole al World Economic Forum di Davos: «Quello che è successo alla regolazione delle auto succederà anche ai carburanti sostenibili per l’aviazione».
Il nodo è il regolamento ReFuelEu, che impone quote crescenti di carburanti sostenibili nei serbatoi: 2 per cento nel 2025, 6 per cento nel 2030, fino al 70 per cento nel 2050. Le compagnie contestano costi e disponibilità, definiscono i target irrealistici, chiedono sistemi alternativi di compensazione. È la stessa logica usata dall’auto: spostare il dibattito dalla riduzione delle emissioni alla tutela della competitività.
La pressione si muove su più fronti. Da un lato, l’attacco al prezzo del carbonio. L’inclusione dell’aviazione nel sistema Ets e la fine delle quote gratuite dal 2026 significano miliardi di euro di costi aggiuntivi. Airlines for Europe ha stimato in 2,3 miliardi il conto ETS pagato nel 2025, destinato a salire fino a 5 miliardi entro il 2030. Dall’altro, la contestazione delle regole sugli effetti climatici “non-CO2”, come le scie di condensazione, che incidono in modo rilevante sul riscaldamento globale. Qui la strategia è nota: enfatizzare l’incertezza scientifica per rinviare ogni obbligo.
Intanto si costruisce l’asse politico. Germania e Italia, già decisive nel ridimensionare le norme sulle auto, tornano centrali. Giorgia Meloni ha parlato apertamente di cambio di passo sulla competitività industriale, denunciando una transizione verde «ideologica» che metterebbe in ginocchio le imprese europee. Matteo Salvini ha definito Ets e tasse sui trasporti «suicidio economico», promettendo di smontarle pezzo dopo pezzo. È lo stesso linguaggio che aveva accompagnato la difesa dei motori termici.
La Commissione prova a resistere. Il commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha ribadito che senza investimenti immediati sui carburanti sostenibili l’Europa mancherà gli obiettivi del 2030. Sul fronte climatico, Wopke Hoekstra ha promesso battaglia contro i privilegi fiscali dell’aviazione. Ma il contesto è cambiato. Dopo la retromarcia sull’auto, ogni settore in difficoltà sa di poter chiedere una deroga in nome della “realtà economica”.
La partita sugli aerei diventa così un banco di prova politico. Se anche qui Bruxelles accetterà flessibilità, rinvii e scorciatoie contabili, il Green Deal uscirà trasformato: meno transizione, più compromesso industriale. Con un rischio evidente. Ogni arretramento settoriale viene presentato come eccezione, ma finisce per diventare la regola. E a forza di rinviare, la transizione resta sulla carta, mentre le emissioni continuano a volare. E come al solito il governo italiano è in prima file per provare a scardinare la transizione.
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