Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
C’è un numero che pesa più di molte dichiarazioni politiche. È scritto nero su bianco nella Relazione al Parlamento sul Servizio sanitario nazionale approvata il 19 gennaio dalla Corte dei conti. Nel triennio 2022-2024 la voce di spesa cresciuta più di tutte è quella dei “consumi intermedi”, con un aumento del 7,5 per cento. Nello stesso periodo, complice l’inflazione e il finanziamento fermo del Fondo sanitario deciso dal governo Meloni, la spesa sanitaria complessiva è cresciuta di circa l’1 per cento in termini reali. La distanza tra questi due dati racconta una scelta strutturale, con ricadute immediate su bilanci e corsie.
I consumi intermedi dovrebbero indicare farmaci, dispositivi, servizi. Oggi raccontano altro. In quella voce finiscono i contratti esternalizzati che tengono in piedi reparti e turni: cooperative che forniscono infermiere e infermieri, professionisti a partita Iva, medici a gettone. Personale che svolge le stesse mansioni dei dipendenti del Ssn, con salari più bassi e tutele ridotte, pagato però molto di più dalle aziende sanitarie. Un paradosso certificato dai magistrati contabili e ricostruito anche da Collettiva: si risparmia sugli organici stabili e si spende di più comprando lavoro sul mercato.
Qui entra il tema che la Corte mette al centro: la leggibilità dei conti. Quando ore di lavoro diventano “servizi acquistati”, lo stipendio si trasforma in fattura e il costo cambia forma prima ancora che sostanza. La spesa di personale scivola dentro un capitolo pensato per beni e servizi, rendendo più complicato misurare quanto vale davvero l’esternalizzazione, confrontare aziende, valutare scelte e responsabilità. La Corte richiama l’esigenza di chiarire presupposti giuridici ed economici di queste operazioni e di indicare con precisione le voci di conto economico in cui vengono registrate: trasparenza contabile come condizione minima di governo della spesa.
Il fenomeno era stato indicato come emergenziale. Il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva annunciato l’uscita dei gettonisti da ospedali e ambulatori. Intanto la Corte osserva che, dopo una breve flessione, nel 2024 la dinamica dei consumi intermedi torna a salire. La ragione è nota: tetti di spesa sul personale ancora operativi, concorsi lenti, dimissioni in aumento. Il risultato è un sistema che affitta turni per garantire i Lea e sposta costi di natura salariale in capitoli di bilancio meno trasparenti.
La distorsione ha un impatto diretto sui conti e sulla qualità dei servizi. Un medico a gettone può costare all’azienda sanitaria il doppio o il triplo di un dipendente, senza continuità organizzativa e senza investimento sul capitale umano. La Corte invita a seguire il fenomeno “con particolare attenzione” perché intreccia due rischi immediati: l’aumento strutturale della spesa e la fragilità dell’assistenza. Dove il ricorso alle esternalizzazioni è più alto, la carenza di personale è più grave. E la continuità clinica diventa un problema operativo: turni coperti “a chiamata”, reparti in cui chi entra resta il tempo di una guardia, procedure e protocolli imparati al volo, passaggi di consegne compressi.
La lettura sindacale coincide con quella dei magistrati. Per Michele Vannini, segretario nazionale della Fp Cgil, il gettonismo è diventato una risposta ordinaria a vuoti di programmazione. Gli ultimi rinnovi contrattuali hanno recuperato solo una parte dell’inflazione accumulata. Chi può lascia il pubblico e spesso rientra dalla porta laterale, come esterno, alimentando un circuito che drena risorse. Ogni euro speso per comprare turni è un euro sottratto a organici stabili, formazione, continuità di cura.
Il dato del +7,5 per cento pesa perché descrive una sanità che tiene aperti i reparti pagando di più il lavoro e svalutando chi resta. Finché il personale dipendente resterà il capitolo da comprimere, i consumi intermedi continueranno a crescere. La Corte dei conti lo registra, la politica lo conosce, il conto arriva ai pazienti e ai bilanci pubblici.
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I numeri sono diventati ingestibili e quindi la propaganda è caduta. L’IDF “accetta” il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Sanità di Gaza perché non ha più margine per negarlo. Non perché sia improvvisamente affidabile. Perché è già vecchio.
Chi racconta questo genocidio sa bene che i numeri ufficiali arrivano sempre in ritardo rispetto alla realtà. Arrivano quando i corpi sono stati recuperati, identificati, registrati. Arrivano quando esistono ancora ospedali funzionanti, registri consultabili, personale vivo. A Gaza tutto questo è saltato da mesi. Le cifre pubblicate raccontano ciò che è stato contato, non ciò che è accaduto.
L’IDF sa che il totale reale supera quello che oggi viene discusso nei comunicati. Sa che sotto le macerie ci sono morti senza nome. Sa che i decessi indiretti, per fame, infezioni, mancata assistenza, stanno crescendo fuori da qualsiasi statistica. Accettare il bilancio ufficiale serve a chiudere il fronte del dibattito pubblico, non serve a dire la verità. Non cascateci.
Per mesi il lavoro dei giornalisti palestinesi è stato liquidato come propaganda. Hanno mostrato corpi, elenchi, nomi. Hanno raccontato la distruzione mentre venivano accusati di gonfiare i numeri. Oggi quelle cifre diventano improvvisamente “utilizzabili”. Perché? perché sono inferiori alla realtà che incombe.
Il negazionismo ha avuto una funzione politica precisa: guadagnare tempo. Ogni giorno passato a discutere se i morti fossero davvero così tanti è stato un giorno sottratto alla responsabilità. Ogni dubbio seminato sui numeri ha protetto le decisioni che li producevano.
Quando anche l’esercito che bombarda accetta il conteggio delle vittime, significa che quel numero non fa più paura. È già stato superato. E chi lo ha raccontato dall’inizio aveva ragione. Non per ideologia. Perché era lì.
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Sapevano. I documenti c’erano, le firme pure. E oggi, davanti al disastro, la linea è una sola: spostare la colpa, abbassare il volume dei fatti, riscrivere la cronologia. È il copione che accompagna ogni emergenza annunciata e ogni responsabilità evitata. Niscemi rientra in questa categoria. Quando il ministro Nello Musumeci scarica sui sindaci la mancata segnalazione della frana, prova a costruire una narrazione comoda: l’inerzia locale, il fatalismo siciliano, l’imprevedibilità. Peccato che quella versione non regga alla carta. Nel marzo 2022, da presidente della Regione, Musumeci approva l’aggiornamento del Piano per l’assetto idrogeologico del Comune. Negli allegati si parla esplicitamente di frana “attiva”, di pericolosità elevata, di zona rossa a ridosso del centro abitato. Non una scoperta improvvisa, ma una conferma tecnica di ciò che era noto da decenni.
Un fronte attivo, però, non è un dettaglio lessicale. È una condizione che impone atti conseguenti come sgomberi, protezione civile e interventi urgenti. Competenze che in Sicilia fanno capo alla Presidenza della Regione. Eppure nulla accade. Né allora né negli anni successivi. La Regione, che oggi dice di avere appreso tutto solo di recente, aveva già incrociato Niscemi almeno dal 2016, quando chiede finanziamenti alla struttura di missione di Palazzo Chigi per il consolidamento del versante. I progetti preliminari esistono, le cifre sono nero su bianco, i dossier circolano.
Anche sul fronte delle emergenze la storia non cambia. Dal 1997 al 2002 la Protezione civile regionale emana nove ordinanze urgenti per Niscemi. Si avvia un appalto, si rescinde il contratto, i lavori restano incompiuti. Dal 2014 al 2023, sotto i governi Crocetta e Musumeci, il silenzio. Solo nel 2023 arrivano altri dieci milioni, ancora fermi. Le informazioni c’erano, sono le decisioni che mancano.
In questo quadro, attribuire tutto ai sindaci serve solo a evitare di spiegare perché, pur sapendo, si è scelto di aspettare. La sottovalutazione diventa colpa altrui, l’inerzia fatalismo. Ma la verità prima o poi presenta il conto: quella che arriva dopo anni di omissioni, quando l’emergenza esplode e qualcuno deve dire di non aver visto. Anche se aveva firmato.
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La tassa sui pacchi doveva essere il vessillo della “sovranità economica”: colpire l’e-commerce cinese, riequilibrare la concorrenza, incassare risorse per lo Stato. A poche settimane dall’entrata in vigore è diventata l’ennesima prova di un sovranismo che promette controllo e produce solo caos. I pacchi continuano ad arrivare, i soldi promessi restano immaginari, il sistema logistico italiano paga il prezzo. Un disastro annunciato, l’ennesimo.
Dal primo gennaio 2026 l’Italia applica un contributo fisso di due euro su ogni spedizione sotto i 150 euro proveniente da Paesi extra-Ue, con un bersaglio esplicito: le piattaforme cinesi. Il governo l’ha presentata come atto di forza, una correzione “italiana” a un problema europeo. In realtà è stata una mossa solitaria in un mercato unico privo di frontiere doganali interne. Bruxelles ha già calendarizzato una riforma comune da luglio 2026; Roma ha scelto di anticiparla da sola, regalando agli operatori globali sei mesi di arbitraggio perfetto.
Il risultato era facilmente prevedibile e ampiamente previsto: le grandi piattaforme non hanno ridotto vendite o spedizioni ma hanno semplicemente spostato i punti di ingresso. I pacchi entrano in Europa da altri scali, vengono sdoganati lì e poi circolano liberamente fino ai destinatari italiani. Facendo così non c’è nessuna violazione, nessuna furbizia: è semplice utilizzo delle regole del mercato unico che il governo dice di difendere a parole e ignora nei fatti.
Il primo effetto concreto è stato la desertificazione dell’hub cargo di Milano Malpensa. Oltre trenta voli merci cancellati in poche settimane, spedizioni leggere in calo di circa il 40 per cento. Gli italiani comprano come prima ma lo Stato ha deciso di rendere il proprio territorio meno competitivo dei vicini. Un capolavoro di autolesionismo economico: meno traffico, meno lavoro e quindi meno indotto. In compenso ci sono più camion sulle autostrade e più emissioni lungo i valichi alpini.
La promessa di gettito, sbandierata in legge di Bilancio, è già dissolta. I due euro a pacco non entrano perché i pacchi non entrano più da qui. Il sovranismo fiscale si è fermato alla dogana, superato da algoritmi logistici che leggono le norme meglio dei ministri che le firmano.
Quindi ancora una volta una misura nata per “difendere l’Italia” finisce per penalizzare infrastrutture italiane e favorire hub esteri. Una tassa pensata per colpire i colossi globali colpisce lavoratori e filiere nazionali. È la fotografia di un governo che confonde la bandiera con la realtà: alza muri dove non servono e scopre di avere le porte spalancate altrove.
Non a caso ora si corre ai ripari. L’emendamento al Milleproroghe proposto da Forza Italia chiede di rinviare tutto a luglio, quando l’Europa introdurrà un dazio uniforme. Tradotto: sospendere l’atto di forza per evitare altri danni. La copertura finanziaria riguarda risorse già fantasma, perché il gettito promesso non si è mai materializzato.
Questa tassa racconta più di una cattiva scelta tecnica. Racconta un metodo: il sovranismo declamato come soluzione diventa, alla prova dei fatti, un moltiplicatore di problemi. Si agisce in solitaria, si ignora il contesto europeo e infine scopre (troppo tardi) che il mercato non obbedisce agli slogan. E mentre i pacchi trovano altre strade, all’Italia restano i danni e l’ennesima retromarcia mascherata da correzione tecnica.
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L’ammissione passa da una riga di agenzia e vale più di mille smentite. Il 30 gennaio 2026 Rainews, citando il Times of Israel, scrive che l’Idf conferma il bilancio del ministero della Sanità di Gaza: 71.667 gazawi uccisi dal 7 ottobre 2023. Per mesi Israele aveva bollato quelle cifre come gonfiate e utili a Hamas. Oggi le usa come base di lavoro e studia la quota tra civili e miliziani.
Quando il fatto sfonda, la propaganda arretra e si ricompone. Dalla tesi “i numeri sono falsi” si passa al bisturi: contabilità per categorie, morte “diretta” contro morte “indiretta”. L’agenzia AGI, sempre il 29 gennaio, riferisce che un alto funzionario della sicurezza citato dal Times of Israel parla di statistiche “manipolate” perché includerebbero persone con gravi patologie pregresse. AGI riporta pure il dato del ministero di Gaza: almeno 440 morti per malnutrizione e fame. L’agenzia di stampa Nova riporta la risposta: Israele sostiene che a Gaza nessun abitante della Striscia sia morto di fame.
Conviene ricordare la linea usata durante la guerra: cifre definite “esagerate”, respinte per due anni, salvo poi ammettere che in passato le stesse Idf le consideravano affidabili. Restano in circolo anche le certezze comode: prima del cessate il fuoco dell’ottobre 2025 le Idf dichiaravano 22.000 combattenti uccisi e 1.600 uomini armati durante l’attacco in Israele e un rapporto di due o tre civili per ogni “terrorista”, insieme alla formula “scudi umani”. Il totale ora accettato resta lì, pesante, e inchioda chi ha spostato il racconto invece dei fatti: una bugia cade, un’altra prende posto. Settantunmila persone e passa. Con il dubbio che “accettare” quei settantunmila morti significhi che in realtà siano molti di più.
Buon venerdì.
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