Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il primo febbraio gli account social della Polizia italiana hanno pubblicato un post per esprimere la propria vicinanza agli agenti feriti durante gli scontri di Torino. Nella foto pubblicata si scorgono Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti nell’iconico frame in cui uno protegge l’altro dopo essere stato assalito dai manifestanti.
I due poliziotti sono stati usati dalla presidente del Consiglio e dalla maggioranza come simbolo degli scontri: quell’immagine è stata strumentalizzata per chiedere di votare sì al prossimo referendum sulla giustizia, è stata esposta per giustificare l’urgenza dell’ennesimo decreto sicurezza, è diventata clava per accusare l’opposizione di essere troppo compiacente nei confronti dei violenti.
Isolare un frame per trasformarlo in icona è un esercizio pubblicitario, spesso anche giornalistico. Farlo per motivazioni politiche invece è una scorciatoia: ci si può permettere di non aggiungere nessuna narrazione lucrando sulla reazione di pancia di chi vede l’immagine. Divulgare quell’immagine consente di omettere tutto il resto: strumentalizzare fingendo di semplificare.
C’è un problema: quell’immagine è stata ritoccata con l’intelligenza artificiale. Lo hanno certificato diversi media che si occupano di sofisticazione digitale. Quindi non solo quell’immagine è stata utilizzata come sineddoche (pretendendo di raccontare tutto) ma addirittura è stata resa più sentimentale attraverso strumenti di ritocco. E tutto questo è opera di un corpo dello Stato che ha l’enorme responsabilità di ricostruire i fatti senza condizionamenti. Ognuno tiri le proprie conclusioni.
Buon venerdì.
A Gaza, nelle ultime ventiquattro ore, conta altro. Contano i corpi che tornano, le corsie che si riempiono, i cieli che restano attivi.
Al complesso medico di Al-Shifa arrivano 54 corpi e 66 casse con resti umani e organi. Il trasferimento avviene tramite il Comitato internazionale della Croce Rossa, lo conferma il ministero della Salute di Gaza. È una consegna amministrativa, dicono. In realtà è una scena: camion, bare numerate, personale sanitario che ricomincia a contare. Al-Shifa resta insieme obitorio e pronto soccorso, simbolo di una tregua che non si deposita mai del tutto sul terreno.
A ovest di Gaza City, nel campo profughi di Al-Shati, un bombardamento colpisce un gruppo di civili. Un morto, diversi feriti. Le immagini circolano prima dei dettagli, come sempre. Le agenzie parlano di raid mirati, di operazioni “in risposta” al ferimento di un soldato israeliano lungo la Linea Gialla. La geografia è quella già vista, la dinamica pure: un episodio militare, una rappresaglia, vittime civili che entrano nel bilancio quotidiano.
Rafah resta il punto cieco. La Mezzaluna Rossa palestinese segnala evacuazioni mediche sospese, Israele replica che il valico è operativo e che mancano i dettagli di coordinamento richiesti all’Oms. La burocrazia diventa confine. Pazienti in attesa, accompagnatori bloccati, responsabilità che si rincorrono mentre il tempo clinico scorre in una sola direzione.
Sul fronte israeliano il gabinetto politico-di sicurezza anticipa una riunione straordinaria. Sul tavolo c’è l’Iran, i colloqui annunciati in Oman, il timore che l’intesa salti. Gaza resta dentro questo perimetro più largo, compressa tra dossier regionali che ne oscurano il peso umano.
Alla fine della giornata il conto è semplice e crudele. Al-Shifa riceve corpi e feriti nello stesso giro di ore. La tregua continua a vivere nei comunicati. A Gaza, ancora una volta, resta una parola senza riparo.
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E mentre il Washington Post continua a ripetere il suo motto sulla democrazia che muore nell’oscurità, dentro la redazione la luce si è spenta a colpi di email e call su Zoom. I licenziamenti annunciati a febbraio sono arrivati come una ghigliottina: circa trecento giornalisti fuori, un terzo della forza lavoro, intere aree smantellate. Un’operazione presentata come “reset strategico”, spiegata dal direttore esecutivo Matt Murray con il lessico neutro della ristrutturazione, vissuta da chi lavora al Post come una rottura irreversibile del patto tra proprietà, redazione e lettori.
Dietro il linguaggio aziendale ci sono numeri che raccontano una resa. 177 milioni di dollari di perdite in due anni, abbonamenti in caduta, traffico digitale dimezzato, una base di lettori quotidiani evaporata dopo il picco dell’era Trump. Ma il modo in cui la crisi è stata gestita pesa quanto la crisi stessa. Giornalisti licenziati mentre erano in trasferta, redazioni chiuse senza un confronto reale, professionalità storiche trattate come un costo da tagliare.
La chiusura delle redazioni sport e libri ha un valore che va oltre il bilancio. Lo sport al Post era cronaca, racconto sociale, memoria di una città. I libri erano spazio critico, costruzione culturale, presidio di senso. Azzerarli significa rinunciare a una funzione pubblica per inseguire una presunta efficienza. Ancora più pesante il ridimensionamento della cronaca locale, con la sezione Metro ridotta all’osso proprio mentre Washington vive tensioni politiche e istituzionali che avrebbero bisogno di sguardi vigili e continui.
Il colpo più grave arriva dagli esteri. Tagliati interi team, chiusi bureau, cancellata la copertura diretta di aree decisive come Medio Oriente e Asia. Reporter con anni di esperienza lasciati a casa mentre guerre e crisi geopolitiche ridisegnano gli equilibri globali. Marty Baron, ex direttore del giornale, ha parlato di uno dei giorni più bui nella storia del Post. Il Post Guild, il sindacato interno, ha avvertito che smantellare la capacità di chiedere conto al potere equivale a sabotare la missione del giornale.
La scommessa della dirigenza si chiama automazione. Una “terza redazione” pensata per social, video e contenuti di servizio assistiti dall’intelligenza artificiale. Nella pratica, prodotti lanciati con tassi di errore altissimi, citazioni inventate, fatti sbagliati, test interni che segnalavano criticità ignorate. L’idea che l’IA possa colmare il vuoto lasciato dai licenziamenti ha creato una frattura profonda tra management e giornalisti, alimentando la percezione di una scorciatoia tecnologica usata per giustificare tagli strutturali.
Emblematico il caso delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Prima la decisione di cancellare la trasferta nonostante decine di migliaia di dollari già spesi, poi una marcia indietro parziale con una presenza simbolica. Alcuni cronisti hanno scoperto di essere stati licenziati mentre erano già in Italia per lavorare. Un’umiliazione professionale che racconta meglio di qualsiasi memo cosa sia diventato il “reset”.
Il Washington Post era un’istituzione che faceva scuola. Oggi appare come un laboratorio di riduzione, dove la sopravvivenza economica viene perseguita sacrificando competenze, memoria e autonomia. La vergogna dei licenziamenti non sta solo nei numeri, ma nell’idea che il giornalismo sia un ingombro da alleggerire. Quando a pagare sono le redazioni, a perdere resta sempre la democrazia.
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Da oggi il mondo è un po’ più instabile. Con la scadenza del New START, l’ultimo trattato di controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Federazione Russa cessa di produrre effetti giuridici. Per la prima volta dal 1972, Washington e Mosca restano senza un quadro vincolante che limiti numero, tipologia e trasparenza dei rispettivi arsenali strategici. È un fatto politico prima ancora che militare, perché riguarda l’87 per cento delle testate nucleari esistenti sul pianeta.
Firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitrij Medvedev e prorogato nel 2021 per cinque anni, il New START fissava limiti precisi: 1.550 testate nucleari dispiegate, 700 vettori strategici operativi, 800 lanciatori complessivi. A questi tetti quantitativi si affiancava l’elemento più rilevante dell’accordo: un sistema strutturato di ispezioni in loco, notifiche obbligatorie e scambio di dati. Meccanismi pensati per ridurre l’opacità, limitare gli errori di calcolo e contenere il rischio di escalation accidentale. Con la scadenza del trattato, questi strumenti vengono meno.
La crisi del New START era in atto da tempo. Nel febbraio 2023, a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, Mosca aveva sospeso la propria partecipazione. Washington aveva congelato i canali negoziali, rifiutando ipotesi di rinnovo che escludessero altri attori strategici, a partire dalla Cina. Nel settembre 2025 Vladimir Putin si era detto disponibile a rispettare i limiti per un ulteriore anno, a condizione di una reciprocità statunitense. Gli Stati Uniti hanno scelto di non raccogliere la proposta.
Il vuoto che si apre ha una dimensione concreta. Secondo le stime della comunità scientifica internazionale, la Russia dispone di oltre 5.400 testate nucleari, gli Stati Uniti di poco più di 5.100. Nel 2024 Mosca ha speso circa 8 miliardi di dollari per le armi nucleari, Washington quasi 57 miliardi. Arsenali già ampiamente sufficienti a garantire la distruzione reciproca continuano a essere modernizzati, mentre scompare l’ultimo limite legale condiviso.
In questo contesto, il Bulletin of Atomic Scientists ha portato il Doomsday Clock a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe da quando l’orologio esiste. La decisione è motivata anche dal deterioramento del regime di controllo degli armamenti: senza ispezioni e senza dati condivisi, il margine di errore si restringe, il rischio sistemico aumenta.
Per Rete Italiana Pace e Disarmo, la scadenza del New START rappresenta «un momento di estrema gravità e responsabilità per la comunità internazionale». Nel documento diffuso alla vigilia della scadenza, la Rete sottolinea che la fine del trattato elimina l’ultimo strumento di controllo bilaterale tra le due principali potenze nucleari, aggravando un clima di sfiducia già compromesso. Senza trasparenza, verifiche e meccanismi di fiducia reciproca, avverte la Rete, cresce il rischio di escalation, incidenti e lanci accidentali.
Rete Pace e Disarmo insiste su una distinzione spesso assente dal dibattito pubblico: il controllo degli armamenti non equivale al disarmo. Il primo gestisce e bilancia arsenali esistenti; il secondo punta alla loro eliminazione. Eppure, in una fase di tensione globale permanente, viene lasciato cadere anche quel presidio minimo che serviva a contenere i rischi immediati.
Secondo la Rete, la scadenza del New START dovrebbe diventare l’occasione per avviare negoziati seri e ambiziosi verso la denuclearizzazione, coinvolgendo progressivamente anche gli altri Stati dotati di armi nucleari. Nel frattempo, chiede che Stati Uniti e Russia si impegnino almeno a rispettare volontariamente le disposizioni del trattato su verifiche e notifiche, per preservare un minimo di fiducia e guadagnare tempo.
In questo scenario, l’Italia resta sullo sfondo. Paese alleato della Nato, coinvolto nel sistema di nuclear sharing, continua a dichiararsi impegnato per la pace e la sicurezza internazionale. La fine del New START pone anche una questione politica europea: accettare un mondo con meno regole e più armi, oppure lavorare per ricostruire un diritto internazionale del disarmo. Da oggi, quel bivio è meno teorico.
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Se l’infantile e sbagliato assioma di Matteo Piantedosi sui manifestanti di Torino avesse un benché minimo fondamento il mondo sarebbe semplicissimo da leggere, quasi comodo. Dice il ministro dell’Interno che sfilare nelle strade della città per contestare e ribellarsi al governo liberticida di cui fa parte significhi “essere scudo dei violenti”, e quindi pari a loro.
Teniamo la lente in mano. Quindi chi sta in un partito che ha fatto scomparire 49 milioni di euro sarebbe scudo e connivente dei ladri. Chi è tesserato per un partito con condannati per mafia in via definitiva sarebbe un copri-picciotti con il colletto bianco. Chi siede in un Consiglio dei ministri con un’accusata di truffa allo Stato sarebbe un nemico della Patria. Chi sta in un partito fondato da un pregiudicato per frode fiscale e un condannato per mafia sarebbe un pericolo per la democrazia.
Anzi, a ben vedere, chi stringe le mani (e addirittura si fotografa) con un presidente ricercato dalla Corte penale internazionale sarebbe corresponsabile di un genocidio. Chi accetta di ospitare i gaglioffi americani dell’ICE sarebbe un coimputato, seppur morale, per l’omicidio di due cittadini americani. E poi ancora: chi scrive su un giornale fondato da un agente infiltrato e prezzolato della CIA sarebbe corresponsabile di guerra ibrida. Chi governa con l’appoggio di qualche sgangherata truppa fascista sarebbe lo scudo dell’occupazione abusiva di un palazzo storico romano. E così via, all’infinito, tutti dentro una merda che potrebbe spandersi in lungo e largo in tutti i campi, in tutto il Paese.
Buon giovedì.
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