Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Li chiamano rider, perché gli inglesismi nobilitano i lavori bassi e annacquano il senso di schiavitù. In realtà sono lavoratori che reggono un pezzo intero dell’economia urbana contemporanea, pagandolo con il proprio corpo e con il proprio tempo. Il dossier 2025 di NIdiL Cgil fotografa una condizione che assomiglia sempre meno a un lavoro flessibile e sempre più a una forma aggiornata di sfruttamento strutturale. L’anatomia dei nuovi schiavi passa dalle app, dagli algoritmi, dalla retorica dell’autonomia che copre rapporti di dipendenza pieni.
In Italia i rider sono circa 30 mila. Per il 76,4% il food delivery rappresenta la principale fonte di reddito. La disponibilità media racconta una settimana intera: il 72,9% si rende disponibile sei o sette giorni, quasi la metà tra sette e dieci ore al giorno. Per inseguire volume: nel 61,7% dei casi le consegne superano quota otto al giorno. Il compenso medio per consegna resta nella fascia più bassa: tra i 2 e i 4 euro lordi per il 56,3%. Dentro quella cifra entrano attese, chilometri, rischio stradale, costi di carburante e manutenzione, telefono. Il tempo che non produce consegne resta tempo regalato.
Le attese pesano come una tassa: davanti al ristorante o al punto di ritiro la fascia più frequente è tra cinque e venti minuti, con il 39,1% tra cinque e dieci e il 38,2% tra dieci e venti. A quel punto il compenso reale si riduce da solo, senza bisogno di dichiarazioni ufficiali.
Il profilo è netto. La stragrande maggioranza è composta da uomini giovani. Oltre la metà ha cittadinanza italiana, ma la quota extra-UE è ampia e vulnerabile, con una componente pakistana pari al 25,1% del campione. È una forza lavoro fragile, spesso vincolata dal permesso di soggiorno e quindi più ricattabile. La vulnerabilità giuridica si intreccia con quella economica e la rafforza. Un rider su tre dichiara di aver subito il blocco dell’account e nel 79,6% dei casi arriva senza spiegazioni: disconnessione secca, reddito azzerato.
Il lavoro è governato da algoritmi opachi. Solo il 12,9% dice di capire del tutto come viene composto il compenso. Anche qui la realtà si vede nei comportamenti: il 55,4% rifiuta consegne quando il compenso appare troppo basso. Molti lavorano su più piattaforme: il 55% dichiara due o più app.
Il mezzo è quasi sempre del lavoratore: 92,5% di proprietà. Due terzi percorrono oltre quaranta chilometri al giorno. Un terzo supera i duecento euro al mese di spese vive fra carburante o ricariche, manutenzione e cellulare. E poi i furti: il 35,5% riferisce il furto del mezzo, il 12,3% il tentato furto. È capitale di lavoro lasciato per strada, letteralmente.
Sul fronte della sicurezza il quadro è ancora più duro. La formazione avviene soprattutto online (71,3%) e spesso dura meno di due ore (43,8%). I DPI risultano assenti per il 28,2%. Quasi quattro rider su dieci (39,8%) dichiarano almeno un infortunio: il 22,8% racconta un incidente mai denunciato, e fra chi si è fatto male il risarcimento resta un’eccezione.
Chiamarla innovazione è una scorciatoia narrativa. Qui c’è un lavoro povero, costoso da svolgere, esposto a rischi elevati, regolato da decisioni automatiche prive di verifica. I rider chiedono cose elementari: soldi per ordine, minimi garantiti, rimborsi per i costi sostenuti, tutele come malattia e ferie. Le risposte sono sempre deboli, sempre vaghe. Il recepimento della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme vorrebbe rappresentare un passaggio decisivo. Ma la domanda è politica prima ancora che giuridica: quanto si può continuare a tollerare questo modello? Perché così come stanno le cose significa accettare che la comodità di molti sia costruita sulla precarietà strutturale di pochi.
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I file Epstein raccontati dalla grande stampa italiana sembrano progettati per rassicurare. C’è il mostro, ci sono le vittime, ci sono alcuni potenti caduti in disgrazia. Manca quasi tutto il resto. Manca la struttura che ha reso possibile quel sistema per decenni, manca la funzione che Epstein ha svolto, mancano i beneficiari politici di quel silenzio.
Eppure dai documenti emerge una traiettoria che difficilmente può essere spiegata come una sequenza di coincidenze. Epstein entra nel mondo dell’élite newyorkese nel 1974, assunto alla Dalton School senza laurea né titoli. A prenderlo è Donald Barr, ex ufficiale dell’OSS, la struttura che precede la CIA. Barr aveva appena pubblicato un romanzo distopico incentrato su un’aristocrazia che governa attraverso il controllo sessuale e la corruzione. Un dettaglio letterario che, letto oggi, somiglia più a un manuale che a una fantasia.
Il legame tra Epstein e la famiglia Barr attraversa i decenni. Quando Epstein muore nel Metropolitan Correctional Center di New York, la notte del 10 agosto 2019, il Dipartimento di Giustizia è guidato da William Barr, figlio di Donald e uomo di fiducia di Donald Trump. Epstein è solo in cella, il compagno è stato trasferito il giorno prima, le telecamere davanti alla sezione non funzionano, le guardie dormono e falsificano i registri. Il corpo viene rimosso prima dei rilievi completi. Barr parlerà di una “tempesta perfetta di errori”. La formula chiude la vicenda, non la spiega.
Accanto a Epstein opera Ghislaine Maxwell, condannata per traffico sessuale di minori. È la figlia di Robert Maxwell, editore britannico da tempo indicato come asset del Mossad e dell’MI6. Al suo funerale di Stato a Gerusalemme partecipano i vertici politici e dei servizi israeliani. L’allora primo ministro Yitzhak Shamir lo definisce un uomo che aveva fatto “più cose per Israele di quante se ne possano dire”. Maxwell muore cadendo in mare dal suo yacht nelle acque delle Canarie. Anche qui, un incidente archiviato.
Ghislaine eredita la rete di relazioni del padre e diventa il perno sociale del sistema Epstein: reclutamento, selezione, accesso. Secondo le ricostruzioni più solide, il sesso è lo strumento. Il ricatto è la finalità. Le informazioni raccolte servono a garantire influenza e protezione.
Il capitolo israeliano è quello che più di ogni altro resta fuori dalle cronache italiane. Epstein investe circa 1,5 milioni di dollari in una joint venture con Ehud Barak, ex primo ministro e ministro della Difesa israeliano. Da lì nasce Reporty Homeland Security, poi Carbyne, una società che sviluppa sistemi di comunicazione di emergenza basati su video in tempo reale e geolocalizzazione. Il management è composto da ex vertici dell’intelligence militare israeliana, in particolare dell’Unità 8200. Tecnologia civile, sulla carta. Accesso diretto a dati sensibili, nella pratica.
Barak soggiorna più volte negli appartamenti di Epstein a New York, anche dopo la prima condanna del finanziere nel 2008. Epstein agisce da consulente, facilitatore, raccoglitore di capitali. Le mail mostrano un rapporto stretto, continuo, fiduciario. Questo intreccio, che lega pedofilia, sorveglianza e sicurezza nazionale, raramente diventa notizia.
Quando nei documenti compaiono riferimenti a Trump, l’attenzione mediatica si concentra sulla smentita e sul gossip. Passa in secondo piano il contesto. Epstein scrive che Trump è consapevole delle attività illecite. Emergono riferimenti a incontri con una minorenne legata all’entourage del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, definito da Trump “il mio dittatore preferito”. Sullo sfondo, indagini su possibili finanziamenti egiziani alla campagna elettorale del 2016.
Il quadro che ne esce è quello di una vulnerabilità strutturale. Leader esposti, alleanze cementate da segreti condivisi, politiche estere che si muovono dentro rapporti personali opachi. Gli Accordi di Abramo vengono celebrati come successo diplomatico mentre Israele intensifica occupazione e repressione nei territori palestinesi, senza che il sostegno statunitense vacilli.
Intanto la Palestina scompare dalle prime pagine italiane. Al suo posto domina il racconto sull’Ucraina, sul riarmo europeo, sul trasferimento di risorse pubbliche verso l’industria bellica statunitense. Anche qui, i file Epstein suggeriscono una continuità: la distrazione come metodo.
In Italia il silenzio pesa più delle parole. Gli stessi giornali che per anni hanno evocato il rischio di ricatto internazionale nel caso Berlusconi mostrano improvvisa cautela quando il ricatto riguarda Washington e Tel Aviv.
I file Epstein raccontano una lezione semplice e inquietante. Il potere non si limita a reprimere o a corrompere. Archivia, seleziona, oscura. E quando i giornali scelgono di raccontare solo ciò che non mette in discussione gli equilibri, diventano parte del sistema che dovrebbero osservare.
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La tregua continua a esistere come parola, mentre a Gaza resta un gesto amministrativo. Un permesso, una linea, un varco che apre e richiude. «Where is the ceasefire? Where are the mediators?», chiede Mohamed Abu Selmiya dall’ospedale al-Shifa. La domanda arriva mentre i reparti continuano a riempirsi. Da ottobre, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, il ministero della Sanità di Gaza conta oltre cinquecento morti palestinesi. In alcuni giorni se ne sommano venti, trenta. L’esercito israeliano risponde con il proprio bilancio e con la formula rituale delle “violazioni oltre la linea”. La linea, intanto, taglia i corpi.
Rafah è il simbolo di questa tregua per sottrazione. Riapertura annunciata, passaggi concessi a contagocce. Lunedì meno di cinquanta persone autorizzate a uscire, mentre migliaia restano bloccate. Ogni spiraglio diventa selezione. Anche l’aria passa con il contagocce.
Sul tavolo internazionale, Gaza viene ridotta a schema: ricostruzione condizionata, sicurezza, “demilitarizzazione” come parola chiave. Fuori dal tavolo, la realtà resta fatta di ospedali che funzionano a metà e di fotografi costretti a trasformare l’orrore in archivio. Huda Skaik ha chiesto a otto fotografi di Gaza un’immagine “di significato”. Ne è uscito un catalogo di lutti quotidiani, madri, bambini, macerie che resistono allo sguardo. È un contro-racconto che non chiede permessi.
Intanto, altrove, Israele discute di sé. Alla Knesset una commissione parlamentare ha reso pubblico un dato: quasi novecento segnalazioni di abusi sessuali nei reparti di salute mentale in tre anni. È un numero che apre un fronte interno, rimosso dal dibattito globale, e che mostra come anche dentro lo Stato la violenza emerga solo quando qualcuno la conta.
Gaza resta sospesa tra questi piani. La tregua detta nei comunicati, la violenza amministrata sul terreno, le immagini che provano a salvare tracce. Tutto il resto è mediazione che arriva tardi.
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È cominciata la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche. Sì, è vero, di mezzo c’è il prossimo referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ma quando Giorgia Meloni decide di andare in televisione a invocare un “approccio più duro” e ad attaccare i magistrati sta già pensando al 2027.
L’ex generale Roberto Vannacci sta apparecchiando il suo partito con molta foga e poca organizzazione per aprire uno squarcio a destra. La combriccola per ora è piuttosto scassata (sono inciampati su nome e simbolo, per dire) ma l’obiettivo è chiaro: rastrellare i delusi dalla presidente del Consiglio “troppo diplomatica” e dal ministro dei treni in ritardo. Lui, Matteo Salvini, sembra convinto di inseguire il suo ex amico del cuore sul terreno della remigrazione, del gender e del solito mazzo della propaganda sovranista. Per questo la presidente del Consiglio ha deciso di dismettere temporaneamente i panni della statista per tornare l’arrabbiata di qualche anno fa.
Sarà una gara a chi ha il pugno più duro, a chi pesta più forte, a chi ha la mascella volitiva. E così sberle contro i magistrati, sberle contro i professori, pugni contro i manifestanti, pugno duro con la sinistra, botte ai migranti. Tutto simbolico, per carità: basta una legge ben fatta per fare più male delle mani. Solo che il Paese non è quello di quattro anni fa, quello incattivito e arrabbiato che ha votato il governo più a destra della storia repubblicana. Ci sono 5,7 milioni di persone che vivono in povertà. I salari sono ancora sotto quelli del 2008 e aumentano i lavoratori che lavorano, sì, ma restano comunque poveri. L’inflazione accumulata è più alta dell’aumento degli stipendi.
Il “pugno” presuppone un nemico visibile, mobilitante, vivo. Ma il Paese reale è fatto di lavoratori stanchi, famiglie impoverite, giovani che emigrano o si ritirano e cittadini che si sfilano silenziosamente dalla partecipazione. Qui non c’è più una massa da eccitare, c’è una platea che si ritrae. E quel pugno lì sembra la mano che rimane vuota perché non ha più presa sulla realtà.
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Il voto è arrivato. E ora le banchine si svuotano. Il Consiglio comunale di Cagliari ha approvato nei giorni scorsi un ordine del giorno che impegna sindaco e Giunta ad attivarsi contro il transito di armi nel porto cittadino, a chiedere iniziative per interrompere la movimentazione di materiali esplosivi e ad aprire un tavolo permanente di monitoraggio. Ventidue voti favorevoli, sei contrari, due astenuti. Il giorno dopo, i porti si fermano.
La coincidenza pesa. Perché dopo che l’aula civica ha messo nero su bianco un indirizzo politico, oggi i portuali incrociano le braccia contro l’uso delle infrastrutture per la logistica bellica. È uno sciopero coordinato, internazionale, che attraversa scali italiani ed europei. Lo slogan è semplice e operativo: i portuali rifiutano di lavorare per la guerra. Così la politica locale prova a tradurre quel rifiuto in atto istituzionale.
L’ordine del giorno di Cagliari si muove in controtendenza con il bellicismo virale che attraversa il Paese. Richiama l’articolo 11 della Costituzione e la legge 185 del 1990 sull’export di armamenti, chiede una moratoria, invoca trasparenza e soprattutto propone un portale pubblico con report periodici sulle movimentazioni sensibili. L’Odg non promette poteri che il Comune non ha, ma indica una catena di responsabilità da attivare: Autorità di sistema portuale, Capitaneria, Prefettura, Dogane. È qui che l’atto si gioca la sua credibilità.
Il porto, infatti, resta materia statale, sotto l’ala del ministero guidato da Matteo Salvini. Le autorizzazioni non passano da Palazzo Bacaredda. Ma la pressione politica sì. Un Comune può chiedere accesso agli atti, pretendere chiarezza sulle procedure di safety e security, convocare tavoli, e può costringere gli enti competenti a rispondere. Può, soprattutto, rendere pubblico ciò che di solito resta opaco. È una leva politica, non amministrativa. E proprio per questo esposta alla prova del tempo.
Il contesto regionale rende l’iniziativa ancora più simbolica. In Sardegna il nodo è Rwm Italia, stabilimento di Domusnovas controllato da Rheinmetall, al centro di un confronto che intreccia promesse occupazionali e produzione bellica. Il porto diventa l’anello visibile di una filiera che spesso resta astratta. Spostare l’attenzione sulla logistica significa spostare il conflitto dal “se” al come e al dove.
Oggi quel conflitto prende forma nelle astensioni dal lavoro. A Genova, Trieste, Livorno, Ancona, Civitavecchia, Ravenna, Salerno, Bari, Palermo, Crotone, e in altri scali europei, i portuali denunciano l’uso dei porti come snodi militari e chiedono che le banchine non diventino infrastrutture di guerra. Le adesioni e le modalità variano, ma il segnale è unitario: la catena logistica può essere interrotta.
È qui che Cagliari è chiamata a scegliere se restare un precedente o diventare un caso. L’ordine del giorno prevede un tavolo permanente e strumenti di pubblicità. Senza atti successivi, resta un voto. Con atti successivi, diventa un metodo. La differenza è tutta nelle settimane che vengono: convocazioni formali, richieste tracciabili, dati accessibili, report periodici. È una sequenza amministrativa che misura la distanza tra l’indirizzo e l’esecuzione.
La pace, quando entra nei porti, smette di essere una dichiarazione e diventa una pratica. Oggi, nel giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi, i portuali hanno scelto la formula più netta: fermarsi. Cagliari ha scelto un’altra strada, ovviamente più lenta e istituzionale. Ma le due cose, per una volta, parlano la stessa lingua. Resta da vedere se il connubio locale possa diventare nazionale. La politica ha gli strumenti, serve solo la voglia di usarli.
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