Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
La notizia, se si avesse il coraggio di darla per intero, non è che a Bari sono stati condannati dodici componenti di Casapound. Non è nemmeno che cinque di loro siano accusati di ricostituzione del disciolto partito fascista ai sensi della legge Scelba. Quella è la cronaca giudiziaria.
La notizia, se il giornalismo facesse il giornalismo, è che i membri di un’organizzazione che ha sostenuto la campagna elettorale di questo governo siano stati certificati come fascisti di ritorno. Gente condannata per «aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ed in particolare per aver attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica».
La notizia è che il ministro dell’Interno Piantedosi, che ama mostrarsi sempre intento a brigare per scovare terroristi veri e presunti, continui a farsi sfuggire un’organizzazione eversiva, forse perché composta da maschi adulti di razza bianca (come direbbe qualcuno) che esultano per i decreti securitari partoriti in fila.
La notizia è che perfino le reti Mediaset, e non il governo, si sono accorte che quegli eversori occupano abusivamente un immobile nel cuore di Roma. La notizia è che i giornalisti che ricordano al governo e al ministro la persistente illegalità vengano identificati dalle forze dell’ordine e invitati a non disturbare la pax tra fascisti e istituzioni.
La notizia è che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha trovato il tempo di intervenire su un comico che si è autocensurato non abbia trovato il tempo di dirci di Casapound.
Questa è la notizia.
Buon venerdì.
foto wikic
Gli europei si riuniscono in un vertice Ue ad Alden Biesen, castello nel cuore del Belgio, per discutere come ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. La riunione arriva mentre a Monaco si consuma l’ennesimo strappo transatlantico. I numeri raccontano perfettamente l’isolamento di Washington.
Un sondaggio condotto da Public First per Politico su oltre 10 mila adulti in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Germania certifica un crollo di fiducia negli Usa come alleato affidabile. Il campione è stato raccolto tra il 6 e il 9 febbraio. In Canada il 57 per cento degli intervistati definisce gli Stati Uniti “inaffidabili”. In Germania la quota è del 50 per cento. In Francia il 44 per cento. Nel Regno Unito il 39 per cento contro un 35 per cento che li considera ancora affidabili. Il margine di errore dichiarato è 2 punti percentuali per paese.
Il dato che pesa riguarda la deterrenza. In un solo anno nel Regno Unito la percentuale di chi ritiene che i nemici sarebbero scoraggiati dall’attaccare grazie al rapporto con Washington cala di 10 punti. In Francia il saldo peggiora di 22 punti tra chi concorda e chi dissente. In Germania il calo è di 16 punti. Seb Wride, responsabile dei sondaggi per Public First, sintetizza: l’opinione pubblica europea “difficilmente crede che esista” ancora la deterrenza transatlantica. A Monaco, dove gli Stati Uniti arrivano con una delegazione guidata dal segretario di Stato Marco Rubio, la parola “fiducia” diventa un dossier.
Il sondaggio aggiunge un elemento politico. In Francia solo il 17 per cento ritiene che gli Stati Uniti condividano i propri valori, contro un 49 per cento che dissente. In Germania il 50 per cento afferma che Washington non condivide i loro valori, mentre solo il 18 per cento pensa che protegga la democrazia. Le percezioni negative superano quelle positive anche sulle domande relative alla difesa dell’ordine internazionale.
Nel frattempo i leader europei parlano apertamente di emancipazione strategica. Il ritiro di Alden Biesen viene raccontato come un tentativo di rendere l’Europa meno dipendente dall’America di Trump. Ursula von der Leyen ribalta l’accusa sulla burocrazia e richiama il “gold-plating” nazionale, gli strati aggiunti dagli Stati membri. Friedrich Merz insiste sul taglio delle regole e apre alla revisione di pezzi della politica verde. Nel castello la giornata prevede un pre-vertice con Belgio, Italia e Germania e l’intervento di Mario Draghi, seguito da Enrico Letta. Bart De Wever chiede una “roadmap” ravvicinata, con risultati misurabili.
Emmanuel Macron parla di amministrazione “apertamente antieuropea”. Il premier canadese Mark Carney definisce la fase attuale “una rottura, non una transizione”. Alla cerimonia di apertura dei Giochi Invernali a Milano il vicepresidente americano JD Vance è stato accolto da fischi, episodio citato come segnale di un clima mutato.
Ma in questo scenario l’Italia resta formalmente allineata alla Casa Bianca. Giorgia Meloni ha firmato con Merz un documento che attribuisce a Bruxelles parte della responsabilità della stagnazione economica europea. È una postura che tiene insieme critica interna all’Ue e fedeltà atlantica, mentre altri governi studiano strumenti per rafforzare la capacità industriale e militare europea senza fare affidamento automatico su Washington.
Il punto politico è nei numeri. Tra marzo 2025 e febbraio 2026 la fiducia cala in tutti i principali alleati europei. I governi discutono di autonomia, le opinioni pubbliche segnalano sfiducia, le capitali preparano piani di riduzione della dipendenza. Nel quadro che emerge dai dati, la scommessa di Palazzo Chigi appare sempre più solitaria.
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C’è chi ripete che il fascismo appartiene ai libri di storia. Che restano solo folklore, nostalgie da bar, simboli svuotati. Poi arriva una sentenza e riporta la discussione alla sostanza giuridica. Il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti di CasaPound per riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista, in violazione della legge Scelba del 1952. Le pene arrivano fino a due anni e sei mesi di reclusione, con privazione dei diritti politici per cinque anni.
I fatti risalgono al 21 settembre 2018. Quartiere Libertà, Bari. Un’aggressione contro manifestanti di sinistra scesi in piazza per contestare le politiche sull’immigrazione dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Diciassette imputati, cinque assolti. Per sette condannati anche l’accusa di lesioni. Le telecamere di sicurezza riprendono l’assalto. In aula, tra le parti civili, l’europarlamentare Eleonora Forenza, colpita durante quell’azione.
La legge Scelba vieta la ricostituzione del partito fascista e la manifestazione del disciolto partito. Non è una norma simbolica. È diritto vigente. Il Tribunale di Bari la applica e riconosce il reato di riorganizzazione. La qualificazione giuridica pesa più di ogni dibattito televisivo. Significa che un giudice della Repubblica ha ritenuto provata l’esistenza di un’organizzazione che richiama struttura, metodi e finalità del partito fascista.
Il segretario della Cgil di Bari, Domenico Ficco, parla di «ennesimo segnale di allarme relativo all’attività della destra radicale, xenofoba e violenta» e sottolinea che si tratta di pene comminate per la prima volta in questi termini. Prima ancora dei commenti politici, restano le condanne.
Dopo la sentenza, le opposizioni chiedono lo scioglimento di CasaPound e un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il punto è lineare: se un tribunale accerta la riorganizzazione del partito fascista, lo Stato ha strumenti per intervenire.
Nelle stesse ore ci si si ricorda che CasaPound occupa da anni un immobile pubblico a Roma. Le richieste di sgombero tornano nel dibattito politico. La vicenda giudiziaria di Bari si intreccia così con una questione amministrativa e istituzionale che dura da tempo.
Ogni volta che si afferma che il fascismo appartiene al passato, conviene aprire le sentenze. Qui si parla di riorganizzazione del disciolto partito fascista, di manifestazione fascista, di aggressione squadrista. Termini che appartengono al codice penale e alla giurisprudenza.
La città di Bari è medaglia d’oro della Resistenza. Il Tribunale ha stabilito che quell’aggressione del 2018 fu un’azione riconducibile a un’organizzazione che si richiama al fascismo. I giudici hanno scritto questo. Le pene sono state comminate in nome del popolo italiano.
Dodici condanne. Fino a due anni e sei mesi. Privazione dei diritti politici. La legge Scelba applicata. Il resto è rumore. Le sentenze, invece, restano.
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Hanno riaperto Rafah il 2 febbraio. Lo hanno chiamato segnale. Nelle ultime ore Hamas ha diffuso un numero: 488 transiti complessivi. La previsione iniziale parlava di almeno 1.800. All’ospedale Al Shifa indicano 450 pazienti in condizioni critiche. Le autorizzazioni concesse, fin qui, riguardano cinque casi. Il valico è una promessa contata. I corpi aspettano il turno.
Intanto una delegazione tedesca entra nella Striscia. La presidente del Bundestag, Julia Klöckner, resta “circa un’ora” nella porzione sotto controllo israeliano. Nota ufficiale, parole misurate: sostegno alla soluzione dei due Stati, richiamo alla “linea gialla” come demarcazione temporanea, invito a proseguire su una linea di apertura. Accesso con cornice, visione con regia. La diplomazia osserva dove altri decidono.
Da Pechino arriva un’altra dichiarazione. Il ministero degli Esteri parla di “moderazione”, ribadisce la formula dei due Stati, definisce la situazione “molto fragile”. Le conferenze stampa usano il tempo verbale giusto. Sul terreno restano corridoi filtrati e liste chiuse.
A sud di Hebron, a Beit Awa, un escavatore militare abbatte una casa palestinese. I video circolano, le agenzie confermano: demolizione di un’abitazione a due piani. Cisgiordania e Gaza si tengono per mano nella stessa cronaca materiale. Un confine che seleziona, una ruspa che svuota.
Sui social rimbalza una cifra che ferma il respiro: 200.000 morti dall’ottobre 2023. È una stima attribuita a studiosi e ripresa da media internazionali, legata al calo demografico e ai corpi sotto le macerie. Accanto restano i conteggi documentati e gli studi che parlano di sottostima dei decessi traumatici. I numeri viaggiano su piani diversi. I funerali restano uno.
Rafah che apre poco. Una visita guidata. Un appello alla moderazione. Una casa che cade. Le ultime ventiquattro ore tengono insieme parole e macerie.
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Non potendo nascondere il genocidio, non essendo capaci di fermare il mostro israeliano che bombarda anche la tregua e non avendo abbastanza schiena dritta per fermare l’illegale colonizzazione della Cisgiordania ieri il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accusato Francesca Albanese di aver fatto “dichiarazioni oltraggiose e colpevoli” durante il forum di sabato 7 febbraio organizzato da Al-Jazeera e di aver “preso di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”.
Inutile scrivere che una lunga sequela di giornali, politici e scarsi commentatori italiani si è buttata a pesce sulla crocifissione della relatrice Onu. Non vedevano il momento, forse non ci speravano nemmeno.
C’è un piccolo particolare, però. Albanese non ha mai pronunciato quelle frasi. Ha detto, sì, che “noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. E ha aggiunto “noi ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultimo strumento di pace che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”: quel sistema.
Chi ne fa parte? Sicuramente tra gli altri anche coloro che oggi accusano Albanese.
Buon giovedì.
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