Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
La turista al ministero del Turismo, Daniela Santanché, è indagata per bancarotta. Per la precisione, la ministra del Turismo è indagata in un nuovo caso di bancarotta, sempre a Milano, per il fallimento della società Bioera, che si occupava di cibo biologico.
È la seconda inchiesta per bancarotta che coinvolge direttamente la ministra. L’altra riguarda invece Ki Group srl, un’altra società dello stesso gruppo e controllata da Bioera stessa. Poi c’è anche un rinvio a giudizio per la vicenda Visibilia in cui Santanché è indagata per falso in bilancio.
Il governo Meloni, addirittura Meloni stessa, negli ultimi mesi ha martellato persone colpevoli di scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso, anche se pacifici. Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno messo alla gogna coloro che denunciano il genocidio a Gaza.
Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno attaccato storici, cantanti, professori universitari, giornalisti (a iosa) e un’altra dozzina di persone di diverse categorie professionali per avere espresso delle idee. Nelle ultime ore il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno sprecato quintali di fiato e inchiostro per difendere un comico scarso che si è autocensurato a un festival canoro.
Da mesi la presidente del Consiglio non trova un alito, nemmeno una virgola, per parlarci di una ministra che, come un Re Mida al contrario, ha trasformato in fallimento molte delle sue attività imprenditoriali. Meloni che parla di tutto, quella con il pugno duro, scodinzola di fronte alla sua ministra. Bene, dai.
Buon mercoledì.
Il processo per la strage di Cutro si apre a tre anni dal naufragio con un’aula piena e un vuoto tutto intorno. Le udienze cominciano, dinanzi al Tribunale di Crotone, le responsabilità vengono formalmente chiamate in causa, ma tutto avviene a telecamere spente. La morte di 94 persone, 35 delle quali minori, entra finalmente in dibattimento mentre il racconto pubblico viene ridotto al minimo indispensabile.
Il procedimento riguarda il naufragio del caicco Summer Love, distrutto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Sei imputati, quattro militari della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, rispondono di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Tutti erano in servizio nelle sale operative quella notte. Tutti hanno scelto di testimoniare. L’accusa ruota attorno a una sequenza di omissioni, ritardi, valutazioni che hanno trasformato un avvistamento in una strage annunciata.
Il cuore del processo è la distinzione tra controllo delle frontiere e soccorso in mare. Frontex individua il caicco la sera precedente al naufragio. I segnali arrivano ai centri di coordinamento italiani. Il natante viene trattato come un’operazione di polizia marittima, non come un evento di ricerca e soccorso. Le motovedette della Guardia di finanza escono e rientrano per il mare mosso. Le unità della Guardia costiera, progettate per operare in condizioni peggiori, restano fuori dalla catena decisionale perché l’allarme Sar non viene mai dichiarato. Il risultato è noto: l’imbarcazione si spezza contro una secca, i soccorsi arrivano da terra, quando il mare ha già restituito i corpi.
Dentro il quadro tecnico si inserisce la decisione di spegnere le telecamere. Il collegio giudicante ha vietato riprese audio e video per tutta la durata del dibattimento, consentendo solo materiali prodotti dal personale del Tribunale e previa autorizzazione. Una misura motivata con l’ordine dell’istruttoria, contestata da giornalisti, avvocati e parti civili. Trentasette cronisti hanno firmato una protesta formale. Le organizzazioni costituite parte civile parlano di un processo che nasce sotto traccia, mentre altri procedimenti di grande rilevanza, celebrati nello stesso tribunale, hanno goduto di piena visibilità.
Le parti civili sono 86. Tra queste Emergency, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS Méditerranée. La Cgil Calabria denuncia un vulnus al principio di trasparenza: la giustizia, quando riguarda la morte di decine di persone, deve essere anche visibile. Il silenzio, in questo contesto, viene percepito come un secondo abbandono. Le vittime diventano numeri, le responsabilità rischiano di restare confinate agli atti.
Il processo, però, non si ferma. Nelle liste testimoniali compaiono anche i nomi dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. Il Tribunale per ora si è riservato di decidere sulla loro audizione. Ma la sola richiesta chiarisce la posta in gioco: capire se quella notte le scelte operative siano state il prodotto di errori individuali o l’esecuzione coerente di un indirizzo politico che ha subordinato il soccorso alla deterrenza.
Intanto fuori dall’aula, il Mediterraneo continua a produrre morti. Nel 2025 più di 1.300 persone hanno perso la vita sulla rotta centrale. Nel gennaio 2026, durante il cosiddetto ciclone Harry, oltre mille risultano disperse. Il processo di Cutro si svolge mentre la stessa dinamica si ripete: avvistamenti, rimbalzi di competenze, ritardi, silenzi. La giustizia arriva tardi ma soprattutto si preoccupa di parlare a bassa voce
Cutro entra in tribunale senza clamore, come se il tempo avesse consumato anche l’indignazione. Ma ciò che viene giudicato non riguarda soltanto una notte, sei ufficiali, una catena di comando. Riguarda la scelta di cosa vedere e cosa lasciare fuori campo. Durante il processo si discuterà delle omissioni ma il buio qui fuori è già una scelta. Per questo si insiste perché il collegio giudicante cambi idea.
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Amnesty International entra a gamba tesa nel dibattito parlamentare e smonta l’architettura dei ddl sull’antisemitismo all’esame del Senato. Non lo fa per negare la necessità di contrastare l’odio antiebraico, che resta un obbligo inderogabile dello Stato, ma perché quei testi, così come sono scritti, producono secondo l’Ong l’effetto opposto: incrinano le garanzie costituzionali, violano la Convenzione europea dei diritti umani e spostano il diritto penale dentro il terreno del dissenso politico.
La presa di posizione di Amnesty International è cristallina. I disegni di legge che incorporano nel diritto italiano la definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra), adottata nel 2016, finiscono per comprimere la libertà di espressione, la libertà accademica e il diritto di manifestare il proprio pensiero, tutelati dalla Costituzione agli articoli 21 e 33 e dalla Cedu agli articoli 10 e 11. Il problema non è l’obiettivo dichiarato, ma lo strumento.
Amnesty International ritiene che “la definizione di antisemitismo dell’Ihra, che vieta alcune condotte descritte come “esempi contemporanei di antisemitismo”, costituisca una restrizione dell’espressione politica, protetta dal diritto internazionale dei diritti umani, e avrebbe un effetto raggelante sugli sforzi di difenderli”. Trasformarla in parametro giuridico significa caricare la legge di concetti vaghi, opinabili, politicamente connotati.
In particolare, sulla base degli esempi della definizione dell’Ihra, “sono stati descritti come espressione dell’antisemitismo contemporaneo anche i rapporti che denunciano i crimini di apartheid di Israele nei confronti della popolazione palestinese, incluso quello di Amnesty International pubblicato nel 2022. Allo stesso modo, le accuse di antisemitismo investono le richieste di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele da parte della società civile internazionale e, più recentemente, l’attivismo contro la campagna genocidiaria israeliana a Gaza”.
A sostegno della sua critica Amnesty richiama il parere legale di Maria Luisa Cesoni e Jan Fermon, allegato ai lavori parlamentari. Un testo che non lascia margini. L’introduzione della definizione IHRA nel diritto positivo italiano, direttamente o come criterio interpretativo, viola il principio di legalità sancito dall’articolo 25 della Costituzione e dall’articolo 7 della Cedu. Il diritto penale democratico richiede norme chiare, tassative, prevedibili. Espressioni come “ostilità”, “avversione”, “denigrazione” o “lotta”, inserite nei ddl o fatte filtrare attraverso la definizione IHRA, dissolvono quella prevedibilità. Nessuno può sapere in anticipo quale parola, slogan o analisi critica rischi di essere qualificata come antisemitismo penalmente rilevante.
Il parere Cesoni–Fermon sottolinea anche l’inutilità giuridica dell’operazione. L’ordinamento italiano dispone già di strumenti adeguati per punire l’istigazione all’odio, alla discriminazione e alla violenza, a partire dall’articolo 604-bis del codice penale. I ddl non colmano vuoti normativi: introducono ambiguità, proprio laddove la giurisprudenza europea pretende il massimo livello di precisione.
Il punto più delicato resta la libertà di espressione. Amnesty avverte del rischio di un effetto raggelante sul dibattito pubblico. Alcuni degli “esempi contemporanei” allegati alla definizione Ihra assimilano l’anti-sionismo o la critica radicale allo Stato di Israele all’antisemitismo. Un cortocircuito che collide frontalmente con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani, che ha più volte riconosciuto il conflitto israelo-palestinese come tema di interesse generale, meritevole di una protezione rafforzata.
Nel parere legale si ricorda che il dibattito sulle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, incluse quelle accertate o ritenute plausibili dalla Corte internazionale di giustizia, rientra pienamente nella sfera della discussione legittima. Criminalizzare o scoraggiare quel dibattito significa spostare il confine tra critica politica e repressione penale.
Non è un vago rischio teorico. Le criticità, secondo Amnesty, investono anche la libertà di riunione e associazione. Alcuni ddl consentono di vietare manifestazioni pubbliche in presenza di un “rischio potenziale” legato a simboli o slogan ricondotti alla definizione Ihra. Una clausola elastica che affida alla discrezionalità amministrativa la compressione di diritti fondamentali, senza il filtro rigoroso richiesto dalla Cedu.
Il giudizio finale di Amnesty e del parere Cesoni–Fermon è politico oltre che giuridico: la lotta all’antisemitismo trae forza dalla coerenza con i diritti fondamentali, non dalla loro compressione. Inserire nella legge una definizione controversa e ideologica apre un precedente pericoloso: oggi contro chi critica Israele, domani contro chiunque metta in discussione un assetto di potere. Ed è proprio questo il rischio che il Parlamento è chiamato ad assumersi, se sceglie di ignorare l’allarme.
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Il cessate il fuoco continua a produrre bollettini. Dall’11 ottobre, a Gaza, i morti contati dopo la firma dell’accordo sono 586, i feriti 1.558. I numeri arrivano mentre i raid proseguono a intermittenza nel centro della Striscia e a Rafah, sempre spiegati come “risposte a violazioni”. La tregua resta una formula, la realtà un referto.
Intanto Israele sposta il baricentro. Mentre Gaza brucia a bassa intensità, la Cisgiordania viene riscritta per decreto. Il governo rafforza i poteri civili sui territori occupati, accelera procedure e acquisti, rende strutturale ciò che doveva restare provvisorio. Washington protesta a parole, Berlino registra “preoccupazione”, sul terreno cambia il perimetro del controllo. L’annessione smette di essere una minaccia e diventa prassi amministrativa.
La guerra, però, entra anche in un’altra stanza. Quella del diritto penale. In Israele avanzano disegni di legge che reintroducono la pena di morte su base etnica, riservata ai palestinesi. Le Nazioni Unite e Amnesty parlano di violazione del diritto alla vita e di discriminazione istituzionalizzata. È il linguaggio della legge che normalizza la selezione.
A Gaza, nello stesso tempo, emergono storie che non lasciano corpi. Un’inchiesta giornalistica ricostruisce migliaia di persone “evaporate”, senza resti identificabili, compatibili con l’uso di armi ad altissima temperatura. Famiglie che cercano nomi in registri vuoti. Anche questo è un effetto di guerra: l’impossibilità del lutto.
E l’Italia. Gli aiuti umanitari restano bloccati oltre confine, in Giordania. Le opposizioni chiedono un’informativa urgente al ministro degli Esteri. Il governo prende tempo. Gaza continua a insegnare una lezione semplice e brutale: quando la politica rinvia, la violenza compila i moduli al posto suo. E li timbra ogni giorno.
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Quello che sta accadendo a RaiSport durante Milano-Cortina racconta molto più di una telecronaca sbagliata. Racconta un metodo. Racconta un’idea di servizio pubblico piegata alla fedeltà e all’obbedienza, svuotata di competenza, ridotta a vetrina personale. Paolo Petrecca che si auto assegna la telecronaca della cerimonia inaugurale, dopo aver fatto fuori il suo vice, non è una gaffe isolata: è l’atto finale di una gestione che la redazione giudica talmente intollerabile da ritirare le firme da servizi e telecronache, mettendo a nudo una frattura profonda e irreversibile.
Quando una redazione intera decide di non firmare il proprio lavoro, il problema non è l’orgoglio ferito di un direttore. È il collasso di una catena di responsabilità. È la certificazione di un danno inflitto ai telespettatori che pagano il canone, all’azienda e a chi lavora. E il fatto che l’azienda reagisca con una convocazione e una moral suasion tardiva dice tutto sulla normalizzazione del disastro.
Il governo osserva e tace, come sempre quando la Rai diventa terreno di occupazione. Perché Petrecca non è un incidente, è un prodotto coerente della stagione meloniana: dirigenti scelti per allineamento, protetti finché servono, sacrificabili solo quando l’imbarazzo supera la soglia di sopportazione. La protesta di RaiSport viene derubricata a “questione interna”, mentre Usigrai denuncia comportamenti antisindacali e altre redazioni esprimono solidarietà. Un servizio pubblico che censura i comunicati sindacali durante le Olimpiadi mostra il suo vero volto: la paura di perdere il controllo.
Milano-Cortina doveva essere la vetrina dell’Italia. Sta diventando il promemoria di come questo governo tratta l’informazione: occupazione, incompetenza, silenzio. E quando i giornalisti arrivano allo sciopero, significa che la linea è stata superata da tempo.
Buon martedì.
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