Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il 2026 si apre con una sequenza di dati e di vertenze che restituisce un’immagine nitida dello stato dell’industria italiana. La produzione industriale è in calo da quasi tre anni e, a ottobre 2025, con l’ultimo dato disponibile, scende anche il fatturato delle imprese. Secondo l’Istat, su base mensile e al netto della stagionalità, il fatturato dell’industria diminuisce dello 0,5 per cento in valore. Il rallentamento riguarda quindi ciò che si produce e ciò che si vende. È in questo contesto che il nuovo anno prende forma.
La serie lunga della produzione industriale racconta una tendenza che supera le oscillazioni congiunturali. Negli ultimi tre anni prevalgono nettamente i segni negativi e la ricostruzione elaborata dalla Cgil, su dati Istat, parla di 32 mesi di flessione nel periodo recente. A ottobre 2025 l’indice destagionalizzato scende dell’1 per cento rispetto a settembre, confermando una traiettoria che attraversa settori e territori. Il calo del fatturato registrato nello stesso mese segnala che la debolezza della produzione si sta trasferendo nei bilanci aziendali.
Ad Atessa, nello stabilimento Stellantis Europe, ex Sevel, il 1° gennaio è ripartito il contratto di solidarietà, prorogato fino al 31 luglio 2026. Coinvolge il 35 per cento dei 4.350 addetti, in calo rispetto al 41 per cento precedente. È l’ennesima proroga in uno stabilimento che da anni alterna produzione e ammortizzatori sociali, mentre i sindacati chiedono un piano industriale vincolante sul nuovo furgone.
In Molise, alla Sata di Pozzilli, azienda storica della componentistica in ghisa, acciaio e alluminio per l’automotive, è partita un anno di cassa integrazione straordinaria per 47 lavoratori, dopo mesi di contratti di solidarietà. La misura accompagnerà l’intero 2026 fino a novembre.
A Novara, la Tecnomeccanica, fonderia specializzata nella pressofusione di alluminio per automotive e illuminotecnica, ha avviato contratti di solidarietà per 120 dipendenti fino a ottobre 2026, dopo averli già utilizzati nel 2025. A Umbertide, la Proma ha riattivato gli ammortizzatori per la componentistica automotive, estendendoli anche agli impianti di Mignano Monte Lungo e Melfi.
La crisi industriale colpisce anche il sistema moda e il tessile. A Bianzè, nel Vercellese, la Gammastamp coinvolge 450 lavoratori in un nuovo anno di contratti di solidarietà. A Pordenone, alla Savio Macchine Tessili, 280 dipendenti entrano in un contratto rinnovabile fino a due anni dopo un biennio di cassa integrazione intermittente, a causa delle difficoltà del mercato tessile e del rallentamento degli ordini.
A Bologna, alla Menarini, azienda che produce autobus ed è considerata un presidio industriale strategico, la cassa integrazione straordinaria è stata prorogata fino a ottobre 2026 per 29 lavoratori, tra percorsi di formazione e accompagnamenti alla pensione anticipata.
Il rallentamento della manifattura si riflette ormai anche sul commercio. I tavoli di crisi aperti al ministero delle Imprese e del made in Italy sono arrivati a quota 96 e coinvolgono oltre 120 mila lavoratrici e lavoratori, più del doppio rispetto a due anni fa. È la novità più rilevante segnalata dalla Cgil: alle crisi industriali si affiancano quelle della distribuzione.
Woolrich ha dichiarato una perdita del 30 per cento del fatturato e annunciato il trasferimento di 139 lavoratori da Bologna e Milano a Torino, poi sospeso in attesa di confronto istituzionale. Conbipel, Coin, Conforama e Original Marines contano ciascuna tra 1.400 e 1.600 addetti coinvolti in situazioni di difficoltà. Carrefour, interessata dalla cessione al gruppo NewPrinces, coinvolge circa 18 mila lavoratori tra diretti e indiretti, secondo le stime diffuse dalle testate economiche.
Il calo del fatturato rilevato dall’Istat a ottobre si inserisce in questo quadro fatto di stabilimenti in affanno, contratti di solidarietà prorogati e vertenze che si moltiplicano. Quando la produzione arretra per un periodo così lungo e i ricavi iniziano a diminuire, la crisi smette di essere una previsione e diventa cronaca quotidiana. Il 2026 comincia così, con un’industria già sotto pressione e una lunga sequenza di casi concreti che raccontano la stessa traiettoria.
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L’analista Lorenzo Ruffino ha fatto una cosa semplice e spietata: ha messo un cronometro tra casa e ospedale. Undici febbraio 2026, una griglia da 100 metri, rete stradale TomTom 2023, popolazione pesata con il Global Human Settlement Layer. Ne esce un numero che sembra rassicurante: in Italia la mediana è 8,5 minuti per raggiungere l’ospedale più vicino.
Poi si guarda meglio. La Campania 6,8 minuti di mediana, l’88 per cento dei residenti entro un quarto d’ora. Trieste 5,6. Napoli 6,0. Cagliari 6,0. Milano 6,3. Rimini 6,3. Torino 6,3. È la fotografia dell’Italia urbana, compatta, dove la densità tiene insieme domanda e offerta.
La mappa però si incrina appena si esce dalle città e ci si sposta nella provincia. Basilicata 16,1 minuti di mediana. Valle d’Aosta 15,8, con una media di 19,3 e circa il 20 per cento della popolazione oltre mezz’ora. Rieti oltre 23 minuti. Nuoro 21,5. Viterbo 17,2.
E c’è il caso di Foggia: mediana 6,6, media 13,2, circa l’11 per cento oltre trenta minuti, pari a oltre 60 mila persone. La mediana consola, la media tradisce.
Ruffino usa proprio questo scarto per mostrare le “sacche” di distanza. È lì che l’analisi smette di essere statistica e diventa politica. Perché quei minuti si concentrano nelle aree interne, nei territori montani, nei comuni sparsi. Nelle stesse zone che da anni vengono raccontate come laboratorio della sanità di prossimità.
La distanza dall’ospedale misura la parte fisica del problema. La riforma territoriale avrebbe dovuto intervenire sull’altra metà, quella organizzativa. Il DM 77 del 2022 ha disegnato Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali operative territoriali. Missione 6 del Pnrr, cronoprogrammi, target europei.
A metà 2025, secondo il report nazionale di Agenas sul DM 77, su 1.723 Case della Comunità programmate 660 risultano dichiarate con almeno un servizio attivo, incluse sedi provvisorie. Gli Ospedali di Comunità attivi sono 153, per 2.716 posti letto dichiarati attivi. Le Centrali operative territoriali pienamente funzionanti al 31 dicembre 2024 sono 612, di cui 480 rendicontate ai fini del target europeo.
I numeri esistono. La domanda è dove incidono. La provincia di Rieti, indicata da Ruffino come la più distante, conta un’offerta ospedaliera concentrata in due presidi ospedalieri (Rieti e Magliano Sabina) per l’intero territorio provinciale. È un fatto amministrativo prima che geografico. Quando l’offerta si riduce, la mappa si allunga. Quando la popolazione è sparsa, la mediana nasconde la coda.
Eurostat stima che nell’Unione tra l’83,2 e l’83,4 per cento della popolazione viva entro 15 minuti di guida da un ospedale nel 2023, a seconda dell’aggiornamento pubblicato. In Italia solo due aree NUTS3 raggiungono il 100 per cento entro quella soglia: Milano e Monza e Brianza. Il resto del Paese si distribuisce tra accessibilità accettabile e vuoti strutturali.
Ogni minuto in più pesa diversamente su un anziano fragile, su un paziente tempo-dipendente, su un territorio con mobilità passiva elevata. Le reti per ictus, infarto, trauma sono costruite intorno al tempo e monitorate da Agenas con il Programma nazionale esiti. L’accesso fisico resta la prima soglia. Se quella soglia si allarga, il sistema deve compensare con organizzazione, trasporti, integrazione territoriale.
La fotografia di Ruffino mostra un’Italia dove la densità urbana protegge e la dispersione espone. Mostra che la mediana nazionale racconta una storia rassicurante mentre la coda della distribuzione racconta un’altra storia. Mostra che la geografia sanitaria segue la geografia sociale.
Otto minuti e mezzo di mediana possono sembrare un buon risultato. Ventitré minuti a Rieti, oltre trenta per migliaia di persone a Foggia, raccontano altro. Raccontano un Paese in cui la sanità resta più vicina dove la popolazione è concentrata e più lontana dove il territorio si svuota.
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La mano scava tra i calcinacci di Gaza City. Cerca ossa, brandelli di vestiti, tracce minime di una famiglia rimasta sotto il cemento dal 2023. La scena attraversa le agenzie e resta lì, sospesa. È il fotogramma delle ultime ventiquattro ore: un padre piegato a terra mentre sopra di lui passano dichiarazioni, vertici, comunicati.
La tregua regge sulla carta. Sul terreno arrivano spari, raid mirati, accuse di violazioni reciproche. L’esercito israeliano parla di risposta a movimenti sospetti; da Gaza si contano altri corpi. La parola cessate il fuoco resta scritta nei briefing, intanto le ambulanze fanno la spola tra macerie e ospedali esausti. La Striscia vive dentro una pausa armata, fragile come il vetro.
A Washington Benjamin Netanyahu incontra Donald Trump. Sul tavolo c’è l’Iran, con i colloqui indiretti in Oman e il nodo del programma nucleare. Gaza entra come capitolo collegato, pedina dentro un disegno più ampio. Le priorità si leggono nei tempi e nei sorrisi delle foto ufficiali: sicurezza regionale, deterrenza, equilibri strategici. La Striscia resta scenario.
Da Bruxelles arriva una frase che pesa. L’Alta rappresentante Kaja Kallas definisce “controproducenti” e “incompatibili con il diritto internazionale” le ultime decisioni del gabinetto di sicurezza israeliano sulla Cisgiordania. È un richiamo formale, registrato nei verbali dell’Unione. Le parole europee fotografano l’espansione degli insediamenti e l’aumento delle operazioni nei campi profughi.
Intanto a Torino tre bambini feriti di Gaza entrano al Regina Margherita. Vengono accolti nei reparti pediatrici, lontani dalle sirene. La guerra attraversa il Mediterraneo e prende posto in un corridoio d’ospedale. Restano la mano che scava e i letti bianchi. Tutto il resto gira intorno.
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Quando i partiti italiani riscoprono l’articolo 67 della Costituzione? Ogni volta che perdono un parlamentare. In quel preciso istante il cambio di gruppo diventa “tradimento”. Il seggio si trasforma in proprietà collettiva. La parola “voltagabbana” torna di moda. Parte la richiesta di introdurre il vincolo di mandato, con decadenza automatica per chi lascia. Poi accade qualcosa di curioso. Lo stesso meccanismo, a parti invertite, cambia significato.
Matteo Salvini, dopo le tensioni interne esplose con il caso Vannacci, ha rilanciato l’idea di modificare la Costituzione per fermare i “traditori” e difendere la volontà popolare. La proposta è semplice: chi cambia gruppo deve perdere il seggio. Torniamo indietro. Dicembre 2019. Tre senatori eletti con il Movimento 5 Stelle – Ugo Grassi, Francesco Urraro, Stefano Lucidi – passano alla Lega. Salvini li accoglie con un “benvenuto nella grande famiglia della Lega” e parla di scelta coerente contro un partito che aveva smarrito i propri ideali. In quel caso il passaggio di gruppo non altera la volontà degli elettori. Anzi, addirittura la interpreta meglio. Ancora: Andrea De Bertoldi lascia Fratelli d’Italia e approda alla Lega nel 2023. Nessuna richiesta di dimissioni. Anche lì nessuna evocazione del vincolo.
Fratelli d’Italia ha denunciato per anni i “giochi di palazzo” e i cambi di maggioranza come offesa agli elettori. Durante i governi Conte e Draghi il trasformismo era la prova di una politica distante dal voto. Nella XVIII legislatura però Fratelli d’Italia cresce anche grazie a ingressi da altri gruppi. Cambia tutto: in quel caso si parla di adesione a un progetto credibile. I numeri spiegano che non si tratta di episodi isolati. Nella XVIII legislatura si contano 456 cambi di gruppo e 304 parlamentari coinvolti. Quasi un parlamentare su tre ha cambiato collocazione almeno una volta tra il 2018 e il 2022. Il Movimento 5 Stelle, alla Camera, chiude quella fase con un saldo di meno 127 parlamentari rispetto alla partenza. Fratelli d’Italia registra un saldo positivo. La Lega alterna ingressi e uscite. Forza Italia recupera nella legislatura successiva.
Il mandato parlamentare, per la Costituzione, appartiene al rappresentante della Nazione. Senza vincolo. La Corte costituzionale ha già chiarito che dal dissenso rispetto alla linea del partito non possono derivare conseguenze giuridiche sul seggio. Il rapporto con la segreteria è politico. L’eventuale sanzione è elettorale. Così il vincolo di mandato riemerge solo quando conviene. Quando i numeri si assottigliano diventa una battaglia di principio. Quando i numeri crescono torna a essere un dettaglio. La Costituzione resta ferma. Oscillano le convenienze.
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Trentotto studenti palestinesi vincitori di borse di studio italiane restano intrappolati nella Striscia di Gaza. Hanno superato selezioni, ottenuto preiscrizioni su Universitaly, ricevuto lettere di accettazione dagli atenei. Attendono un visto che tarda. Il governo italiano aveva annunciato corridoi universitari, impegno diplomatico e tutela del diritto allo studio. Oggi restano telefonate che nessuno fa.
Mohammed Al-Ashi, portavoce del gruppo, ha raccontato a Fanpage che ai ragazzi viene chiesto di «restare vicini al telefono» in vista di una partenza imminente. L’attesa dura da mesi. Nel frattempo Gaza è senza università: secondo i dati raccolti nel dossier che ricostruisce la crisi dei visti, il 100% degli atenei della Striscia risulta distrutto e oltre 625 mila studenti hanno perso l’anno accademico 2023-2024. A rendere tutto più brutale c’è la logistica: Erez e Rafah restano chiusi, chi riesce a spostarsi verso Il Cairo o Amman spesso resta senza status legale utile per completare pratiche consolari.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha più volte rivendicato l’arrivo di studenti palestinesi con voli speciali dalla Giordania. I numeri ufficiali parlano di 49 ingressi attraverso i corridoi universitari. Restano centinaia di pratiche sospese, comprese quelle dei 38 bloccati a Gaza. Fa rumore anche il silenzio della sede consolare competente per graduatorie e borse Iupals: chi aspetta resta appeso a una reperibilità trasformata in procedura.
Nel maggio 2025 la ministra dell’Università Anna Maria Bernini definiva gli atenei italiani «semi di pace». A ottobre 2025 una nota ministeriale confermava la prosecuzione dei corridoi. Nello stesso periodo, secondo il progetto Iupals coordinato dalla Crui, venivano messe a bando 97 borse distribuite in 35 università, con appena 12 destinate specificamente a Gaza.
Le università hanno fatto la loro parte. Siena, Milano-Bicocca, Palermo hanno deliberato proroghe e iscrizioni con riserva. L’Asgi ha richiamato il Dpr 394/1999: se il ritardo dipende dal mancato rilascio del visto per cause imputabili agli uffici, l’ateneo può perfezionare l’iscrizione fino al 30 giugno. Alcuni rettori hanno applicato questa interpretazione ma i consolati restano fermi. Nel frattempo vari atenei si trovano a coprire costi di vitto e alloggio cercando fondazioni bancarie e donatori, perché la catena istituzionale si interrompe sempre allo stesso punto: il visto.
Il Tar è intervenuto più volte tra giugno e ottobre 2025 ordinando il rilascio dei visti in casi di diniego privo di motivazioni individualizzate. Le tre studentesse ammesse a Siena sono arrivate dopo una pronuncia favorevole. In altri casi l’amministrazione ha insistito sulla presenza fisica a Gerusalemme anche davanti a decisioni giudiziarie e ostacoli materiali. È emblematico il caso di Heba Alnajjar, ammessa a un master in Piemonte, respinta di nuovo dopo una procedura online e richieste impossibili da soddisfare.
Il governo ha spiegato in Parlamento che le evacuazioni dipendono dal nulla osta israeliano ed egiziano. Resta però un altro fatto: l’Italia decide come trattare le pratiche di visto, come interpretare il rischio migratorio, come applicare procedure d’urgenza. Le organizzazioni Yalla Study e Asgi hanno proposto colloqui a distanza, raccolta posticipata dei dati biometrici, accettazione di garanzie economiche fornite da enti terzi, visti di emergenza educativa.
Ora quelle soluzioni attendono una direttiva politica. Ogni giorno che passa, le borse rischiano di scadere, le preiscrizioni di decadere, le graduatorie di svuotarsi. Le università italiane competono nel mondo per attrarre talenti. In questo caso i talenti li hanno selezionati loro.
Resta un elenco di nomi in attesa. Resta una promessa pubblica. E mentre si celebrano i corridoi nei comunicati si lasciano trentotto studenti a Gaza a controllare il telefono.
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