Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Mohammad Dhabban aveva una malattia rara. Servivano cure fuori dalla Striscia. Serviva un permesso. Non è arrivato. È morto così, dentro un territorio che trattiene anche chi dovrebbe soltanto attraversarlo per farsi curare. La restrizione alla mobilità diventa diagnosi. Il confine diventa cartella clinica. La sua storia scorre nelle stesse ore in cui Gaza continua a contare i vivi per sottrazione.
A nord della Striscia, dopo più di quattrocentonovanta giorni, la protezione civile ha recuperato venti corpi dalle macerie della casa della famiglia Nasr. Altri restano sotto il cemento. Il tempo non alleggerisce nulla, cristallizza. Le bare allineate davanti ai parenti raccontano che la guerra sopravvive anche quando si parla di tregua. Il silenzio delle armi non coincide con la fine delle conseguenze.
Le agenzie riferiscono dell’uccisione di un palestinese oltre la cosiddetta “linea gialla” e della scoperta di depositi d’armi tra Rafah e i tunnel. L’Idf rivendica operazioni mirate. Fonti locali parlano di un minore colpito a Jabalia e di un ferito. Le versioni divergono, i corpi restano. Ogni comunicato militare genera un contro-bollettino civile.
Intanto la Cisgiordania entra nel lessico dell’annessione. Si parla di percentuali, di registrazioni di terre come “statali”. Otto Paesi arabi e islamici richiamano la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza e il parere della Corte internazionale di giustizia. La geografia diventa pratica amministrativa.
Mentre si scava per restituire un nome ai morti e per tentare di salvare chi chiede cure altrove, altrove si prepara un tavolo che si definisce pace. Qui l’uscita resta chiusa. Per i malati. Per chi attende sotto le macerie. Per una popolazione che aspetta un varco che sia reale.
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Lo avevano raccontato come un’urgenza nazionale. Un argine immediato al caos, una risposta muscolare, un segnale da dare “subito”. Poi il decreto Sicurezza si è fermato. Bloccato su una scrivania della Ragioneria dello Stato, in attesa della bollinatura.
Due settimane. Per un provvedimento definito improcrastinabile.
La scena è semplice: conferenza stampa solenne, parole di ferro, tono da stato d’assedio. Subito dopo, la contabilità. Del resto i decreti costano. Anche i fondi per la sicurezza urbana costano. E se ci pensate bene le nuove assunzioni costano. Le misure simboliche hanno un prezzo che va scritto riga per riga. E lì la retorica lascia spazio ai numeri.
La Ragioneria chiede coperture solide, formule corrette soprattutto saldi coerenti. Senza quel sigillo il testo resta carta politica. Senza firma del Colle resta annuncio. Se non sta sulla Gazzetta Ufficiale è solo uno slogan.
La miseria politica sta tutta qui: l’esecutivo invoca l’emergenza e poi inciampa sui conti. Rivendica rapidità ma resta in attesa di una verifica tecnica e così la sicurezza agitata come vessillo identitario finisce nel cassetto delle compatibilità finanziarie.
Ogni giorno che passa accorcia il tempo per la conversione parlamentare. Ogni giorno espone l’improvvisazione di chi ha costruito la narrazione prima della struttura normativa.
Un decreto urgente che aspetta la calcolatrice racconta molto più di qualsiasi comizio. Racconta un governo che corre davanti alle telecamere e frena davanti ai capitoli di bilancio. Racconta una priorità proclamata a voce alta e sospesa tra commi da riscrivere e cifre da sistemare.
La sicurezza promessa al Paese, per ora, resta in fila alla Ragioneria. E quella fila pesa più di qualunque slogan.
Buon martedì.
Il piano europeo sui rimpatri prende forma mentre a Bruxelles si prepara il voto in commissione Libertà civili previsto per l’inizio di marzo. La proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea lo scorso marzo punta ad aumentare le espulsioni delle persone prive di titolo di soggiorno, con la possibilità di trasferirle in centri offshore situati in Paesi extra Ue. Oggi, secondo i dati richiamati dalla Commissione, una persona su cinque destinataria di un ordine di rimpatrio viene effettivamente riportata nel Paese di origine. L’obiettivo dichiarato è rendere le procedure “efficaci e moderne”.
Il punto è un altro. Se approvato nella forma attuale, questo regolamento rischia di importare in Europa un modello di enforcement che ricorda da vicino quello dell’Ice statunitense: perquisizioni domiciliari, controlli diffusi, pressione costante sulle comunità migranti, trasformazione degli spazi quotidiani in estensioni dell’apparato di polizia.
Settantacinque organizzazioni per i diritti umani, in una dichiarazione congiunta, parlano di normalizzazione di raid nelle abitazioni, controlli nei luoghi di lavoro e negli spazi pubblici, raccolta massiva di dati personali, cooperazione rafforzata tra forze di polizia dei diversi Stati membri. Nel testo si descrive un sistema punitivo alimentato dalla retorica dell’estrema destra, fondato su sospetto, denuncia, detenzione ed espulsione.
Tra le misure citate figura la possibilità per la polizia di effettuare perquisizioni in abitazioni private e in “altri locali rilevanti” alla ricerca di persone irregolari, anche senza un ordine giudiziario. Michele LeVoy, della Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants, usa un’espressione precisa: “Ice-like raids”. Il parallelo con l’agenzia americana Immigration and Customs Enforcement riguarda il metodo: presenza capillare, interventi mirati su base amministrativa, pressione sistemica sulle comunità.
Il regolamento potrebbe imporre ai servizi pubblici l’obbligo di segnalare le persone senza documenti. Medici del Mondo richiama l’esperienza del Minnesota, dove la stretta sull’immigrazione ha prodotto una crisi sanitaria: donne incinte, minori e persone con patologie croniche evitano ospedali e ambulatori anche in situazioni di emergenza. Quando l’accesso alle cure viene percepito come rischio di espulsione, la sanità pubblica arretra e il danno diventa collettivo.
A fine gennaio sedici esperti Onu hanno inviato una lettera di diciannove pagine alle istituzioni europee elencando oltre una dozzina di criticità rispetto agli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Gli esperti mettono in guardia anche contro la tendenza a collegare ai migranti problemi strutturali interni, dalla crisi abitativa alla tensione sociale, come se la deportazione potesse funzionare da soluzione amministrativa.
Il piano prevede inoltre raccolta di dati su larga scala e scambio facilitato tra forze di polizia europee. Alamara Khwaja Bettum, di Statewatch, segnala che più sorveglianza e più profilazione producono discriminazione e rafforzano l’agenda delle destre radicali. Emmanuel Achiri, European Network Against Racism, indica le comunità razzializzate come prime destinatarie di questo impianto regolatorio.
Dopo l’avanzata delle destre alle europee del 2024, la pressione politica per irrigidire le politiche migratorie si è intensificata. La scorsa settimana il Parlamento Ue si è avvicinato ai centri offshore con un voto che amplia le opzioni di deportazione, compreso l’invio di richiedenti asilo verso Paesi mai frequentati.
Il rischio, oggi, è che l’Unione trasformi la gestione amministrativa dell’immigrazione in una macchina permanente di controllo, capace di entrare nelle case, nei luoghi di lavoro, negli ospedali. L’Ice europeo non avrebbe lo stesso nome. Avrebbe la forma di un regolamento tecnico. E opererebbe dentro le nostre città.
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Sono 494 mila. Hanno una partita Iva, fatturano, emettono parcelle. Poi entrano in ufficio alla stessa ora dei colleghi assunti, usano gli strumenti dell’azienda, rispettano procedure e gerarchie. L’Inapp, nel Policy Brief n. 37 di gennaio 2026, applica ai dati dell’Indagine Inapp-Plus 2024 la categoria ILO dei “dependent contractor”: rappresentano il 18,5% dei 2,6 milioni di autonomi senza dipendenti, il 2,1% degli occupati, il 9,8% degli indipendenti.
La definizione è tecnica ma le conseguenze sono concrete. Lavoratori senza personale che dipendono quasi esclusivamente da un committente e hanno margini ridotti su compensi, tempi, strumenti. Tra gli autonomi senza dipendenti il 18,5% cumula vincoli economici e organizzativi. Un ulteriore 49,8% sperimenta almeno una delle due condizioni. La libertà piena riguarda una minoranza.
I settori si concentrano nei servizi: call center, pulizie, consegne, taxi, marketing, centralini. Il 4,4% dichiara un committente pubblico. Gli under 30 sono l’11,2% tra i dependent contractor contro il 4,4% medio degli indipendenti. Il 36,1% possiede una laurea. Otto su dieci operano negli “altri servizi”, soprattutto informazione e comunicazione, servizi alle imprese, trasporti, intermediazione finanziaria, istruzione e formazione.
Le ore lavorate avvicinano questi lavoratori ai dipendenti. I redditi li separano. Il 44,4% resta sotto i 15 mila euro lordi annui contro il 10,4% dei dipendenti. Solo il 16,5% si colloca tra 28 e 50 mila euro, circa la metà dei dipendenti (31,3%). La fascia oltre i 50 mila euro è marginale. La soddisfazione per la stabilità si ferma al 58,6%, oltre dieci punti sotto gli altri indipendenti.
La genesi del rapporto di lavoro chiarisce il contesto. Il 48,2% ha aperto la posizione autonoma su richiesta del committente; il 12,1% indica l’assenza di alternative. Strada obbligata per il 60,2% dei dependent contractor. Tra i datori di lavoro la quota scende allo 0,8%.
Dal 2004 l’Italia ha perso oltre un milione di lavoratori indipendenti mentre l’occupazione dipendente stabile è cresciuta di oltre due milioni. Oggi gli autonomi sono il 21,9% degli occupati contro una media Ue del 14,2%. Dentro questa quota si annida una porzione che sopporta il rischio d’impresa senza governarne le leve.
Nel lavoro quotidiano emergono indicatori che avvicinano questi profili alla subordinazione: orari concordati con il cliente, utilizzo di mezzi e strutture del committente, prestazioni analoghe a quelle dei dipendenti. In molti casi il contratto con lo stesso cliente viene rinnovato più volte, segno di una continuità che stride con la narrativa dell’indipendenza.
Parlamento e Consiglio Ue hanno approvato la direttiva 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali, con recepimento entro dicembre 2026. In Italia il collegato lavoro 203/2024 apre al riconoscimento dei rapporti ibridi. Il dibattito si concentra sull’estensione delle tutele: malattia, maternità, coperture contro gli infortuni, accesso agli ammortizzatori.
Mezzo milione di persone resta sospeso. Firma contratti autonomi, risponde a un solo committente, accetta compensi fissati altrove. L’etichetta parla di imprenditori individuali. I numeri raccontano lavoratori con autonomia compressa, esposti a redditi bassi e instabilità. Una linea sottile divide la forma giuridica dalla sostanza del rapporto. Dentro quella linea si muovono 494 mila storie che reggono interi segmenti del terziario italiano.
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Consapevoli dei tempi bui del nostro paese e per evitare che l’Italia tornasse serva di qualcuno i nostro padri costituenti hanno scritto nell’articolo 11 della Costituzione che l’Italia ripudia la guerra e consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per scopi di pace e giustizia.
Quel “solo” dice sostanzialmente che nei consessi internazionali il nostro Paese non può essere cameriere degli interessi particolari di qualcuno, nemmeno di quegli Usa che utilizzano il nostro territorio come avamposto militare.
Una delle poche promesse chiare di Giorgia Meloni in campagna elettorale fu che l’Italia sarebbe stata patria del sovranismo in Europa. Tradotto: l’Italia avrebbe pensato prima ai suoi interessi e poi avrebbe rivendicato la sua posizione sullo scacchiere internazionale.
Dopo quattro anni di governo il trio Meloni-Tajani-Salvini è riuscito nel tragico miracolo di trasformare la nazione italiana nello scendiletto di Donald Trump, di suo genero Jared Kushner, del ricercato internazionale Benjamin Netanyahu e una sfilza di autocrati (o aspiranti tali) che va dal’Argentina di Milei all’Ungheria di Orbàn passando dalla Turchia di Erdogan.
Si badi bene: la torsione della Costituzione e della dignità internazionale non avviene come ultima possibilità di salvare vite umane o evitare un disastro mondiale. Anzi, il cosiddetto Board of peace (che altro non è che il salottino di Trump) non ha fermato il genocidio in corso a Gaza, non ha rallentato le violenze in Cisgiordania e non ha indebolito la faccia feroce di Netanyahu e del suo governo di squinternati.
Il governo italiano calpesta la dignità internazionale per non “sentirsi tagliato fuori” dal circolino a cui ambisce, come certi ossessionati ricconi che inondavano di miagolanti messaggi il Jeffrey Epstein che fu, prima della sua caduta. Meloni e Tajani non perdono l’occasione di sentirsi parte attiva della colonizzazione di Gaza martoriata, leccandosi i baffi per l’hub turistico e commerciale che potrebbe diventare.
Solo per questo la presidente del Consiglio e la sua cerchia accettano di fare gli osservatori, come certi silenziosi personaggi che guardano gli altri mentre giocano a carte al bar e poi tornano a casa convinti di avere contribuito alla partita. Attenzione: sono gli stessi che vorrebbero modificare la Costituzione.
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