Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
I giovani europei chiedono un cambiamento profondo dei modelli economici e sociali. Lo fanno in modo esplicito, misurabile, trasversale. A dirlo è la seconda edizione dell’Allianz Foundation Next Generations Study, una delle ricerche comparative più ampie mai condotte sulle nuove generazioni in Europa. Lo studio, realizzato nell’estate del 2025 dalla Allianz Foundation insieme al Sinus Institute, si basa su un sondaggio rappresentativo di oltre 8.500 giovani tra i 16 e i 39 anni in cinque Paesi dell’Unione europea: Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna. Un campione che copre circa il 65 per cento dei giovani europei.
Il dato di fondo attraversa tutti i Paesi analizzati: il 65 per cento degli intervistati vuole una società che vada oltre la crescita economica tradizionale, privilegiando sostenibilità ambientale, diritti, partecipazione democratica e qualità della vita, anche accettando compromessi su consumi, produttività e velocità dello sviluppo. Una richiesta che emerge in modo trasversale agli schieramenti politici e che definisce una domanda strutturale di trasformazione.
Dentro questo quadro comune, l’Italia presenta un profilo specifico: i giovani italiani infatti risultano i più politicamente marginalizzati dell’intero campione. Il 53 per cento ritiene che la politica non rappresenti i propri interessi. È una distanza netta dalle istituzioni che fotografa una frattura profonda tra sistema politico e nuove generazioni.
Questa marginalità, però, non si traduce in una deriva regressiva. Al contrario, l’Italia è il Paese in cui i giovani mostrano i livelli più bassi di nostalgia per un passato idealizzato in chiave autoritaria. Solo il 17 per cento esprime visioni regressive del passato e appena il 5 per cento considera accettabili tattiche radicali o violente. È il dato più basso tra i cinque Paesi analizzati.
Accanto a questo, emerge un altro elemento decisivo: l’impegno civico. Quasi un giovane su due in Italia ha già partecipato ad azioni collettive. La partecipazione alle proteste di piazza è cresciuta in modo marcato passando dal 26 per cento del 2023 al 43 per cento nel 2025. Restano elevate anche altre forme di partecipazione: il voto riguarda il 77 per cento degli intervistati, la firma di petizioni il 64 per cento, le iniziative civiche il 36 per cento. Diritti umani, clima, istruzione, diritti civili e lotta alle discriminazioni sono le cause che mobilitano di più.
Per leggere le tensioni che attraversano questa generazione, lo studio introduce uno strumento specifico: il Backlash Barometer. Con il termine “backlash” si indica una strategia politica che utilizza la nostalgia per ripristinare condizioni sociali del passato, spesso idealizzate, anche a costo di comprimere principi democratici come lo Stato di diritto, la tutela delle minoranze e la non violenza. Il backlash si misura attraverso quattro dimensioni: senso di esclusione politica, nostalgia regressiva, valori discriminatori e accettazione di tattiche straordinarie come illegalità o violenza.
A livello europeo, i dati segnalano un rischio concreto. L’11 per cento dei giovani considera legittime forme di violenza politica e il 25 per cento accetta almeno alcune pratiche tipiche dei movimenti di contraccolpo. È un segnale di allarme per le democrazie europee, soprattutto perché queste attitudini tendono a rafforzarsi quando esclusione, nostalgia e valori regressivi si sovrappongono.
Ma c’è anche una buona notizia: in questo contesto, l’Italia mostra una resilienza democratica superiore alla media. La polarizzazione percepita è più bassa rispetto ad altri Paesi e lascia intravedere maggiori spazi di dialogo tra generazioni e orientamenti politici diversi. La distanza dalla politica istituzionale convive con una forte partecipazione civica e con un rifiuto netto della violenza come strumento di conflitto.
Il messaggio che arriva dai giovani italiani è politicamente rilevante: la sfiducia non produce automaticamente regressione. Produce invece domanda di partecipazione e conflitto civile. Forse proprio per questo il governo lo teme così tanto.
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Il passaggio dalla cronaca alla norma è immediato, praticamente automatico. Gli scontri di Torino del 31 gennaio diventano il grimaldello perfetto per riattivare un’agenda securitaria che il governo tiene pronta da mesi. La manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, degenerata in violenze e ferimenti tra le forze dell’ordine, viene rivenduta come dimostrazione definitiva di una minaccia sistemica. Da lì in avanti, il racconto si fa lineare: piazze pericolose, Stato sotto attacco, necessità di una risposta eccezionale. Torino smette di essere un episodio e diventa un argomento, l’ennesimo, a supporto di un autoritarismo che Meloni sogna da sempre.
I numeri sono gravi e nessuno li ridimensiona: oltre cento operatori feriti, arresti, sequestri. Ma la sequenza politica racconta altro. Vertici a Palazzo Chigi, riunioni ristrette con Viminale e Giustizia, consiglio dei ministri annunciato a stretto giro. La stretta prende forma mentre l’eco degli scontri è ancora utile a giustificarla. Così per l’ennesima volta l’emergenza diventa metodo.
Il pacchetto sicurezza ruota attorno a tre assi. Il primo è lo scudo penale per le forze dell’ordine, costruito sul differimento dell’iscrizione nel registro degli indagati quando l’azione avviene in presenza di una causa di giustificazione ritenuta evidente. Una modifica procedurale che incide sull’obbligatorietà dell’azione penale, presentata come tutela ma capace di produrre un’area di opacità. L’estensione ai cittadini comuni serve semplicemente a blindare la norma sul piano costituzionale, ma il bersaglio politico resta chiaro, sempre lo stesso: aumentare l’impunità delle forze dell’ordine.
Il secondo asse riguarda le manifestazioni. Si discute di fermi di prevenzione (si parla di 12 ore) prima dei cortei, trattenimenti senza vaglio immediato dell’autorità giudiziaria, ipotesi che hanno già acceso un confronto serrato con il Colle. La versione più dura, spinta dalla Lega, parla di tempi più lunghi (fino a 48 ore) e poteri ampi. La mediazione all’interno della maggioranza tenta di ridurre la portata, spostando le norme più controverse su un disegno di legge ordinario. Ciò che conta è che il segnale ormai è stato lanciato: il dissenso viene trattato come rischio da neutralizzare prima che si esprima.
Ma dentro la maggioranza l’unità è solo apparente. La Lega preme per una linea muscolare, rilanciando anche l’idea di una cauzione obbligatoria per gli organizzatori dei cortei, a copertura dei danni. La proposta incontra le resistenze di Forza Italia, dove emergono timori su una compressione eccessiva del diritto di manifestazione e su ricadute difficili da controllare. I dubbi arrivano anche da settori del Viminale, consapevoli della fragilità giuridica di misure che rischiano di essere travolte dai ricorsi.
Il vero punto di frizione resta però il rapporto con il Quirinale. La necessità di evitare uno scontro istituzionale costringe Palazzo Chigi a limare, rinviare, spacchettare. La fermezza viene rivendicata sul piano politico ma intanto sul piano normativo si cercano formule che reggano. Ed è difficile. Ne consegue una tensione costante tra l’urgenza comunicativa e i limiti costituzionali.
L’operazione si completa sul terreno parlamentare. L’appello alle opposizioni per una condanna unitaria delle violenze serve a costruire una linea di frattura: chi aderisce legittima l’impianto emergenziale, chi distingue viene esposto all’accusa di ambiguità. La sicurezza diventa così campo di battaglia identitario, utile anche a trascinare nella mischia la magistratura in vista dei prossimi appuntamenti referendari.
Torino resta un fatto grave, con responsabilità penali da accertare. Ma nella narrazione di governo diventa soprattutto una cornice. Una cornice dentro cui far rientrare norme già pensate, linguaggi già rodati, un’idea di ordine pubblico che si allarga per decreto mentre le cause strutturali restano sullo sfondo. La stretta arriva puntuale. Le domande sul suo uso restano aperte.
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Rafah riapre. Così dicono le agenzie. Poi si leggono le righe sotto il titolo e il quadro si restringe. Il valico funziona a intermittenza, con numeri ridotti e criteri selettivi. Rientrano donne, bambini, anziani. I malati gravi, quelli con i nomi già trasmessi all’OMS per evacuazioni urgenti, passano da un altro varco, Kerem Shalom. La “riapertura” esiste, ma resta controllata, fragile, facilmente reversibile. Più utile alla narrazione che alla sopravvivenza quotidiana.
Nello stesso giorno, un’altra porta si chiude del tutto. Medici Senza Frontiere viene costretta a lasciare Gaza. Israele parla di requisiti amministrativi e di elenchi del personale locale non consegnati. MSF risponde definendo la misura un pretesto e denunciando l’assenza di garanzie di sicurezza per il proprio staff. L’effetto pratico è immediato: meno medici, meno cure, meno presenza internazionale nei luoghi dove si muore di più.
La contraddizione è evidente. Si annuncia un corridoio umanitario e si stringe il rubinetto dell’assistenza. Si invoca la sicurezza e si colpiscono le organizzazioni che tengono in piedi ospedali di fortuna e cliniche improvvisate. I valichi diventano strumenti politici: liste, autorizzazioni, attese che decidono chi passa e chi resta.
Fuori dal linguaggio ovattato delle diplomazie, le parole sono più nette. Francesca Albanese ricorda che Israele non ha alcuna autorità legale per bloccare l’ingresso nel territorio che occupa e richiama il rispetto delle decisioni della Corte internazionale di giustizia. Nicola Perugini osserva che è forse la prima volta che MSF viene espulsa con l’accusa di essere una “infrastruttura militare”, lo stesso schema usato per colpire l’intero sistema sanitario di Gaza.
Intanto gli inviati americani incontrano Netanyahu e parlano di tregua. Sul terreno resta una costante: una porta socchiusa, molte sprangate. E un’assistenza umanitaria trattata come concessione, non come obbligo.
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I segnali arrivano dal luogo che più di ogni altro aveva certificato la solidità del consenso trumpiano. Il Texas, bastione elettorale e simbolico del 2024, restituisce due risultati che incrinano la rappresentazione di un Paese compatto dietro la Casa Bianca. Nelle elezioni speciali di gennaio, in distretti considerati politicamente blindati, i repubblicani cedono seggi rilevanti. Il dato pesa per ciò che indica prima ancora che per l’aritmetica parlamentare e apre una crepa nel racconto dell’egemonia presidenziale.
Nel nono distretto del Senato statale, Taylor Rehmet supera Leigh Wambsganss, candidata sostenuta apertamente dal presidente. Il distretto aveva premiato Donald Trump con un margine di 17 punti alle presidenziali. A Houston, Christian Menefee conquista il seggio federale rimasto vacante dopo la morte di Sylvester Turner, rafforzando una componente democratica che costruisce la propria identità politica sul conflitto diretto con le politiche migratorie federali. Alla Camera, la maggioranza repubblicana scende a 218 contro 214. Ogni voto diventa una verifica di tenuta.
Il valore delle due vittorie va al di là della dimensione locale. Le campagne elettorali intercettano un clima di tensione crescente attorno all’operato dell’ICE e della Border Patrol, finite al centro di accuse per abusi e uso arbitrario della forza. A Minneapolis, in Minnesota, l’uccisione dei due cittadini americani, Renée Good e Alex Pretti, da parte di agenti federali ha aperto una crisi di legittimità che travalica i confini statali. I video diffusi dai testimoni incrinano la ricostruzione governativa e continuano ad alimentare una mobilitazione diffusa.
Le proteste hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone, nonostante le temperature estreme. A New York il termometro segna meno dieci gradi, a Minneapolis meno diciassette. Un dettaglio che è un importante dato politico: la partecipazione regge anche quando il costo fisico cresce. Le dichiarazioni di Trump su un presunto sostegno popolare alle agenzie federali sono poca cosa rispetto alla realtà delle piazze e delle urne. In molte città, reti civiche spontanee monitorano l’operato degli agenti e documentano gli interventi con telefoni e telecamere, e così ogni arresto si trasforma in un atto pubblico.
Il logoramento emerge con chiarezza anche dai sondaggi. Secondo il Pew Research Center, il 61 per cento degli americani boccia l’azione dell’amministrazione. Ancora più significativo il giudizio sulla capacità di governo: il 52 per cento degli intervistati ritiene Trump privo delle condizioni mentali per guidare il Paese. Tra gli elettori repubblicani, la fiducia sull’idoneità scende dal 75 al 66 per cento in dodici mesi. La credibilità morale si ferma al 42. I numeri descrivono una frattura interna al campo conservatore che erode la disciplina politica.
A rendere più fragile il quadro contribuisce la nuova ondata di rivelazioni legate ai file Epstein. Trump reagisce come al solito, evocando complotti e annunciando azioni legali contro il giornalista Michael Wolff. Ma le minacce restano sul piano delle dichiarazioni, mentre documenti sensibili compaiono e spariscono dal sito del Dipartimento di Giustizia, alimentando altri sospetti e nuove tensioni istituzionali.
Sul piano dei poteri, la magistratura federale continua a contenere le follie dell’inquilino della Casa Bianca. Il caso del piccolo Liam Ramos, fermato dall’ICE insieme al padre, si è chiuso con il rilascio ordinato da un giudice del Texas. Nella sentenza, il giudice Fred Biery accusa il governo di ignorare la Dichiarazione d’Indipendenza e richiama gli avvertimenti di Thomas Jefferson contro le derive autoritarie. Un richiamo che arriva da uno Stato conservatore e per questo assume un peso politico ulteriore.
Trump continua a rivendicare il sostegno del Paese. I fatti dicono altro: distretti che cambiano colore, maggioranze che si assottigliano, consenso che arretra, giudici che intervengono. I segnali di cedimento restano parziali, è vero, ma sono convergenti. Ed è proprio questa convergenza a trasformarli in un problema politico strutturale.
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Facciamola fuori subito: nessuno difende il pestaggio del poliziotto a Torino. La melma che sta sulle prime pagine di alcuni pessimi giornali e sulle bocche di certi aizzatori politici immagina difese che non esistono per estrarre un’inesistente realtà dagli intestini del Paese e poi agitarla come clava. Su questo non vale la pena spendere nemmeno queste righe.
Ma quella melma non seppellirà la pacifica protesta di cinquantamila persone, ora sporcate dalla propaganda di qualche giornale che vende una decina di copie. Quella melma non nasconde le manganellate che hanno spaccato le facce di cittadini, non distrae dai fumogeni lanciati ad altezza uomo. Quella melma non seppellisce nemmeno la repressione che da tempo ha trasformato Torino in un avamposto di gestione autoritaria del dissenso. Una città su cui piovono sequestri, perquisizioni, daspo, arresti di persone incensurate che si sgretolano in archiviazioni e assoluzioni.
Quella melma non nobilita una presidente del Consiglio che convoca i giornalisti solo per le foto posate con il poliziotto ferito, di fretta e furia per arrivare in tempo prima delle sue dimissioni dall’ospedale. Quella melma non cancella l’imbarazzo per un governo che si precipita a Torino dopo avere indugiato su Niscemi. Quella melma non ha niente a che vedere con l’Ice e la postura da scendiletto di questo governo attaccato alla sottana di Trump. Quella melma sta biecamente usando il poliziotto ferito per stringere ancora di più il pugno. E si marcerà contro l’autoritarismo con la bava alla bocca. Si protesterà, ancora. Perché questo è solo il primo capitolo di una repressione che quelli vorrebbero fare diventare sistema.
Buon lunedì.
Foto di Marioluca Bariona
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