Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Trecentocinquanta milioni di donne nel mondo non hanno accesso alla contraccezione. Per molte di loro, l’unico interlocutore istituzionale è Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Per chi subisce violenza di genere, il riferimento è UN Women. Due agenzie distinte, con mandati distinti. António Guterres propone di fonderle, in nome dell’efficienza.
L’iniziativa si chiama UN80, in vista dell’ottantesimo anniversario dell’Onu. L’obiettivo dichiarato è ridurre le duplicazioni, semplificare la struttura. Nessuno ha ancora pubblicato la valutazione sui benefici concreti. La proposta è già sul tavolo, e le organizzazioni per i diritti delle donne di mezzo mondo stanno facendo i conti.
Solo che i conti non tornano. Nel 2024, UN Women aveva un budget di 500 milioni di dollari, Unfpa ne aveva 1,45 miliardi, quasi tre volte tanto. Cifre già esigue rispetto ai problemi affrontati: prevenzione delle mutilazioni genitali femminili, pianificazione familiare nelle aree di crisi, contrasto ai matrimoni forzati. Fòs Feminista, alleanza internazionale per l’accesso alla salute riproduttiva, ha pubblicato il 26 gennaio un rapporto che documenta come la sovrapposizione tra le due agenzie sia minima. Se il problema fosse l’efficienza, non si partirebbe da qui.
Gita Sen, cofondatrice della rete femminista Dawn, spiega il meccanismo: quando un donatore apprende che due agenzie si fondono, la prima domanda è quanto risparmierà. Il rischio non è teorico: in precedenti fusioni nel sistema Onu, il finanziamento complessivo si è ridotto perché i donatori hanno trattato il nuovo ente come uno solo dei due precedenti e non come la loro somma.
Una fusione richiede un voto all’Assemblea Generale, e qui la questione tecnica diventa quindi politica. Il voto aprirebbe uno spazio formale in cui gli Stati ostili ai diritti delle donne potrebbero ridiscutere il mandato del nuovo ente. Nell’ultimo anno diversi governi hanno smantellato ministeri dedicati al genere e promosso la Geneva Consensus Declaration, dichiarazione esplicitamente anti-aborto circolata con il sostegno americano.
Gli Stati Uniti hanno già ritirato i finanziamenti a entrambe le agenzie. L’amministrazione Trump ha ampliato il “global gag rule”, che blocca i fondi federali americani a qualsiasi organizzazione che menzioni l’aborto come opzione sanitaria. Jessica Stern, copresidente dell’Alliance for Diplomacy and Justice, è esplicita: se la proposta arriva al voto assembleare, Washington userà la propria influenza per smantellare l’architettura istituzionale per la parità di genere e i diritti riproduttivi.
Alla sessione annuale della Commissione sulla Condizione delle Donne (Csw), in corso questa settimana a New York, il Centre for Family and Human Rights (CFam) è presente come osservatore accreditato. Il presidente Austin Ruse ha inviato ai sostenitori una mail dal titolo «5.000 pazzi del gender si calano sull’Onu», chiedendo fondi per opporsi a qualsiasi documento che «minacci la famiglia, il bambino non nato e la nostra comprensione della persona umana». CFam influenza le negoziazioni sui documenti finali Csw da anni, con accredito regolare e accesso alle trattative.
Né UN Women né Unfpa si oppongono ufficialmente al processo: entrambe sostengono UN80, a condizione che i rispettivi mandati vengano preservati e la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, ha assicurato gli Stati membri che il mandato «rimarrà il fondamento incrollabile» dell’organizzazione.
Intanto più di 500 organizzazioni e quasi 100 individui hanno firmato una lettera aperta a Guterres. Il testo avverte: ogni volta che la salute sessuale e riproduttiva è stata assorbita in mandati più ampi senza articolazione esplicita, è stata de-prioritizzata, sottofinanziata o resa politicamente invisibile. Regno Unito, Svezia, Brasile e Germania lo hanno ribadito formalmente in sede di consiglio Unfpa.
Beth Schlachter di MSI Reproductive Choices, sentita dal Guardian, chiama la proposta «un momento di cavallo di Troia». Fadekemi Akinfaderin, chief global advocacy officer di Fòs Feminista, è più diretta: «La sensazione è che, siccome gli Usa hanno chiuso i rubinetti, l’Onu sia disposta a gettare l’uguaglianza di genere sotto l’autobus».
La Csw di questa settimana non voterà sulla fusione. La proposta di risparmio ha già prodotto un effetto: ha reso visibile quanto sia sottile la linea tra riformare un’istituzione e svuotarla. Trecentocinquanta milioni di donne aspettano di sapere da che parte cade.
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Il 10 marzo 2026, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito il progetto E1 — 3.400 unità abitative su dodici chilometri quadrati a est di Gerusalemme, autorizzato dal governo israeliano nell’agosto 2025 — «un grave errore». Ha convocato il ministro degli Esteri Johann Wadephul a Gerusalemme per ribadirlo. «È cruciale che noi europei trasmettiamo questo messaggio insieme», ha dichiarato Merz a Berlino.
La parola errore presuppone una deviazione accidentale. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze con delega agli insediamenti, aveva già risposto mesi prima che Merz parlasse. Nel 2025 aveva dichiarato: «Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo, non con slogan ma con azioni. Ogni insediamento è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa». Non un errore. Un programma enunciato prima che Berlino aprisse bocca.
Ehud Olmert, premier israeliano dal 2006 al 2009, lo chiama con altre parole. Su Haaretz ha scritto che in Cisgiordania è in atto «un tentativo violento e criminale di pulizia etnica», con polizia, esercito e Shin Bet come complici. L’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, nel rapporto del 19 febbraio 2026, solleva le stesse preoccupazioni: attacchi sistematici e trasferimenti forzati sembrano orientati a uno spostamento permanente della popolazione palestinese.
Nel 2025, secondo i dati ONU, l’espansione degli insediamenti ha raggiunto il livello più alto dal 2017. In Cisgiordania vivono 700.000 coloni israeliani tra 3 milioni di palestinesi. Il progetto E1 è già in gara d’appalto.
Merz chiede che Israele rinunci all’E1. Smotrich nel 2025 aveva già risposto alla domanda che nessuno gli aveva ancora posto: «Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan ma con azioni». La parola errore non era contemplata.
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I carabinieri di Teramo hanno eseguito otto misure cautelari nei confronti di un gruppo che si autodefiniva “Gioventù fascista rosetana”: quattro arresti, un capo finito in carcere, tre ai domiciliari, quattro con obbligo di firma. Diciassette gli indagati, quattordici accusati di istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale. Il gruppo pianificava spedizioni punitive contro i bengalesi, assaltava con sassaiole il Centro d’accoglienza di Roseto degli Abruzzi, custodiva foto hitleriane e gestiva chat di incitamento alla violenza razziale. Il tutto era emerso indagando su un agguato preordinato ai carabinieri l’8 ottobre 2025, con spranghe e sassi nascosti vicino al palazzetto dello sport.
Mi sono tornati in mente gli attivisti di Ultima Generazione processati per aver gettato vernice lavabile sulla facciata del Senato, con una pena prospettata fino a cinque anni. Mi sono tornati in mente i 180 procedimenti giudiziari in tre anni contro chi bloccava strade per chiedere politiche climatiche, gli studenti manganellati nei cortei per Gaza, i fogli di via usati come strumenti di ritorsione contro gli attivisti.
Per tutto questo, il governo aveva parole pronte. La presidente del Consiglio che definisce “oltraggioso” il lancio di vernice lavabile su un palazzo, il ministro dei Trasporti che ha dichiarato più volte di voler reprimere chi scende in strada per il clima. Per la “Gioventù fascista rosetana”, niente. Silenzio.
E allora la domanda, sempre la stessa, torna a farsi sentire: quanto schifo bisogna fare per sbattere ogni volta la faccia contro il proprio contraddirsi, accettando di spaccarsi il naso pur di non cedere un millimetro di propaganda
Buon giovedì
Foto di Imam Fadly su Unsplash
Il dato che manca sempre nella campagna del Sì è 1,10. È il clearance rate italiano per le cause civili e commerciali nel 2023, calcolato dal Justice Scoreboard 2025 della Commissione Europea: il rapporto tra cause risolte e cause in entrata. Quando supera 1, il sistema smaltisce più di quanto riceve. L’Italia registra il valore più alto tra tutti i ventisette paesi dell’Unione con dati disponibili. Per le cause amministrative sale a 1,21, secondo solo alla Grecia. Eppure la narrazione di chi vuole riformare la magistratura descrive un sistema al collasso, intasato, incapace di funzionare. I numeri raccontano un’altra storia.
L’analisi di Lorenzo Ruffino su Justice Scoreboard, Eurostat e Eurobarometro, pubblicata l’11 marzo, ricostruisce lo stato della giustizia italiana nel confronto europeo. Il quadro è quello di un sistema in miglioramento su quasi tutti gli indicatori misurabili, con problemi reali e documentati, che il referendum del 22 e 23 marzo non è attrezzato a risolvere.
L’arretrato si riduce. Le vertenze civili e commerciali ancora aperte a fine 2023 erano 3,3 ogni 100 abitanti, contro le 4,5del 2014. I tempi medi per le cause civili sono scesi da 532 giorni nel 2014 a 511 nel 2023, con un picco post-pandemia di 560 giorni nel 2021 già riassorbito. Nella giustizia amministrativa il miglioramento è ancora più netto: da 984 giorni nel 2014 a 595 nel 2023, quasi quattrocento giorni in meno in un decennio. I 511 giorni per le cause civili rimangono un problema serio, la media europea è 292, ma questa distanza non dipende dalla struttura delle carriere dei magistrati.
L’Italia conta 12,2 giudici ogni 100 mila abitanti contro una media europea di 22,2. Siamo al settimo posto dal basso su ventisette paesi, appena sopra Spagna e Francia (11,1 entrambe) e Svezia (11,8). I paesi con cause civili più rapide, come Lituania (120 giorni) e Repubblica Ceca (126), hanno densità di magistratura ben superiori. Dall’altra parte c’è il numero di avvocati: 386 ogni 100 mila abitanti, quarto valore nell’intera Unione Europea, quasi il doppio della media di 199. È questa la forbice che rallenta i processi, il carico sproporzionato che grava su ogni singolo giudice.
La spesa pubblica per i tribunali nel 2023 è stata dello 0,33 per cento del Pil, in linea con la media Ue dello 0,32. Ma l’Italia distribuisce male le risorse per la giustizia, con un organico di magistratura tra i più bassi d’Europa. La separazione delle carriere non tocca nessuno di questi parametri. Non porta un giudice in più nelle aule e non riduce di un giorno i tempi di definizione. Riorganizza simbolicamente i ruoli interni alla magistratura.
L’Eurobarometro 2025 registra che il 46 per cento degli italiani valuta positivamente l’indipendenza del proprio sistema giudiziario. Nel 2016 era il 25 per cento: in nove anni la quota è quasi raddoppiata, con 21 punti percentuali in più, l’aumento più netto tra i paesi del Mediterraneo. La media europea è del 54 per cento, il divario rimane, ma la direzione è inequivocabile.
Tra chi giudica il sistema negativamente, i motivi principali riguardano le pressioni degli interessi economici, citate dal 70 per cento degli insoddisfatti, e le interferenze della politica, indicate dal 64 per cento. Lo status dei giudici come fattore che ne compromette l’indipendenza è segnalato dal 60 per cento. Il referendum del 22 marzo non interviene su nessuno di questi elementi. Le pressioni economiche sui giudici non dipendono dalla struttura delle carriere. E la promessa della “politica fuori dal Csm” attraverso il sorteggio va letta nei dettagli della riforma: i membri laici dei due nuovi Consigli superiori della magistratura saranno estratti a sorte, ma da una lista preselezionata dal Parlamento, cioè dalla maggioranza del momento. La lunghezza di quella lista, come hanno osservato diversi giuristi, verrà stabilita con una legge attuativa. Se la lista sarà corta, il sorteggio diventa elezione con altri mezzi. La politica, di fatto, si sceglie i sorteggiabili.
Il dato che i sostenitori del Sì non citano mai rimane 1,10. Una giustizia che smaltisce più di quanto riceve, con i tempi in calo e la fiducia dei cittadini in risalita, ha bisogno di più giudici, insomma, e di risorse distribuite dove servono.
L’articolo Giustizia, in Italia il miglior rapporto tra cause risolte e in entrata: ecco i numeri che il fronte del Sì non cita sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Ci vuole un governatore del Movimento 5 Stelle per ricordare alla Campania che nel 2011 gli italiani avevano votato contro la privatizzazione dell’acqua. Quindici anni dopo, la giunta De Luca aveva fatto come se quel voto non fosse mai avvenuto: costituita la GRIC S.p.A. (Grandi Reti Idriche Campane) per gestire la rete acquedottistica primaria regionale, avviata una gara per cedere il 49% a un socio privato con affidamento trentennale. Cinque miliardi in trent’anni. Il 6 marzo 2026, Roberto Fico, governatore della Campania dal novembre 2025, ha ritirato il bando.
La delibera è un atto amministrativo ma di fatto è anche un atto politico: «Sono convinto», ha dichiarato Fico, «che la gestione di una risorsa preziosa come l’acqua debba essere in mani pubbliche». Il Tar Campania, Tribunale Amministrativo Regionale, aveva già sospeso il bando. Fico ha preferito non aspettare l’udienza di merito, fissata per l’11 marzo.
La mossa smonta dieci anni di lavoro di Fulvio Bonavitacola, vicepresidente di De Luca con delega al ciclo delle acque, l’uomo che ha costruito il modello GRIC. Nella giunta Fico è assessore alle Attività produttive: la delega alle acque è passata a Claudia Pecoraro del Movimento 5 Stelle. Nessuno ha sottolineato che l’artefice del progetto poi smontato è ancora dentro il governo regionale, solo con un altro cappello.
De Luca ha risposto nella sua diretta social del venerdì, l’appuntamento che non ha interrotto dopo la fine del mandato, pochi minuti prima che filtrasse la notizia. Ha parlato di «visione ideologica» e difeso la sinergia pubblico-privato per reggere gli investimenti infrastrutturali. Su questo ha una ragione parziale: le reti campane perdono acqua in modo strutturale, il piano prevedeva 2 miliardi di investimenti. Con quale modello alternativo si coprono? Fico non ha risposto.
C’è poi un dettaglio ricostruito da Fanpage.it il 9 marzo. Quattro giorni prima della delibera, la Direzione Generale sul Ciclo Integrato delle Acque aveva affidato a un consulente un incarico da 31.200 euro per redigere documentazione per la costituzione della GRIC nel progetto poi ritirato. Entrambi gli atti portano la firma dello stesso direttore generale. La delibera di Fico non ha revocato quell’incarico, che risulta formalmente attivo.
Sul bilancio, Fico ha presentato una manovra da 38,5 miliardi, di cui il 70% vincolato alla sanità. Ha chiarito: «Possiamo contare su 16 miliardi ma 12 arrivano dal fondo di ripartizione della Sanità, e sono vincolati». Il segnale di discontinuità più visibile riguarda la legge 28, il “fondo del presidente” da due milioni annui: nel decennio deluchiano finanziava cultura ed eventi con criteri discrezionali, gestito negli ultimi anni da Scabec, società in house della Regione per la promozione del patrimonio culturale campano. Fico lo ha azzerato, spostando quelle risorse al sociale.
Il governatore ha avvisato i consiglieri regionali: niente norme-mancia agganciate alla finanziaria, niente fondi senza programmazione verificabile. Ha citato fondazioni con pagine social ferme al 2020 e cortometraggi finanziati e mai realizzati. La ricognizione sulle partecipate, società a partecipazione regionale, è appena cominciata: sotto esame c’è, per esempio, la centrale per gli acquisti in Sanità.
Intanto la Campania è in esercizio provvisorio: senza bilancio approvato, la Regione spende solo nei limiti dell’anno precedente. La macchina amministrativa è in larga parte quella di prima. La rivoluzione di Fico, per ora, si misura in autotutele e poste azzerate. In un territorio dove certe abitudini durano decenni, è già qualcosa. Il difficile è dimostrare che smontare non basta.
L’articolo Acqua pubblica, la rivoluzione di Fico in Campania passa dalla rottura con De Luca. Nel mirino del governatore anche la legge-mancia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
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