Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Settantasette per cento. Tanto ha parlato Giorgia Meloni nella puntata di Pulp Podcast. La parola più usata è “diciamo”, 43 volte. La seconda è “chiaramente”, 42. Tranquilli, non è stata un’intervista, ma un monologo con due spettatori accanto che sorridono.
«Ho tentato di stare nel merito in questa campagna elettorale». Lo dice a Fedez e Mr. Marra a tre giorni dal voto. Il format non ha contraddittorio tecnico; è il posto giusto per dirlo senza che nessuno chieda quale merito e dove.
Sette giorni prima, dal palco del Teatro Franco Parenti di Milano, la stessa premier aveva detto che senza la riforma arrivano «stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà», figli strappati alle madri, la famiglia del bosco. Casi non chiusi, usati come munizioni da comizio. Da Fedez quelle cose non esistono: Meloni spiega i tre quinti per i laici del Csm, torna alla versione presentabile di sé stessa.
Poi arriva la contraddizione che il podcast non ha saputo raccogliere. Meloni dice: «Questa non è una riforma contro i magistrati, è per tutti i magistrati». Ma la capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, aveva detto dallo stesso schieramento: «Votate sì, così ci togliamo di mezzo la magistratura, plotone di esecuzione». Stesso governo, due messaggi opposti. Fedez e Marra non li mettono insieme.
Sulla non-dimissione, Fedez ride: «È stata più furba di Renzi». Meloni usa l’ospitata per annunciare la propria impunità referendaria come argomento a favore del Sì: votare No per mandarla a casa sarebbe «una trappola», perché lei non si dimette comunque.
Alla domanda su cosa abbia scelto la presidente del Consiglio risponde Selvaggia Lucarelli: «Immaginate una presidente del consiglio che rifiuta le interviste di giornalisti che non siano Porro e Vespa, evita le conferenze stampa, ma dice che non scappa perché si fa intervistare da un rapper amico di Luca Lucci». Porro, Vespa, Fedez: il comune denominatore non è il mezzo, è sempre l’assenza di contraddittorio.
Alla critica delle opposizioni Meloni ha risposto: «Quando non parlo, dicono che scappo. Quando parlo, contestano il luogo, il mezzo e pure chi mi intervista». Nessuna risposta alla par condicio. Nessuna al contraddittorio assente. Solo il vittimismo come scudo; del resto la campagna era andata così dall’inizio. Meloni senza vittimismo non sarebbe interessante nemmeno per un podcast.
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Il valico di Rafah è stato riaperto il 19 marzo 2026. Pochi palestinesi sul lato egiziano, ambulanze ferme per pazienti dalla Striscia. Era chiuso dal 28 febbraio — il giorno in cui Israele e gli Stati Uniti avevano avviato l’offensiva sull’Iran.
Il Coordinatore israeliano delle attività governative nei territori, Cogat, ha spiegato la riapertura con «una nuova valutazione», «pur mantenendo le necessarie restrizioni di sicurezza». Nessun cargo. Nessuna evacuazione medica. La chiave è in mano israeliana.
Nelle stesse ore, Rami Mhanna, direttore medico dell’ospedale Shifa di Gaza City, ha dichiarato all’AP che due attacchi aerei avevano ucciso quattro palestinesi nei quartieri di Zeitoun e Tuffah. L’esercito non ha risposto. Il giorno prima le IDF avevano comunicato l’uccisione di Muhammad Abu Shaleh, ufficiale dell’intelligence della brigata Khan Younis di Hamas: «attacco di precisione per eliminare una minaccia immediata».
A Bruxelles il 19 marzo i leader europei si riunivano con il segretario Onu Guterres. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato «urgente mobilitare la comunità internazionale a sostegno della popolazione di Gaza». Il premier Pedro Sanchez ha detto che la guerra in Iran «è collegata agli altri conflitti: Gaza, la Cisgiordania, il Libano». Nei comunicati, Gaza era premessa al dossier del Golfo.
Il rapporto Unrwa aggiornato al 17 marzo registrava 72.135 palestinesi uccisi, 391 operatori dell’agenzia morti, il 46 per cento dei farmaci essenziali esaurito, il 66 per cento dei materiali chirurgici non disponibile. L’OMS stimava 200 camion al giorno in ingresso contro i 600 necessari.
Cogat, 19 marzo 2026: il valico riapre «pur mantenendo le necessarie restrizioni di sicurezza alla luce della situazione e delle minacce nella zona».
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Tre settimane fa, a Bruxelles, il commissario europeo allo Sport Glenn Micallef incontrava Gianni Infantino ai margini di un congresso della Uefa. Gli chiedeva garanzie per i tifosi europei verso i Mondiali. Infantino ascoltava. Poi non ha più risposto.
E quel silenzio vale più di qualsiasi dichiarazione. Micallef lo ha detto in una recente intervista a Politico: dalla Fifa non è arrivato nessun seguito. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno aperto una guerra contro l’Iran, paese qualificato al torneo, le forze dell’Immigrations and Customs Enforcement (Ice) faranno parte del dispositivo di sicurezza e a Minneapolis agenti federali hanno già ucciso due cittadini americani. Quel silenzio di Infantino ha quindi un nome preciso: è una scelta.
Il 5 dicembre 2025, al Kennedy Center di Washington, Infantino consegnava a Donald Trump il «Fifa Peace Prize». «Questo è il tuo premio per la pace», diceva Infantino; Trump se lo appendeva al collo dichiarando che era «uno degli onori più grandi della mia vita». Il premio non esiste nella tradizione sportiva. L’organizzazione FairSquare ha depositato un esposto all’ufficio etico della Fifa per violazione della neutralità politica. Le specifiche del trofeo le aveva dettate la Casa Bianca, secondo il Times di Londra: almeno grande quanto la Coppa del Mondo originale.
La deriva è documentata. Infantino era presente alla seconda inaugurazione di Trump ed è frequentatore di Mar-a-Lago. A febbraio 2026, alla riunione del Board of Peace, indossava un cappellino rosso «Usa» con i numeri 45 e 47. A luglio la Fifa ha aperto un ufficio nella Trump Tower. Quando il Chelsea ha vinto la Coppa del Mondo per Club, ha dovuto issare una replica perché l’originale stava nell’Ufficio Ovale, regalo di Infantino.
Il Board of Peace è un organismo creato dall’amministrazione Trump come alternativa alle Nazioni Unite. Infantino ha annunciato una partnership della Fifa con un investimento di 75 milioni per le “infrastrutture” calcistiche a Gaza. Micallef ha criticato la scelta a Politico dicendo di preferire «partnership con organizzazioni multilaterali che rispettano l’ordine internazionale basato sulle regole, come l’Unesco e l’Unicef». Sostanzialmente Infantino ha consegnato il trofeo della pace a chi quella guerra la finanzia.
Sedici paesi europei qualificati manderanno negli Stati Uniti centinaia di migliaia di tifosi. I Mondiali iniziano l’11 giugno a Città del Messico. Quegli stessi Stati Uniti dove a gennaio due cittadini americani sono stati uccisi da agenti federali durante l’Operation Metro Surge a Minneapolis. L’Ice farà parte della sicurezza del torneo ma Washington non consente ai paesi partecipanti di inviare delegati di polizia al seguito dei tifosi, prassi consolidata nei Mondiali precedenti.
E poi c’è l’Iran, qualificato al torneo: avrebbe dovuto giocare a Los Angeles e Seattle. Con l’attacco militare americano e israeliano contro Teheran, la partecipazione iraniana è sostanzialmente sfumata. «Dopo questo attacco non possiamo aspettarci di guardare ai Mondiali con speranza», ha detto Mehdi Taj, il massimo dirigente del calcio iraniano. Sarebbe il primo ritiro forzato da un Mondiale degli ultimi 75 anni.
A chi chiedeva se Infantino stesse facendo un buon lavoro, Micallef ha risposto: «Direi che c’è spazio per migliorare». Nel linguaggio diplomatico europeo equivale a un stroncatura. Infantino ha la possibilità contrattuale di imporre agli Stati Uniti le condizioni di accesso ai Mondiali, incluse le garanzie di sicurezza. Ma non sembra intenzionato a farlo, anzi. Del resto la dinamica è collaudata: Vladimir Putin aveva già conferito a Infantino l’Ordine dell’Amicizia russo nel 2019, stessa grammatica.
L’Unione Europea alza la voce tardi. Solo che nel frattempo Infantino ha già portato il calcio dentro la guerra.
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La Marina militare degli Stati Uniti ha pensato bene di pubblicarlo su Instagram. Due elicotteri MH-60S Sea Hawk dell’Helicopter Sea Combat Squadron 28, decollati dalla base di Sigonella, sono atterrati il 13 marzo a Piano Catarineci, nel cuore del Parco delle Madonie: zona A, livello massimo di tutela ambientale, Zona Speciale di Conservazione della rete europea Natura 2000, geopark Unesco. Didascalia del post: «Sea Hawks sulla Sicilia». Come a dire: siamo qui, facciamo quello che vogliamo, e ve lo mostriamo.
I 22 sindaci madoniti e il presidente dell’Ente Parco, Giuseppe Ferrarello, hanno scritto al governatore Renato Schifani e al prefetto Massimo Mariani: erano stati avvisati? Il piano di volo era autorizzato? Era stata effettuata la Valutazione di Incidenza Ambientale, obbligatoria per legge? «Nessuna istituzione locale era stata informata preventivamente», ha risposto Ferrarello. La deputata all’Assemblea Regionale Siciliana Valentina Chinnici (Partito democratico) ha presentato interrogazione urgente a Schifani: «Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una ‘portaerei’ in balia di decisioni prese altrove». Ma quello delle Madonie non è un episodio isolato. È l’ultimo fotogramma di una settimana densa.
Il 12 marzo, circa 200 persone siedono sui binari della stazione centrale di Pisa davanti a un convoglio di 32 vagoni carichi di munizioni, esplosivi e veicoli militari diretti a Palmanova, in provincia di Udine. Un filo diretto tra ferrovieri antimilitaristi, lavoratori JSW di Piombino, una vedetta a Sant’Ermete e gli attivisti del Movimento No Base: qualcuno di dentro ha avvisato. L’Unione Sindacale di Base proclama uno sciopero per il trasporto di armamenti rivolto ai macchinisti di Mercitalia Rail. I binari vengono occupati alle 18.30; il treno fa dietrofront verso mezzanotte, dopo sei ore di presidio con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa.
Di fatto, il convoglio è poi arrivato a destinazione passando da un’altra linea, con circa 8 ore di ritardo. Il blocco ha retto per una notte; il sistema logistico della guerra ha trovato un’altra strada. E la lista civica Diritti in Comune ha posto la domanda che nessuno vuole sentirsi rivolgere: il sindaco era a conoscenza del passaggio del convoglio militare attraverso la città? Se sì, ha taciuto. Se no, è peggio, perché vorrebbe dire che i mezzi bellici attraversano Pisa senza che nessuno ne venga avvisato.
Il 14 marzo, più di 500 persone bloccano per due ore l’accesso a Camp Del Din, a Vicenza, sede della 173ª brigata aviotrasportata statunitense, inaugurata nel 2013. Le altre tre installazioni americane in città: la Caserma Ederle (comando Setaf), la Caserma Miotto (intelligence Usa) e la Caserma Tormeno. Quattro basi presenti da decenni, accettate da governi di ogni colore. Il Centro Sociale Bocciodromo e No Military Bases Vicenza hanno scritto che queste strutture «rendono la città parte integrante di un sistema di guerra globale costruito sopra le vite dei territori». Sulla rotatoria di viale Ferrarin restano le scritte «Yankee go home» e «Vicenza ripudia la guerra». Nessuna risposta istituzionale.
La mobilitazione vicentina si innesta nel percorso No Kings Italy, che il 27 e 28 marzo porta a Roma concerto e corteo in contemporanea con Londra e gli Stati Uniti, con l’adesione di oltre 700 movimenti. «In Europa stanziano 6.900 miliardi in dieci anni per le armi», ha ricordato Raffaella Bolini dell’Arci: «Non per il clima. Non per le emergenze sociali». In una settimana, il movimento ha bloccato un treno di armamenti, per due ore una base americana, aperto un caso diplomatico su una riserva naturale trasformata in area d’addestramento. La Marina statunitense ha pubblicato le foto su Instagram. Sanno già dove sono. Il punto è che lo sappiamo anche noi.
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Tre settimane di crisi, quattro giorni prima del referendum: il consiglio dei ministri si riunisce alle sette di sera. Fino a mercoledì mattina l’ipotesi più probabile era il rinvio a dopo il voto. Poi, nel pomeriggio, la decisione improvvisa: annuncio al Tg1, Mattarella che firma il decreto da Salamanca. Urgenza selettiva, con tempistica chirurgica.
Solo che l’urgenza aveva già tre settimane di età. La guerra in Iran aveva fatto salire i prezzi alla pompa da subito. Il governo aveva chiesto tempo, valutato, rimandato. La scorsa settimana in Parlamento Meloni aveva invocato cautela, dicendo di voler valutare bene come calibrare l’intervento. Poi arriva il 18 marzo e la calibrazione è pronta in trenta minuti di consiglio dei ministri.
Il decreto prevede 25 centesimi al litro su benzina e diesel per venti giorni, crediti d’imposta per autotrasportatori e pescherecci, più poteri al Garante dei prezzi, multe ai petrolieri. Circa 500 milioni di euro. Tutto temporaneo, tutto urgentissimo.
Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico, ha centrato il meccanismo: «Il governo ha inventato un nuovo modello economico: uno sconto di 20 giorni pagato con i soldi che gli italiani hanno già versato con i rincari delle settimane scorse».
Matteo Salvini, da canto suo, ha aggiunto che se i petrolieri «diranno di no a tutto», l’extrema ratio sarà tassare gli extraprofitti. Tradotto: il governo sapeva, poteva agire prima, ha aspettato. E ora brandisce la tassa come carta futura, non come errore da ammettere.
Sostanzialmente, questo decreto è la firma del governo sulla propria incapacità di gestire una crisi senza un tornaconto immediato. Non perché tagliare le accise sia sbagliato in sé, ma perché farlo adesso, così, con questo tempismo, rivela la funzione reale del provvedimento.
Vorrebbe sembrare una risposta alla crisi ma è una banale risposta al sondaggio.
Buon giovedì.
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