Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Karim ha un anno. Il 22 marzo, secondo il referto medico depositato dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, l’esercito israeliano lo ha prelevato nel campo profughi di Al-Maghazi, Gaza centrale, e lo ha sottoposto a ustioni da sigaretta, punture e una ferita da chiodo. Ramy Abdu, presidente del Monitor, ha dichiarato che il bambino è stato torturato «nel tentativo di fare pressione sul padre ed estorcergli una confessione». Dopo dieci ore, è stato restituito alla famiglia tramite la Croce Rossa in stato di shock. Il padre, Osama Abu Nassar, resta detenuto.
Il caso ha un contesto preciso. Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui Territori palestinesi occupati, ha presentato al Consiglio per i diritti umani il rapporto “Torture and Genocide”. Il documento classifica la tortura nei territori occupati come “a structural feature of the ongoing Israeli genocide and broader settler-colonial apartheid”. Copre Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est a partire dal 7 ottobre 2023. Registra l’uso sistematico del corpo dei detenuti come strumento di coercizione, punizione collettiva e sfollamento forzato.
La parola confessione lavora a due livelli. Un corpo viene usato per costringere un altro a firmare. La stessa documentazione viene usata per negare ciò che descrive. Israele ha respinto il rapporto. Nel 2025, l’amministrazione Trump aveva già inserito Albanese nella lista OFAC del Tesoro, il registro riservato a trafficanti e terroristi.
“Torture and Genocide” richiama l’articolo 1 della Convenzione contro la tortura. La sanzione ad Albanese era arrivata sei giorni dopo la pubblicazione del rapporto sull’economia di quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio. La sequenza ha una logica: chi registra i fatti viene colpito prima che vengano smentiti.
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Trentasette virgola nove per cento. La quota di acqua immessa nelle reti italiane che non arriva mai a destinazione, dispersa lungo condotte del dopoguerra mai sostituite sistematicamente. Il Blue Book 2026, rapporto annuale sul servizio idrico integrato realizzato da Utilitalia e Fondazione Utilitatis, usa una parola precisa per descrivere la situazione: “bancarotta idrica”. La definizione viene dall’Unu-Inweh, l’istituto dell’Università delle Nazioni Unite per acqua, ambiente e salute: il pianeta ha superato il punto in cui la domanda d’acqua può essere soddisfatta dalle disponibilità rinnovabili. Il campione analizzato dal Blue Book copre oltre 324mila chilometri di condotte: il 30% ha più di trent’anni, oltre 40mila superano i cinquanta. Si perdono 24 metri cubi per chilometro di rete ogni giorno. Nel 2024 più del 16% dell’energia elettrica del settore è servita a pompare acqua non bevuta da nessuno.
Il governo Meloni ha individuato il problema nel 2023, con il decreto Siccità (D.L. 39/2023). Cabina di regia presieduta dal vicepremier Matteo Salvini, commissario straordinario, piano da 7,8 miliardi. Il Pnrr aveva un obiettivo preciso: ridurre le perdite del 15% entro il 2024, digitalizzando 45mila 500 chilometri di condotte con 900 milioni stanziati. Il commissario Nicola Dell’Acqua avrebbe dovuto restare in carica fino al 31 dicembre 2023. Proroga al 2024. Seconda proroga al 2025. La legge di bilancio 2025 (L. 199/2025) lo ha esteso al 31 dicembre 2027: quattro anni su una misura d’urgenza. Le perdite restano al 37,9%, invariate.
Solo il 38% delle reti è organizzato in aree distrettualizzate, condizione minima per localizzare le perdite in tempo reale. Secondo un’indagine UIL del 2025, venti misure del Pnrr legate all’acqua risultano “in affanno, con ritardi, gare deserte e opere ferme”, e sulle reti idriche al Sud i progetti restano in stallo. Nel marzo 2024 il commissario Dell’Acqua ha dichiarato che la capacità degli invasi si è ridotta del 30% per mancata manutenzione nell’ultimo mezzo secolo: tre miliardi di metri cubi in meno su tredici complessivi.
Le dispersioni lineari variano dai 17 metri cubi per chilometro al giorno nel Nord-Ovest agli 41 nel Sud. Sono ancora 1.310 i comuni in cui almeno un segmento del servizio idrico è gestito direttamente dalle amministrazioni locali, per 6,9 milioni di abitanti: il 97% di questi comuni sta nel Mezzogiorno. Le gestioni in economia investono in media 22 euro per abitante l’anno; i gestori industriali arrivano a 90. Il risultato è una rete che perde di più e garantisce meno ore di erogazione. L’accesso all’acqua potabile, riconosciuto dall’ONU come diritto umano nel 2010, non è ancora uguale per tutti i cittadini italiani.
Il tasso di riutilizzo delle acque reflue depurate è al 3,4% su un potenziale del 13,4%. La qualità dell’acqua distribuita resta alta: 4,4 milioni di parametri analizzati nel 2024, conformità sanitaria al 99%. Dal 2026 scatta il nuovo limite italiano sui Pfas: 0,02 microgrammi per litro per i quattro Pfas con il più alto potenziale di bioaccumulo, più severo dei minimi europei. Applicarlo richiede investimenti che le gestioni frammentate del Sud faticano a sostenere.
Senza acqua non potrebbe essere generato il 20% del Pil italiano: 384 miliardi di euro. La tariffa media 2025 è di 411 euro l’anno per una famiglia di tre persone, il 7% in più rispetto all’anno precedente. Chi vive al Sud con reti colabrodo e ore di erogazione incerte paga questa tariffa crescente per un servizio che spesso non arriva. La bancarotta idrica descrive un bilancio preciso: un paese che ha prelevato più di quanto ha restituito. Il commissario straordinario è stato rinnovato fino al 2027. Le condutture del dopoguerra anche.
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La destra vince ovunque. Lo dicono i sondaggi, i titoli, le analisi del sabato pomeriggio. Lo dice chiunque abbia un interesse a farlo sembrare inevitabile. Compresa la destra stessa, che ha trasformato l’inarrestabilità in argomento elettorale. Solo che domenica scorsa il Rassemblement National ha vinto soltanto a Nizza. A Tolone, a Marsiglia, a Nîmes ha perso. A Parigi ha preso il 38%. Alla sera Le Pen ha annunciato una «vittoria immensa». Era la mappa di due vittorie diverse, di cui una sola finisce sui giornali.
La destra populista non è invincibile. È vincente dove le condizioni glielo permettono. Quelle condizioni, quasi sempre, le costruiscono gli altri.
A Tolone la candidata Rn Laure Lavalette aveva il 42% al primo turno. Ha preso il 47,65% e ha perso. Josée Massi, candidata civica al 29%, aveva tenuto duro. I voti anti-RN si erano concentrati su di lei. Il front républicain aveva funzionato.
A Nizza, stesso schema, esito opposto. Éric Ciotti, alleato strutturale del RN dopo l’espulsione dai Républicains nel 2024, aveva il 43%. Bruno Retailleau, presidente dei Républicains, aveva lasciato «libertà di scelta» agli elettori — formula che in politica significa: il barrage non si costruisce. La candidata di sinistra Juliette Chesnel-Le Roux è rimasta in campo. Ciotti ha vinto con il 46,2%. La somma dei voti degli altri era il 53,8%. Il fronte non si è formato perché nessuno ha voluto formarlo.
La variabile non è la forza del RN. È la volontà degli altri. Dove qualcuno costruisce il barrage, la destra radicale perde. Dove qualcuno sceglie di non costruirlo, vince. L’inarrestabilità è, in larga parte, una scelta altrui.
A Marsiglia Benoît Payan ha respinto Franck Allisio (RN) dopo che al primo turno lo aveva tallonato di meno di due punti. Sébastien Delogu di La France Insoumise si era ritirato per fare barrage senza accordi e senza chiedere nulla in cambio. I voti degli insoumis si sono spostati su Payan. A Roubaix David Guiraud di LFI ha vinto con il 53,2% nel suo territorio: dove c’è radicamento reale, non servono fusioni.
Il 29 aprile 2025 in Canada Pierre Poilievre — dai toni trumpiani, in testa ai sondaggi di venti punti — ha perso contro il liberale Mark Carney. Quando Trump ha trattato il Canada come un territorio da annettere, Poilievre si è ritrovato a dover prendere le distanze dal suo specchio. «Non dimenticheremo mai il tradimento americano», ha detto Carney la notte della vittoria.
La destra populista crolla sulla concretezza. Regge sulla divisione del campo avversario.
Le elezioni francesi hanno documentato qualcosa che vale la pena leggere senza trasformarlo in sentenza. Dove il Partito Socialista ha accettato la fusione formale con LFI nelle città medie, il voto moderato si è spesso spostato: Clermont–Ferrand – ottant’anni di sinistra, persa in una sera – Limoges, Besançon. Un sondaggio Elabe del febbraio 2026 indicava che il 63% dei francesi si dichiarava pronto a fare barrage a LFI al ballottaggio presidenziale, contro il 45% disposto a farlo contro Le Pen o Bardella. Quel dato non descrive chi ha ragione. Descrive il terreno su cui si gioca, e il lavoro che la destra sta facendo per spostarlo.
La domanda non è se LFI debba stare nel campo della sinistra — esiste, vince, ha un radicamento che i voti di Roubaix documentano. È quale forma prendano le alleanze, in quale contesto, con quale effetto sul risultato. Delogu a Marsiglia si è ritirato senza accordi: quella scelta ha tenuto la città fuori dall’estrema destra.
Retailleau a Nizza non ha costruito il barrage. Poilievre ha perso perché Trump era diventato uno specchio scomodo. La destra non è inarrestabile. È vincente dove gli altri decidono di non fermarla.
Il 22 marzo a Tolone la destra lepenista ha perso. A Nizza ha vinto. La differenza non era la forza del RN. Era chi aveva deciso di costruire la diga.
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In Italia esiste una norma precisa: dentro i seggi è vietata qualsiasi propaganda. Domenica 22 marzo i rappresentanti di Fratelli d’Italia hanno girato indisturbati in più di dieci comuni della Brianza con badge riportanti “Sì”, mentre i delegati del comitato del No venivano respinti all’ingresso dei plessi.
Tra la norma e la realtà, qualcuno ha scelto da che parte stare.
Le segnalazioni coprono mezza Italia. In Umbria la deputata M5s Emma Pavanelli denuncia distintivi con indicazione di voto per il Sì, propaganda vietata entro duecento metri dalle sedi di voto. Alleanza Verdi e Sinistra registra delegati del No bloccati all’accredito “con varie scuse pretestuose”. Altrove, identificati e respinti fisicamente all’ingresso.
C’è poi la questione fuori sede, che il governo si è rifiutato di risolvere. Decine di migliaia di giovani si erano registrati come rappresentanti di lista per aggirare il vuoto normativo. Alcuni presidenti di seggio hanno risposto pretendendo una presenza minima obbligatoria: condizione inesistente in qualsiasi norma. Avs la chiama con il suo nome: un abuso.
Due asimmetrie, parallele per l’intera giornata. I rappresentanti di FdI con i badge del Sì circolano senza che nessuno intervenga. I delegati del No vengono bloccati, non ammessi, talvolta respinti. Il ministero dell’Interno non risulta aver risposto con l’urgenza richiesta.
Questo è un referendum senza quorum. Ogni voto pesa esattamente quanto vale. Sottrarre rappresentanti al No è sottrarre voti al No. Chi doveva vigilare ha guardato altrove.
La riforma promette equilibrio nella magistratura. Sarebbe bastato applicarlo alla giornata di voto.
Buon lunedì.
Era il 28 ottobre 2022. Umberto Bossi aveva 81 anni e camminava con fatica. Pochi giorni prima Matteo Salvini lo aveva abbracciato alla Camera. Quello stesso giorno, da via Bellerio, partì una lettera di diffida “a cessare la promozione nei confronti degli iscritti alla Lega per Salvini premier, e l’utilizzazione dei simboli e della denominazione del partito”.
Giovedì sera il Senatùr è morto all’ospedale di Circolo di Varese. Aveva 84 anni. Oltre un’ora dopo è arrivato il post di Salvini: coraggio, genio, passione, libertà. Ciao, Capo. A Dio. Giorgia Meloni era stata più rapida: Bossi ha dato un fondamentale apporto al primo centrodestra. Solo che il dolore va misurato su una storia precisa. E la storia ha date, lettere e voti dati ad altri partiti.
Nel dicembre 2013 le primarie interne sanciscono la vittoria di Salvini con l’82% dei voti. Da quel momento avvia la trasformazione: abbandona il federalismo nordista, crea la Lega per Salvini Premier come soggetto distinto dalla vecchia Lega Nord, stringe alleanze con Le Pen e Orbán. Il 17 settembre 2017, per la prima volta in trent’anni, Bossi non sale sul palco di Pontida.
Il 1° ottobre 2022 Bossi fonda il Comitato Nord: migliaia di adesioni, congressi vinti a Brescia, Bergamo, Rovigo, Lodi, Cremona. Quattro consiglieri vengono espulsi. Il Foglio ricostruisce che settimane prima Salvini aveva promesso che nessuno sarebbe stato punito. Poi arrivò la lettera. All’epoca Bossi aveva 81 anni: alla Camera pochi giorni prima Salvini lo aveva abbracciato stretto. Prima di metterlo, di fatto, fuori dal partito.
Alle europee del giugno 2024 Bossi fa sapere di aver votato Forza Italia per Marco Reguzzoni, ex leghista candidato come indipendente. Qualche mese prima, il 16 marzo, il primo parlamentare della Lega, Giuseppe Leoni, intervistato da Repubblica, è netto: «Io sono federalista, lui (Salvini, ndr) è fascista. Io voglio l’autonomia, lui vuole i fascisti. Non occorre aggiungere altro». Non è un avversario a parlare: è uno che era alla fondazione.
Bossi aveva un antifascismo viscerale. La Lega Lombarda fin dai manifesti del 1983 si rivendicava coscienza partigiana. Al convegno di Bologna del febbraio 1994 fu categorico: «Non faremo mai un accordo con il Msi. Mai con i fascisti o con i nipoti dei fascisti». Al congresso della Lega dello stesso anno ripeté tra gli applausi: «Mai coi fascisti. Mai. Mai». In un’intervista del 2014 ribadiva: «La Lega non farà mai un accordo con i fascisti, o come cavolo si chiamano adesso».
Oggi ci sono i Fratelli d’Italia, discendono dal Movimento Sociale Italiano fondato nel 1946 da reduci della Repubblica Sociale di Salò, e governano l’Italia. La premier che giovedì sera ha scritto del suo dolore per la scomparsa di Bossi è la stessa che a diciannove anni dichiarava continuità ideale con Almirante, il cui partito porta ancora la fiamma tricolore nata sull’eredità del Msi.
La politica italiana sa fare una cosa con maestria: trasformare gli avversari scomodi in padri nobili, a patto che siano morti. Bossi vivo era un problema: indicava quanto il centrodestra avesse tradito il Nord, svuotato l’autonomia, consegnato il partito ai fascisti che aveva sempre escluso. Bossi morto diventa patrimonio condiviso.
Il solo che ha detto una cosa onesta è stato Pier Luigi Bersani: «Umberto Bossi. L’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene». Lo ha scritto uno di sinistra; era l’unico che aveva davvero ascoltato Bossi per trent’anni.
Salvini scrive “Ciao, Capo” e cancella gli appuntamenti di domani. Del resto il capo lo aveva già diffidato tre anni fa con una lettera formale. Basta aspettare che muoiano, i fondatori. Diventano tutti molto più gestibili.
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