Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il giorno dopo una sconfitta referendaria, il centrodestra ha una sola cosa da fare: spiegare che non era una sconfitta. E poi avviare l’iter della legge elettorale. La commissione Affari costituzionali della Camera ha fissato al 31 marzo l’incardinamento della riforma del sistema di voto. Il presidente Nazario Pagano (FI) ha comunicato la notizia ai cronisti. Federico Fornaro (Pd), uscendo dalla stessa riunione: «Neanche il tempo di metabolizzare la sconfitta che partono con la legge elettorale. Stesso sistema, stessa fine?».
Il 53,74% degli italiani ha bocciato la separazione delle carriere, il No ha vinto in 17 regioni su 20, l’affluenza ha sfiorato il 59%. La linea ufficiale è compatta: si va avanti. Sotto, il quadro è diverso.
Fabio Rampelli (FdI) ha detto che ha pesato «una paura mista a un sentimento anti-americano che ha attecchito tra i giovani» e che «il governo ha mantenuto una postura corretta, che non attrae le simpatie dei ragazzi». Poi, con una formula che è già una confessione: «Stavolta la sinistra è scesa dal piedistallo dell’armocromismo. Noi ci siamo saliti». La sconfitta dipende da Trump, dai giovani, dalla postura del governo. Da tutto tranne le scelte che hanno trasformato una riforma tecnica in una guerra contro le toghe.
Giorgio Mulè (FI) ha sparato in direzione degli alleati: le vicende Nordio-Bartolozzi-Delmastro sono state «orpelli a una campagna che ha deviato dal merito». Tradotto: la campagna l’ha sbagliata FdI. Paolo Zangrillo (FI) è stato diretto: «Forse l’errore è stato non semplificare abbastanza.» E ha aggiunto l’avvertimento per tutti i dossier a venire: «Ora sarà un Vietnam». Matteo Salvini ha aspettato ore prima di commentare, era a Budapest da Orbán; quando le sue tre righe sono arrivate, non citavano la riforma per nome. Questa sconfitta porta la firma soprattutto di Forza Italia, che la riforma l’ha voluta come eredità di Berlusconi. Ad Arcore, il comune dove il Cavaliere viveva, la bocciatura è arrivata per 47 voti.
E la legge elettorale? Il testo depositato il 26 febbraio prevede proporzionale con premio di 70 seggi alla Camera alla coalizione che supera il 40%, ballottaggio tra il 35 e il 40%, sbarramento al 3%, liste bloccate. È costruito per rendere ininfluente lo scenario che spaventa la maggioranza: un centrosinistra unito che nel 2027 ripeta quello che ha fatto nel referendum. Solo che le tensioni interne erano già vive prima del voto. Mulè ha ripetuto per tutta la mattina: «La legge elettorale deve essere condivisa, non si può fare a colpi di maggioranza». Il costituzionalista Stefano Ceccanti, che aveva votato Sì al referendum: «Credo che la legge elettorale possa essere considerata archiviata. Temendo di perdere le elezioni, la maggioranza non spingerà». Riccardo Magi (Più Europa) ha descritto l’accelerazione come «clima surreale» e annunciato «opposizione durissima». Francesco Boccia (Pd) ha chiesto il ritiro del testo: «Ora devono deporre la clava». Il leade M5S Giuseppe Conte l’ha chiamata «legge super-truffa».
Osvaldo Napoli (Azione) ha detto quello che nessuno nel centrodestra ha avuto il coraggio di enunciare: «Dal 23 marzo le carte al tavolo della politica non sono più nelle mani di Meloni, sono passate in quelle del presidente Mattarella. Meloni non può decidere di andare al voto, e neppure può più imporre una legge elettorale ritagliata sulle sue ambizioni».
Il mandato di Sergio Mattarella scade nel gennaio 2029 e il Parlamento che uscirà dalle politiche del 2027 dovrà eleggere il suo successore. Avere voce in capitolo su quella scelta significa vincere con numeri sufficienti: quei numeri dipendono da una legge che l’opposizione vuole bloccare e che la Corte Costituzionale, che ha già bocciato il Porcellum e l’Italicum, potrebbe ridimensionare. Il Vietnam annunciato comincia il 31 marzo, con i relatori ancora da nominare.
L’articolo Legge elettorale, dopo il flop al referendum il centrodestra accelera: blitz in Commissione tra tensioni interne al centrodestra e il piano Quirinale di Meloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Il primo a parlare non è stato il Partito democratico. Giuseppe Conte ha convocato la conferenza stampa in via di Campo Marzio mentre Elly Schlein stava ancora guardando i dati al Nazareno. Il 53,74% dei votanti aveva bocciato la riforma Nordio, affluenza al 58,91%, e il campo largo si preparava a festeggiare in piazza Barberini. Conte ha parlato prima. Ha elogiato la segretaria, l’ha dichiarata candidata naturale alle primarie, l’ha ringraziata per aver compattato il Pd dopo «la stagione fissata sull’agenda Draghi». Poi ha messo i paletti: primarie aperte ai cittadini, perimetro dell’alleanza da costruire su «politica estera, giustizia, lavoro, sanità». Una dichiarazione d’amore con clausola rescissoria.
La logica della mossa è elementare. Il M5S ha meno struttura organizzativa del Partito democratico. Primarie chiuse agli iscritti blindano Schlein. Quelle aperte ai cittadini fanno saltare quella rendita di posizione. Chiedendo gazebo «non di apparato», Conte ha spostato il tavolo prima ancora che gli altri si sedessero.
Il passaggio più tagliente non riguarda le regole del voto. «Il perimetro», ha detto Conte, «verrà definito rispetto ai programmi, alla politica estera, alla giustizia, alle politiche sul lavoro, alla sanità». Solo criteri, nessun nome. Un modo per mettere sotto esame Matteo Renzi senza nominarlo, i riformisti del Pd senza indicarli. Chi aveva votato Sì al referendum, o dato libertà di voto come ha fatto Italia Viva, dovrà dimostrare di «avere tutte le carte per partecipare».
Renzi aveva già premuto sull’acceleratore, primo a nominare i gazebo: «Il centrosinistra vada rapidamente alle primarie». Il parallelo con il proprio referendum del 2016 era inevitabile: «Quando ho perso, ho lasciato tutto». Si è candidato alla coalizione rivendicando una sconfitta propria come titolo di merito. È un numero da illusionista, e funziona solo finché nessuno ricorda che Italia Viva non era nella campagna per il No nelle settimane decisive.
Schlein ha risposto con la sua tattica consueta: disponibile, nessuna fretta. «Ho sempre detto che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile. Discuteremo di tutto, modalità e tempi». Solo che la fretta, nel campo largo, non la stabilisce lei. Ieri la sindaca di Genova, Silvia Salis si è sfilata, Ha invece risposto “presente” Ernesto Maria Ruffini.
Ma la guerra è dentro il Partito democratico, dove la vittoria del referendum ha sospeso una crisi senza risolverla. Durante la campagna referendaria l’ala riformista si era distinta dalla linea del partito in modo disomogeneo: Pina Picierno, Marco Minniti e Nicola Latorre si erano apertamente schierati per il Sì alla separazione delle carriere, mentre altri esponenti della stessa area avevano tenuto posizioni più sfumate o votato No seguendo la linea del partito. Schlein, in conferenza stampa, ha rivendicato che «il nostro elettorato è stato il più compatto per il No». Il sassolino è mirato, ma fotografa una realtà più complicata di quanto la segretaria lasci intendere.
La strategia dell’area riformista, però, precede il referendum e non ne dipende. Il modello di riferimento sono le primarie di coalizione del 2012, quando due esponenti dello stesso partito — Pier Luigi Bersani e lo stesso Renzi — si sfidarono ai gazebo. L’obiettivo è lo stesso: in assenza di un congresso interno che potrebbero difficilmente vincere, usare le primarie di coalizione come arena alternativa. Candidare un proprio nome, contarsi, condizionare il programma e — nel caso Schlein perda contro Meloni — essere nella posizione giusta per il dopo. A dicembre 2025 avevano già vinto una battaglia cruciale su questo terreno. Il Nazareno aveva provato a modificare lo statuto del partito per blindare Schlein come unica candidata alle primarie di coalizione. Lorenzo Guerini aveva detto: «Lo trovo inverosimile». La modifica non è passata. Quello spazio aperto è esattamente il terreno su cui intendono muoversi.
Il problema, documentato e irrisolto, è che non hanno ancora un nome. Nelle chat, nelle cene, nei capannelli a Montecitorio il tema circola da mesi tra Giorgio Gori, Graziano Delrio, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e gli altri, ma senza un volto su cui convergere una mozione è una conta, non una candidatura. Paolo Gentiloni, indicato da più parti come possibile federatore, non vuole saperne. Stefano Bonaccini — che aveva guidato la minoranza dopo la sconfitta alle primarie del 2023 con la corrente Energia Popolare — ha progressivamente avvicinato la sua posizione a quella di Schlein, perdendo la fiducia del gruppo più agguerrito. L’apertura di Conte alle primarie «senza apparati» è, oggettivamente, un’opportunità per loro: un processo aperto ai cittadini riduce il vantaggio organizzativo di Schlein e potrebbe favorire un nome di area riformista capace di intercettare l’elettorato moderato che il Pd fatica a raggiungere.
Quasi tre milioni di voti separano il totale dei No dal risultato sommato di Pd, M5S e AVS alle politiche del 2022, con un’affluenza cinque punti più bassa. Sono elettori mobilitati contro qualcosa che non si riconoscono necessariamente in nessuno dei leader sul rimorchio in piazza Barberini. Schlein stessa lo ha ammesso: erano «persone che non avevano proprio votato». Il referendum aggrega il dissenso, le elezioni politiche chiedono la proposta. Il campo largo arriva a quella transizione senza programma comune, senza candidato condiviso, e con una legge elettorale del governo che produrrà una corsa interna a chi porta più voti.
Nicola Fratoianni ha lanciato l’avvertimento prima che la festa finisse: «Sbagliare ora sarebbe imperdonabile». È la frase di chi conosce i vizi atavici della sinistra italiana: la tendenza a trasformare ogni vittoria in resa dei conti. Il risultato del 23 marzo ha rafforzato Schlein senza incoronarla, ha spinto Conte a muoversi prima del previsto, ha reso Renzi rilevante senza averlo fatto lavorare per esserlo, e ha consegnato ai riformisti del Pd uno spazio aperto ma ancora senza il nome per occuparlo. La parola «primavera» è uscita dalla bocca di tutti ieri sera. Di solito, dopo le primavere, arriva l’inverno.
L’articolo Primarie del centrosinistra, la mossa di Conte dopo la vittoria del referendum: Schlein prende tempo, i riformisti del Pd incombono sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dato un nome a quello che sta accadendo nel Libano del sud. Il 22 marzo ha ordinato alle Forze di difesa israeliane di accelerare la demolizione delle abitazioni civili nei villaggi di confine «in accordo con il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza». Due le città del riferimento operativo: Beit Hanoun, cinquantamila abitanti, quasi interamente spianata secondo Haaretz; Rafah, dove si erano concentrati oltre un milione di sfollati, con il settanta per cento delle strutture distrutto secondo il Centre for Information Resilience.
Quello che Israele ha costruito a Gaza è diventato un manuale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato il 23 marzo all’emittente Srugim che il Litani «deve diventare il nostro nuovo confine con il Libano, come la Linea gialla a Gaza». Tutti e cinque i ponti sul fiume sono stati fatti saltare. Il tredici per cento del territorio libanese è sotto ordini di evacuazione israeliani, secondo Haaretz. I civili non potranno rientrare, ha precisato Katz, finché «la sicurezza non sarà garantita per i residenti del nord di Israele».
Human Rights Watch ha definito l’annuncio di Katz «un’ammissione aperta dell’intenzione di commettere pulizia etnica» in Libano.
A Ginevra il 24 marzo la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha presentato al Consiglio per i diritti umani il rapporto “Torture and Genocide”. In conferenza stampa ha dichiarato: «Gaza rappresenta solo l’inizio di questa nuova fase di escalation volta a cancellare i palestinesi». «Sei mesi dopo, Israele stava già applicando in Libano ciò che aveva messo in atto a Gaza», ha aggiunto. «E ora continua in Libano, in Iran, e non si fermerà lì».
Il 22 marzo Katz aveva scritto: «In accordo con il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza».
L’articolo Il modello Gaza esportato in Libano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
L’unica cosa che riuscivano a fare bene era vincere. Il 23 marzo 2026 si porta via anche quella.
Il No chiude al 53,7%. L’affluenza al 58,9%, record per un referendum costituzionale. Gli under 34 votano No al 61,1%. Napoli li boccia al 71,8%, Palermo al 66,6%, Roma al 60,3%. Il Sì sopravvive in tre regioni: Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. Nel resto d’Italia, non regge.
Adesso arriva la parte che conoscono meglio. Il ministro Carlo Nordio dichiara che “non è nostra intenzione attribuire a questo voto un significato politico.” Il popolo è sovrano quando vince il Sì. Quando vince il No, ha solo votato senza capire. Giorgia Meloni chiama questo “un’occasione persa di modernizzare l’Italia.” Gli italiani hanno sbagliato. Si sono presi la responsabilità di fare i capricci con la storia.
Francesco Petrelli, presidente del Comitato Camere Penali per il Sì, già annuncia che la magistratura “ha esondato”, che “si è fatta soggetto politico”. Il vittimismo è immediato, non richiede un minuto. È il linguaggio di chi non ha mai accettato che esistano limiti al proprio potere.
Il 57,7% di chi non aveva votato alle europee del 2024 è andato alle urne e ha scelto No. Quella cifra dice una sola cosa: la riforma ha mobilitato, non l’opposizione.
Ora prenderanno atto, rispetteranno, andranno avanti. Butteranno il silenzio sulle dimissioni e spiegheranno che il mandato parlamentare è altro. La democrazia diretta vale, ma solo in certi giorni.
Grazie agli italiani che hanno votato. Grazie ai giovani. Grazie al Sud, che non ha mai smesso di sapere cos’è un potere che non risponde a nessuno.
Buon martedì.
Foto di Gaétan Marceau Caron su Unsplash
Cinquecentoventisette milioni di euro per venti giorni. Tanto costa il decreto legge per ridurre il prezzo dei carburanti, approvato dal Consiglio dei ministri il 18 marzo 2026 alle sette di sera e pubblicato in Gazzetta Ufficiale nella stessa giornata. La misura principale: taglio delle accise su benzina e gasolio di 24,91 centesimi al litro, annunciato dalla premier Giorgia Meloni al Tg1 come “25 centesimi per tutti”, per un risparmio teorico di circa 15 euro su un pieno da 50 litri. Cinque giorni dopo l’entrata in vigore il gasolio risaliva in tutte le Regioni d’Italia, con il picco in Campania a 1,995 euro al litro e sulle autostrade a 2,045. Lo sconto si stava esaurendo prima della scadenza del 7 aprile.
Le accise sono la quota fissa di imposta sul carburante, indipendente dall’andamento del petrolio: poco più di 67 centesimi al litro su benzina e gasolio. Su entrambe si applica poi l’Iva al 22%, generando la cosiddetta tassa sulla tassa: più alta è l’accisa, più alta è la base imponibile. Il taglio temporaneo ridetermina le aliquote a 472,90 euro per mille litri, con un effetto totale che, calcolata l’Iva, supera i 24 centesimi, anche se il numero comunicato pubblicamente si è fermato ai venticinque.
Il problema è che il prezzo finale alla pompa dipende da tre variabili distinte: le accise, il costo industriale del carburante raffinato indicizzato all’indice Platts, il benchmark internazionale per i prodotti petroliferi raffinati, e i margini commerciali di compagnie e distributori. Il decreto agisce solo sulla prima. Il giorno stesso del Consiglio dei ministri il Brent aveva già superato i 112 dollari al barile, spinto dalle tensioni nel Golfo Persico. Il mercato si muoveva nella direzione opposta allo sconto, erodendo progressivamente il beneficio fiscale. Secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, circa l’87% degli impianti ha adeguato i listini al ribasso nei primi giorni. Il 13% no. L’Unione nazionale consumatori ha certificato che il calo, «avvenuto col contagocce, è terminato» nel giro di cinque giorni.
Le coperture stanno all’articolo 5, quello sulle “Disposizioni finanziarie”: «corrispondente riduzione degli stanziamenti di competenza e di cassa di ciascuno stato di previsione della spesa» dei ministeri. In allegato al decreto, una tabella con la ripartizione precisa. Il taglio più consistente riguarda il Ministero dell’Economia con 127,5 milioni di euro. Seguono le Infrastrutture e i Trasporti con 96,5 milioni, il dicastero di Matteo Salvini, che aveva rivendicato la paternità della misura. Al terzo posto il Ministero della Salute, con 86,053 milioni di euro: una cifra superiore a quanto imposto all’Interno (30,1 milioni), all’Istruzione (25,7 milioni), all’Università (25,4 milioni), all’Ambiente (16,7 milioni).
Il governo non ha spiegato, né nel comunicato stampa né in nessuna dichiarazione pubblica dei ministri, quali voci di spesa sanitaria verranno compresse per liberare quegli 86 milioni. I tagli lineari non indicano capitoli specifici: si traducono in aggiustamenti interni che l’amministrazione gestisce senza pubblicità. Il dato politico e contabile rimane nella tabella allegata al decreto: venti giorni di sconto alla pompa vengono finanziati sottraendo, anche, 86 milioni al sistema sanitario nazionale. Risorse ordinarie permanenti usate per coprire una misura dichiarata temporanea.
La misura non era nuova. Il 22 marzo 2022, quattro anni esatti prima, il governo Mario Draghi aveva varato un taglio identico, 25 centesimi al litro, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Inizialmente previsto per trenta giorni, fu prorogato sette volte consecutive attraverso altrettanti decreti. Il costo totale calcolato da Pagella Politica: circa 7,3 miliardi di euro, quasi 730 milioni al mese, con la cifra finale che si avvicinò ai 9 miliardi. E i due terzi del beneficio andarono alla metà più ricca della popolazione italiana.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (Fratelli d’Italia) aveva riepilogato quel precedente nelle settimane precedenti al decreto: la misura di Draghi si era rivelata «per lo più inefficace» e «troppo costosa»; «l’inflazione continuò a crescere» e i benefici si concentrarono «sui ceti benestanti, poiché le famiglie con redditi più elevati sono anche quelle con maggiori consumi di carburante.» Urso aveva ragione. Il 18 marzo 2026 ha votato il decreto.
Il Consiglio dei ministri è durato mezz’ora. Salvini, da canto suo, ha annunciato il risultato prima che la riunione fosse formalmente chiusa: era già in studio a Rete 4 per la campagna referendaria. Nelle bozze del pomeriggio era comparso un bonus carburanti destinato ai soli redditi bassi. Meloni ha voluto un intervento generalizzato. Il referendum sulla separazione delle carriere era fissato tre giorni dopo. Mentre il governo incassava circa 9 milioni di extra-gettito fiscale al giorno dai prezzi in rialzo, la convocazione del Cdm è rimasta al condizionale fino a un’ora prima.
Sostanzialmente: lo stesso governo che aveva definito il taglio delle accise inefficace, regressivo e troppo costoso lo ha riproposto identico, con gli stessi centesimi e la stessa struttura temporanea. Lo sconto scade il 7 aprile. Il 6 è Pasquetta: oltre 11 milioni di italiani erano in viaggio nel 2025. Se il petrolio continua a salire, lo sconto si azzererà prima, lasciando quegli italiani al distributore con il gasolio stabilmente sopra i 2 euro. Esattamente come prima del Cdm del 18 marzo. 527 milioni più poveri.
L’articolo Decreto carburanti, perché lo sconto di 25 centesimi varato dal governo Meloni non sta funzionando sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
... | 260 | 265 | 270 | 275 | 280 | 285 | 290 | 295 | 300 |...
AgoraVox Italia