Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il cinque luglio 2024 cinque riservisti della Force 100 trascinano un prigioniero palestinese in un’area delimitata con scudi per sottrarsi alle telecamere. Il video esiste, è stato trasmesso dalla televisione israeliana. Il detenuto arriva all’ospedale con costole rotte e un retto perforato. Subisce un intervento chirurgico. Viene rimandato a Sde Teiman.
Il dodici marzo 2026 l’avvocato generale militare israeliano archivia tutte le accuse. Le immagini non bastano a provare un abuso abbastanza grave da giustificare una condanna. La vittima, rilasciata a Gaza, non può testimoniare. Si trova a Gaza, sotto i bombardamenti israeliani.
Il premier Benjamin Netanyahu saluta l’archiviazione: sono combattenti eroici. Il ministro della Difesa Israel Katz si congratula con i soldati. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich chiede il processo per Yifat Tomer-Yerushalmi, la procuratrice che aveva autorizzato la diffusione del video. Tomer-Yerushalmi si era dimessa mesi fa — non per aver gestito male il caso, ma per aver permesso che le prove venissero viste.
L’undici marzo, Paesi Bassi e Islanda depositano alla Corte internazionale di giustizia le dichiarazioni di intervento nel caso Sudafrica contro Israele, diventando il diciottesimo e diciannovesimo stato a farlo. I Paesi Bassi argomentano che deportazioni forzate, ostruzione degli aiuti e atti contro i bambini possono costituire condotta genocidaria rilevante per l’intento. L’Islanda sostiene che l’intento genocidario può essere desunto da un insieme di condotte.
Sari Bashi, direttrice esecutiva del Public Committee Against Torture in Israel, commenta l’archiviazione: «L’avvocato generale militare ha appena concesso ai soldati la licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese».
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Il Comitato europeo dei diritti sociali ha bocciato l’Italia per violazione della Carta sociale europea in materia di diritto di sciopero. La decisione, adottata il 10 settembre 2025 e pubblicata oggi, accoglie il reclamo collettivo n. 208/2022 presentato dall’Unione Sindacale di Base contro la legge n. 146/1990. Tre le violazioni accertate, due con tredici voti favorevoli su quindici e una all’unanimità.
La prima concerne la definizione eccessivamente ampia di servizi pubblici essenziali. L’elenco, ingrossato dalla legge n. 182/2015 e dalla Commissione di garanzia nel corso degli anni, include settori che non possono essere qualificati essenziali in senso stretto: musei, cure termali, taxi, mense scolastiche. Uno sciopero in questi ambiti non metterebbe in pericolo la vita o la salute della popolazione, che è il criterio minimo perché una restrizione possa ritenersi compatibile con la Carta.
La seconda violazione colpisce l’obbligo di comunicare preventivamente la durata dello sciopero al datore di lavoro, con un preavviso minimo di dieci giorni. Il Comitato aveva già censurato questa disposizione nel 2006: sapere in anticipo la durata dell’astensione consente al datore di calcolare l’impatto e modulare la risposta, svuotandola di efficacia. La terza riguarda il distanziamento oggettivo e i cosiddetti periodi esclusi, festività, partenze estive, eventi di rilevanza pubblica: restrizioni sproporzionate quando applicate a settori che essenziali non sono.
Il reclamo è stato costruito dall’avvocato Andrea Danilo Conte, cofondatore del Centro studi Diritti e Lavoro, con il supporto dell’avvocato Marco Tufo e del professor Giovanni Orlandini. Il riferimento è l’articolo 6, paragrafo 4, della Carta, in combinato con l’articolo G: le restrizioni al diritto di sciopero devono essere previste dalla legge, necessarie in una società democratica e proporzionate. «La decisione obbliga il legislatore a intervenire e orienta l’operato dei giudici e della Commissione di garanzia», ha dichiarato Conte. Il governo, che aveva chiesto al Comitato di dichiarare la denuncia infondata sotto tutti gli aspetti, rimane senza argomenti davanti a una decisione che arriva da Strasburgo e non dalla piazza.
Il provvedimento arriva dopo tre anni in cui il governo ha usato la precettazione come strumento ordinario di gestione del conflitto sindacale. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha firmato tre ordinanze nel solo 2023: a luglio contro lo sciopero ferroviario di Cgil e Uil, a novembre contro lo sciopero generale, a dicembre contro l’astensione di Cub, Cobas e Usb. Il Tar del Lazio, nel marzo 2024, ha accolto il ricorso dei sindacati di base sulla precettazione di dicembre, parlando esplicitamente di «violazione di legge ed eccesso di potere».
Il caso più rivelatore è del maggio 2024. L’ordinanza che ha vietato lo sciopero di Trenitalia del 19 maggio conteneva un passaggio che vale la pena rileggere: la misura era motivata anche dal fatto che «si prevede che la partecipazione sarà consistente», visto che il precedente sciopero del 23-24 marzo aveva fatto sopprimere il 60 per cento dei treni. A novembre 2024, in occasione del quarto sciopero generale di Cgil e Uil in quattro anni di governo, il dimezzamento dell’astensione era stato giustificato citando «1.342 scioperi proclamati e 949 effettuati, 38 al mese», come se la frequenza del conflitto fosse prova di un abuso e non di malessere nei luoghi di lavoro.
Giorgia Meloni dal canto suo ha coperto ogni precettazione sostenendo che si trattava di scelte condivise, non politiche, basate sulle indicazioni di un’autorità indipendente. Maurizio Landini, segretario della Cgil, ha risposto che «nella storia democratica e repubblicana di questo Paese non si è mai visto» un ministro bloccare sistematicamente un diritto costituzionale. Pierpaolo Bombardieri, segretario della Uil, ha definito la Commissione di garanzia «di parte, non più un arbitro».
La decisione di Strasburgo non riguarda episodi isolati, riguarda l’architettura di un sistema che questo governo ha trovato pronto e ha scelto di usare con una frequenza senza precedenti nella storia repubblicana. Adesso quell’architettura è stata dichiarata incompatibile con la Carta sociale europea. Il legislatore è chiamato a intervenire. Anche se, anche stavolta, il governo potrebbe addossare la colpa ai soliti giudici che non li lasciano lavorare.
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Il Teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato ieri il comizio più rivelatore della campagna referendaria: rivelatore non per gli argomenti ma per il contorno.
Meloni aveva dichiarato di non voler personalizzare il voto: il partito aveva tolto nome e simbolo dai manifesti. Ieri quella scelta è finita. Lega e Forza Italia erano altrove, il Corriere della Sera ha letto l’assenza come smarcamento davanti ai sondaggi. Gli alleati cedono il palco.
Il teatro lo ha concesso Andrée Ruth Shammah, direttrice accusata di lettura filo-israeliana su Gaza, nome fatto circolare da La Russa per le comunali milanesi, offerta declinata. La destra la corteggia e lei il teatro lo ha aperto.
Sul palco è salito Orazio Maurizio Musumeci, che aveva annunciato sui social di essere in partenza per incontrare Meloni, riuscendo ad avvicinarsi, consegnarle un libro e chiederle le dimissioni di Mattarella. Il ministro Piantedosi, responsabile della sua sicurezza, non ha commentato.
FdI registra circa due punti di calo da inizio anno, i sondaggi danno il no avanti al 52%. Meloni ha detto che se la riforma non passa stavolta non ci sarà un’altra occasione. Argomento riconoscibile. Il finale ha cambiato registro: immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie. Il catalogo del terrore domestico, a dieci giorni dal voto. Non è più una campagna su una riforma costituzionale. È una promessa di paura.
Quando si misurano i consensi con l’elenco dei nemici interni, il segnale non riguarda la giustizia; riguarda se stessi.
Buon venerdì.
Totale: 547.201 sterline. È quello che Peter Mandelson ha chiesto come liquidazione dopo essere stato cacciato dall’incarico di ambasciatore britannico a Washington. Ne ha ottenute 75.000. Il numero racconta già qualcosa: la distanza tra quanto il «Principe delle tenebre» riteneva di valere e quanto il primo ministro del Regno Unito Keir Starmer ha accettato di pagare per liberarsi di lui.
L’11 marzo 2026 il governo britannico ha pubblicato la prima tranche dei documenti relativi alla nomina di Mandelson, oltre 140 pagine di email e note interne, come riferisce Politico. Il quadro che emerge è quello di un premier che ha ignorato segnali d’allarme precisi, messi per iscritto dai suoi stessi uffici.
Dieci giorni prima di nominare Mandelson, l’11 dicembre 2024, Starmer aveva ricevuto una nota del suo segretario che allegava la due diligence del Cabinet Office. Il documento segnalava esplicitamente i «rischi reputazionali» derivanti dal rapporto tra Mandelson e Jeffrey Epstein, supportati da un rapporto commissionato da JP Morgan nel 2019, secondo cui Epstein manteneva un legame «particolarmente stretto» con il principe Andrea e con Mandelson, «membro senior del governo britannico». La stessa nota segnalava il ruolo di Mandelson nel consiglio di amministrazione di Sistema, conglomerato russo il cui presidente è descritto come «alleato di Putin» e la cui controllata Rti produce tecnologie per il sistema missilistico russo. Mandelson era rimasto nel board fino al giugno 2017, tre anni dopo l’annessione della Crimea.
Il consigliere per la sicurezza nazionale Jonathan Powell aveva definito il processo di nomina «insolito» e «stranamente affrettato» e aveva sollevato dubbi direttamente con il capo di gabinetto Morgan McSweeney, il quale lo aveva rassicurato che le criticità erano già state «affrontate». La nomina andò avanti il 20 dicembre 2024.
Mandelson è stato licenziato a settembre dell’anno scorso, quando una prima tornata di documenti del Dipartimento di Giustizia americano rivelò che aveva mantenuto rapporti con Epstein dopo la condanna di quest’ultimo nel 2008. A gennaio 2026 arrivò il secondo colpo: le email mostravano che, da segretario al Commercio tra il 2009 e il 2010, aveva passato a Epstein informazioni riservate sulle mosse del governo britannico durante la crisi finanziaria, inclusa un’anticipazione sul piano da 500 miliardi di euro dell’Unione Europea. Documenti bancari del Dipartimento di Giustizia mostrano pagamenti per complessivi 75.000 dollari da conti riconducibili a Epstein verso conti collegati a Mandelson o al suo partner, tra il 2003 e il 2004. Il 23 febbraio 2026 Mandelson è stato arrestato a Londra per misconduct in public office. È stato rilasciato senza condizioni. Non è stato incriminato, e i suoi legali sostengono che stia cooperando con le autorità.
Eppure Peter Mandelson è stato per decenni uno dei riferimenti teorici del riformismo di centrosinistra in Italia. L’architetto del New Labour, quella metamorfosi degli anni Novanta che portò i laburisti britannici a scollegarsi dalla tradizione sindacale per abbracciare il capitale, praticando quello che Mandelson stesso teorizzò come un atteggiamento «intensamente rilassato rispetto alle persone che diventano ricche sfondato», era il modello che ispirava Romano Prodi, Massimo D’Alema, Walter Veltroni e, nella stagione successiva, la cultura politica che ha prodotto il Pd. La terza via di Blair e Mandelson influenzò «vari partiti di centrosinistra europei», l’Italia in modo diretto e duraturo.
Oggi silenzio. Nessun editoriale che ragioni su cosa racconti lo scandalo Mandelson di quella cultura politica che aveva eletto il pragmatismo a valore assoluto, reso la sinistra europea «rilassata sugli ultraricchi» e trasformato la frequentazione dei potenti in una virtù civica. Nessuna riflessione pubblica su cosa significhi aver assunto come bussola morale un uomo che, secondo la polizia metropolitana di Londra, avrebbe passato informazioni riservate di Stato a un pedofilo condannato in cambio di denaro.
547.201 sterline chieste, 75.000 concesse. L’uomo che aveva fatto del potere la sua professione totale, che aveva lavorato «ogni giorno», parole sue, per estromettere la segreteria di sinistra di Jeremy Corbyn, è uscito dalla porta di servizio con meno di un sesto di quanto riteneva di meritare. I suoi estimatori italiani tacciono, sperando che nessuno faccia il collegamento.
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Prima di ordinare i bombardamenti sull’Iran, il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth aveva già smantellato le unità del Pentagono incaricate di limitare le vittime civili. Lo riferisce HuffPost l’11 marzo 2026. A febbraio 2025 Hegseth aveva rimosso i vertici del JAG Corps — gli avvocati militari delle tre forze armate — definendoli «ostacoli agli ordini del comandante in capo». Rosa Brooks, docente di diritto alla Georgetown University, aveva già scritto: «È quello che fai quando pianifichi di violare la legge: elimini gli avvocati».
Il metodo era già stato sperimentato a Gaza. I sistemi di targeting basati sull’intelligenza artificiale Lavender e The Gospel — documentati da Access Now nel 2024 — avevano automatizzato la selezione degli obiettivi nella Striscia. Akbar Shahid Ahmed di HuffPost ha scritto il 12 marzo che Israele applica la «logica di Gaza» al Libano con la benedizione di Trump. Sul New York Times del 10 marzo Thomas Friedman ha scritto che Netanyahu «sarebbe probabilmente felice di fare dell’Iran un’altra Gaza».
Le autorità iraniane contano oltre 1.300 civili uccisi in dodici giorni. Il primo giorno, un bombardamento in doppio colpo ha distrutto la scuola elementare femminile di Minab: 168 bambine. A Beirut, nel quartiere di Ramlet al-Bayda, l’IDF ha ucciso otto persone e ferito trentatré tra famiglie che dormivano in tende sul mare. AP ha documentato nella stessa notte attacchi israeliani su campi degli sfollati a ovest di Gaza City. L’IDF ha dichiarato di non essere «a conoscenza di un attacco in quella zona».
L’11 marzo, davanti ai giornalisti al Pentagono, Pete Hegseth ha letto il Salmo 144: «Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra. Possa il Signore dare forza incrollabile e rifugio ai nostri guerrieri». Ha concluso: «Amen».
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