Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Novanta persone recluse a Gjader. È il numero più alto dall’apertura del centro nell’ottobre 2024. A certificarlo è il monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione del 23 e 24 febbraio 2026, condotto con la deputata Rachele Scarpa del Partito democratico: due trasferimenti nelle ultime settimane, circa 35 persone per volta, prelevate dai Cpr italiani e portate oltre l’Adriatico. Per dieci mesi la struttura aveva funzionato con presenze medie attorno alle venti unità. Oggi il picco.
L’accelerazione arriva mentre pendono due rinvii pregiudiziali davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, uno dei quali investe la legittimità stessa del protocollo Italia-Albania. Eppure il governo ha scelto di aumentare i trasferimenti, trasformando quello che era stato presentato come esperimento in una componente ordinaria del sistema di detenzione amministrativa.
Il report analitico aggiornato a febbraio 2026 descrive un passaggio di fase: dalla gestione “sperimentale” con piccoli gruppi al riempimento sistematico della struttura, fino alle 90 presenze registrate durante l’accesso ispettivo. Il dato quantitativo è solo la superficie.
Le testimonianze raccolte parlano di uso generalizzato di dispositivi di coercizione per l’intera traversata, senza valutazioni individuali di necessità e proporzionalità. Le persone riferiscono di non avere ricevuto ordini formali di trasferimento, circostanza già ritenuta illegittima dall’autorità giudiziaria. Senza un provvedimento notificato, il diritto di difesa si comprime fino a svuotarsi.
La composizione dei trattenuti restituisce un quadro eterogeneo. Ci sono persone che hanno perso il lavoro e, con esso, il permesso di soggiorno, pur vivendo da anni in Italia. È documentata la presenza di un cittadino iraniano, benché l’attuale situazione politica renda di fatto impraticabile un rimpatrio. Almeno due persone risultano già trasferite in passato a Gjader, poi riportate in Italia e nuovamente inviate in Albania: un rimbalzo che il monitoraggio definisce lesivo e propagandistico.
Sul versante sanitario, dagli accessi agli atti emerge che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state dichiarate inadatte al trattenimento e riportate in Italia. Il filtro preventivo fallisce e il trasferimento diventa una tappa intermedia, con costi umani e finanziari che si sommano.
Tra i 90 presenti c’è anche il primo soccorritore di Simo Said, il venticinquenne morto il 12 febbraio nel Cpr di Bari. Quel testimone, potenziale parte informata sui fatti nell’incidente probatorio sulla morte, è stato trasferito a Gjader e manifesta gravi segni di sofferenza psicologica e autolesionismo. La sua collocazione fuori dal territorio nazionale complica l’attività istruttoria.
I rimpatri effettivi restano marginali. Nel periodo aprile-luglio dell’anno precedente, a fronte di 132 persone trasferite a Gjader, solo 32 sono state rimpatriate da Tirana; la maggioranza è rientrata in Italia dopo pronunce di non convalida o rivalutazioni sanitarie. Il centro funziona come snodo di andata e ritorno, mentre il contenzioso cresce e le casse pubbliche si espongono a richieste risarcitorie.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: per la prima volta è stato utilizzato il carcere interno alla struttura, per trattenere una persona accusata di un reato commesso nel Cpr, poi trasferita il giorno successivo in Italia. Un episodio che conferma la fragilità giuridica dell’impianto extraterritoriale e l’assenza di una filiera penale realmente operativa fuori dai confini nazionali.
Il “modello Albania” si trova ora davanti alla verifica europea. Intanto, a Gjader, i numeri salgono. E con loro le domande sulla compatibilità tra deterrenza politica e garanzie giuridiche.
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Arrivano le scuse. Arrivano per iscritto, su carta, dal carcere. Carmelo Cinturrino affida al suo avvocato una lettera: «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto… Perdonatemi, pagherò per il mio errore».
La parola scelta è “errore”.
Errore sarebbe un verbale compilato male, una procedura saltata, una valutazione frettolosa. Qui c’è un uomo colpito alla testa mentre scappa, una pistola finta fatta portare da un collega e posata accanto al corpo per costruire la scena della legittima difesa, circostanza che l’indagine considera falsa. E infatti la famiglia di Abderrahim Mansouri risponde senza giri: «Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore».
Nella lettera Cinturrino parla di paura, rivendica encomi, si definisce servitore dello Stato. La famiglia replica che, se ha un briciolo di coscienza, deve confessare «tutto il male» e chiarire il ruolo dei complici. In mezzo restano i tentativi di depistaggio contestati, i colleghi indagati per favoreggiamento e omissione, un commissariato sotto la lente della Procura.
Si è scusato l’assassino primo del ministro Salvini, dei parlamentari meloniani, dei giornalisti con la bava alla bocca e dei leghisti infoiati. Quelli, no.
Ma un agente dello Stato non chiede indulgenza pubblica. Un uomo di Stato denuncia, racconta, consegna ai magistrati ogni dettaglio, anche quello che lo riguarda. Le scuse appartengono alla sfera privata. La verità è un atto pubblico.
I familiari lo dicono con chiazza: se davvero c’è coscienza, servono confessioni piene, nomi, responsabilità. Il resto è carta. E la carta, quando si parla di un proiettile alla testa e di una scena manipolata, pesa meno dei fatti.
Buon venerdì.
A Gaza la guerra passa anche dai moduli. Trentasette organizzazioni umanitarie hanno presentato un ricorso urgente all’Alta Corte israeliana contro le nuove regole di registrazione imposte dal governo. Le norme chiedono alle ONG di consegnare elenchi dettagliati del personale palestinese, informazioni sensibili sui partner locali, dichiarazioni politiche vincolanti. In caso di mancato adeguamento, chiusura operativa entro sessanta giorni. Visti che scadono, permessi che si inceppano, personale straniero bloccato. In una Striscia dove l’accesso al cibo e alle cure dipende dagli aiuti, la sopravvivenza viene filtrata da una procedura amministrativa. La fame attraversa i valichi con il timbro giusto.
In Cisgiordania, intanto, l’occupazione si consolida con un altro timbro. L’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato servizi consolari direttamente in alcuni insediamenti israeliani, a partire da Efrat. Passaporti rilasciati sul posto, sportelli mobili per i coloni, cornice celebrativa per i 250 anni dell’indipendenza americana. Per il governo israeliano è normalità diplomatica. Per l’Autorità palestinese è un segnale politico che tratta gli insediamenti come città ordinarie. L’annessione avanza per prassi, senza proclami solenni.
Poi c’è il corpo di Jad Jadallah, quattordici anni, colpito a distanza ravvicinata in un campo profughi in Cisgiordania. I video verificati dalla BBC mostrano il ragazzo a terra, sanguinante, mentre i soldati impediscono alle ambulanze di avvicinarsi per lunghi minuti. L’esercito parla di “trattamento iniziale”, senza dettagli. La famiglia racconta un’attesa che diventa condanna. Accanto al corpo compare un oggetto fotografato come prova. B’Tselem parla di messa in scena.
Tre scene, una parola che ritorna: permesso. Permesso di operare, permesso di costruire, permesso di soccorrere. Chi decide il permesso decide il respiro. Gaza diventa laboratorio della fame amministrata. La Cisgiordania laboratorio dell’annessione amministrata. In mezzo, un ragazzo che resta a terra mentre la procedura diventa muro.
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