Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Novantuno persone iscritte nel registro degli indagati. Settantadue per le mobilitazioni a sostegno della Palestina tra il 22 settembre e il 4 ottobre 2025. Diciannove per la contro-manifestazione antifascista del 1° novembre. È il bilancio dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Cagliari e condotta dalla Digos, che nel febbraio 2026 ha notificato gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis c.p.p., come ricostruito nel dossier “Dinamiche di Criminalizzazione del Dissenso Politico e Gestione dell’Ordine Pubblico”.
Le contestazioni ruotano attorno a blocchi stradali, cortei privi di preavviso, interruzione di pubblico servizio e resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Le giornate chiave sono quelle successive all’abbordaggio, il 1° ottobre 2025, della missione civile “Global Sumud Flotilla” diretta verso Gaza. Secondo la ricostruzione investigativa, nelle piazze cagliaritane si sarebbe affermata una linea d’azione sintetizzata dallo slogan “blocchiamo tutto”: deviazioni improvvise dei cortei, occupazioni di arterie considerate strategiche per la viabilità urbana, rallentamenti del trasporto pubblico locale.
La Questura, nei comunicati ufficiali, distingue tra la partecipazione “pacifica” di migliaia di cittadini e la presenza di gruppi ritenuti “ideologicamente orientati” dell’area antagonista. È su questa seconda componente che si concentra il procedimento penale.
Il primo filone riguarda le manifestazioni per la Palestina. L’indagine si è avvalsa dell’analisi delle immagini della Polizia Scientifica e della videosorveglianza cittadina. Ai 72 indagati vengono contestati blocco stradale, interruzione e turbamento di pubblico servizio e resistenza aggravata.
Il secondo filone nasce dalla contro-manifestazione antifascista del 1° novembre 2025, organizzata senza preavviso in risposta a un raduno del “Blocco Studentesco”, struttura giovanile di destra. Secondo la Digos, circa 250 antifascisti si sarebbero radunati in piazza Garibaldi tentando di raggiungere il corteo autorizzato. Le forze dell’ordine hanno disposto lo scioglimento della manifestazione; nei momenti di tensione sarebbero stati lanciati oggetti contro gli agenti. Diciannove persone risultano denunciate per violazione dell’articolo 18 del T.U.L.P.S. e resistenza aggravata.
Il contesto giuridico è determinante. L’11 aprile 2025 il governo ha approvato il decreto-legge n. 48, convertito nella legge 9 giugno 2025 n. 80, che ha introdotto undici nuove fattispecie di reato e undici aggravanti. Tra le modifiche più rilevanti figura la riformulazione del blocco stradale: dopo la depenalizzazione del 1999, la condotta realizzata con il proprio corpo era sanzionata in via amministrativa; con il D.L. 48/2025 torna a essere delitto, con pena fino a due anni se commesso da più persone riunite.
La norma estende la tutela anche alla “strada ferrata”, consentendo di perseguire penalmente l’occupazione dei binari ferroviari. È la cornice dentro cui si collocano le imputazioni mosse agli attivisti sardi.
Il dossier richiama inoltre l’uso estensivo della “resistenza aggravata”, contestata anche in situazioni di ostruzionismo o divincolamento durante le operazioni di contenimento. Un’impostazione che, secondo l’analisi riportata, rientra in una strategia più ampia di gestione securitaria del conflitto sociale.
Cagliari si inserisce in un quadro più ampio. Nell’autunno 2025 scioperi e blocchi hanno interessato stazioni ferroviarie e porti in diverse città italiane; centinaia di attivisti sono stati segnalati per interruzione di pubblico servizio. Il dossier parla di un allargamento del perimetro repressivo a studenti universitari, sindacalisti e persino appartenenti ai Vigili del Fuoco sottoposti a procedimenti disciplinari per iniziative di solidarietà.
Nel capoluogo sardo la vicenda giudiziaria prosegue ora con la valutazione delle richieste di rinvio a giudizio. Le 91 posizioni restano aperte. La piazza che nell’autunno 2025 aveva incrociato la questione palestinese con quella antifascista si ritrova oggi dentro un fascicolo penale. Sul banco non ci sono soltanto singole condotte ma l’equilibrio tra ordine pubblico e diritto di manifestare.
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Tre anni fa, a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, il caicco “Summer Love” si spezzava contro le secche. Novantaquattro morti accertati, trentacinque minori. I giocattoli tra la sabbia, i corpi allineati nel palazzetto dello sport, le promesse solenni pronunciate davanti alle telecamere. Si disse che quella sarebbe stata la volta buona. Si disse che il Mediterraneo non avrebbe più inghiottito vite nell’indifferenza.
I numeri raccontano altro. Dal 2014 oltre 34.200 persone risultano morte o disperse lungo le rotte verso l’Europa; quasi 3.000 dopo Cutro. Nel 2025 le vittime sono state 2.185. Nei primi mesi del 2026 almeno 606. Dati che confermano una continuità strutturale della strage. La commozione non ha modificato l’assetto delle politiche. Ha prodotto dichiarazioni, non un cambio di paradigma.
La rotta del Mediterraneo centrale resta la più letale al mondo. Le stime oscillano, si aggiornano, si correggono, ma la tendenza è costante. Ogni trimestre aggiunge nomi a un elenco che raramente arriva sulle prime pagine. La morte in mare è diventata una variabile incorporata nel dibattito pubblico, un costo implicito delle politiche di contenimento.
Anche le organizzazioni che operano in mare lo ripetono. Medici senza frontiere parla di assenza di un meccanismo stabile e coordinato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e di progressiva penalizzazione delle navi civili. Save the Children richiama l’impatto sui minori: ogni ritardo nei soccorsi espone bambini e adolescenti a rischi gravissimi. A Cutro oltre un terzo delle vittime era minorenne. La statistica ha un volto.
Sul piano normativo, dopo il 26 febbraio 2023 si è consolidato un impianto restrittivo che incide soprattutto sulle Ong: obbligo di dirigersi immediatamente verso il porto assegnato dopo un solo intervento, assegnazione di scali lontani, sanzioni e fermi amministrativi; fino alla previsione di interdizioni dalle acque territoriali. L’effetto è sottrarre giorni di operatività alle uniche navi presenti in un tratto di mare vastissimo.
Nel frattempo, il “Pacchetto sicurezza” del 2026 interviene su asilo, identificazioni, rimpatri, trattenimento nei Cpr, con ulteriori strette sulle procedure e sulle deroghe per l’ampliamento dei centri. La traiettoria è coerente: deterrenza e controllo come architrave. Inclusione e accoglienza restano parole assenti nei testi normativi.
Intanto, a Crotone, il processo prova a misurare le responsabilità. Sei militari imputati. In aula tornano i ventisei minuti tra le prime segnalazioni dei pescatori e l’ordine di uscita, e le sei ore tra l’avvistamento di Frontex e l’affondamento. Intervalli che non sono dettagli tecnici ma porzioni di tempo in cui la vita resta appesa a una decisione.
La distinzione tra operazione di polizia e intervento di soccorso è diventata uno snodo centrale. Una scelta di qualificazione che può spostare competenze e tempi di reazione. I familiari chiedono verità e scuse. «Una morte che avrebbe potuto essere evitata», ha detto Farzaneh Maliki fuori dal tribunale. La richiesta resta semplice: riconoscere che quei novantaquattro non sono stati travolti da una fatalità astratta.
Anche la memoria, intanto, si è fatta terreno di scontro. A Crotone un istituto superiore ha annullato una giornata dedicata a Cutro per presunto “mancato contraddittorio”, richiamando la circolare sulla par condicio; poi il dietrofront. Un corto circuito che rivela quanto il ricordo sia diventato materia amministrativa. Come se la commemorazione di una strage dovesse bilanciare opinioni.
Fuori dalle aule, associazioni e sindacati hanno ricordato che Cutro non è un episodio isolato ma un passaggio dentro una sequenza più ampia. La segretaria confederale della Cgil, Maria Grazia Gabrielli, ha parlato di “strage continua, silenziosa e silenziata”, collegando la tragedia alle nuove misure securitarie su asilo e trattenimento. Le parole tornano a incrociare i numeri.
Cutro resta una ferita aperta. Le cifre dimostrano che il Mediterraneo continua a essere la rotta più letale. Le politiche restano concentrate su sicurezza, respingimenti, trattenimento. La promessa del “mai più” si è dissolta nel tempo breve delle dichiarazioni. La commozione di tre anni fa si è dispersa nel mare. Le vite perdute, invece, restano.
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