Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Tra il 14 e il 21 gennaio, mentre il ciclone “Harry” sollevava onde fino a 16 metri nel Canale di Sicilia, decine di imbarcazioni partite da Sfax hanno perso la rotta. Le ricostruzioni di Refugees in Libya-Tunisia, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone parlano di oltre dieci natanti dispersi e di almeno mille persone scomparse. Una sola barca avrebbe raggiunto Lampedusa. Delle altre restano frammenti, segnalazioni, telefoni muti.
Nelle settimane successive il mare ha iniziato a restituire ciò che aveva inghiottito. Un corpo recuperato dalla Ocean Viking e sbarcato a Siracusa. Altri tra Trapani, Marsala e Pantelleria. Altri ancora lungo la costa tirrenica calabrese, tra Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Salme spesso irriconoscibili, segnate da giorni in acqua, dalla salsedine, dagli urti sugli scogli. Ogni ritrovamento però apre un fascicolo in una Procura diversa e quindi ogni fascicolo rischia di restare isolato.
Per questo Mem.Med – Memoria Mediterranea, ASGI, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone hanno inviato formali comunicazioni alle autorità italiane per sollecitare interventi urgenti sulle procedure di identificazione. Le organizzazioni chiedono il rispetto rigoroso dei protocolli per il prelievo e la comparazione del DNA, la tracciabilità certa delle sepolture, la centralizzazione delle informazioni.
«Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate», scrivono. E aggiungono: «Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere».
Il nodo è giuridico oltre che simbolico. Il D.P.R. 87/2016 disciplina la banca dati nazionale del Dna e prevede il prelievo sui resti non identificati. La circolare del 22 novembre 2017 del Commissario straordinario per le persone scomparse indica procedure uniformi per la compilazione delle schede post mortem e l’inserimento dei dati nel Registro nazionale dei cadaveri non identificati. Le norme esistono, ora quindi servono decisioni operative e coordinamento tra Procure, Prefetture, Comuni e Ministero degli Esteri per attivare la comparazione con i campioni ante mortem raccolti dai familiari nei Paesi d’origine.
Senza un indirizzo nazionale il rischio è che ogni territorio proceda in ordine sparso, con risorse limitate e tempi diversi. Intanto le sepolture avvengono nei cimiteri locali, spesso con la sigla N.N., mentre le famiglie continuano a scrivere, telefonare, inviare fotografie. E ogni giorno che passa riduce le possibilità di ricostruire un’identità con strumenti ordinari.
In gioco c’è il diritto alla verità delle famiglie. Senza identificazione resta la sospensione: nessuna certezza sulla morte, nessun rito, nessuna chiusura giuridica. Le associazioni riferiscono di numerose segnalazioni ricevute da parenti che cercano figli, fratelli, mariti partiti dalla Tunisia nei giorni della tempesta. Ogni sepoltura anonima, ogni fascicolo chiuso senza accertamenti completi allunga dolorosamente quell’attesa.
Identificare significa collegare un codice genetico a una storia, consentire un rimpatrio o almeno una tomba tracciabile. È un obbligo che discende dalle convenzioni internazionali e dalla legislazione italiana. Nel Canale di Sicilia il bilancio umano del ciclone “Harry” resta provvisorio. Le onde hanno disperso le barche e ora la frammentazione amministrativa rischia di disperdere anche le identità. Tra un numero e un nome passa la misura della civiltà giuridica di uno Stato, e la sua capacità di assumersi responsabilità anche dopo la morte.
L’articolo Canale di Sicilia, almeno mille migranti scomparsi per il ciclone Harry: “Identificare i corpi e garantire il diritto alla verità” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Lo scorso 8 novembre alcuni studenti hanno deciso di solidarizzare con gli operai della ditta L’Alba di Montemurlo che in piazza Duomo a Firenze avevano organizzato una manifestazione per chiedere al brand Patrizia Pepe di partecipare al tavolo di crisi convocato dalla Provincia di Prato.
Dovrebbe essere una bella notizia: in un’epoca in cui tutti spingono sull’alternanza scuola-lavoro degli scolari decidono di affiancare dei lavoratori anche nella rivendicazione dei loro diritti. Coscienza di classe, si sarebbe detto una volta. Poiché oggi quella definizione sarebbe bollata di terrorismo possiamo chiamarla compartecipazione alla vita pubblica dei lavoratori. Così sono tutti tranquilli.
Una studentessa diciassettenne del liceo Machiavelli-Capponi di Firenze, raccontano il Collettivo K1 e i coordinatori del sindacato Sudd Cobas, per questo è stata segnalata ai servizi sociali cittadini dopo avere ricevuto un’ispezione a casa. E che hanno fatto i servizi sociali? Le hanno consigliato di non partecipare più a manifestazioni di protesta “per evitare conseguenze più gravi”.
Dice Sudd Cobas che a loro sembra “un segnale molto pericoloso” e in effetti è difficile non essere d’accordo. Siamo passati dagli studenti manganellati che avevano innervosito perfino il presidente Mattarella agli studenti ammansiti senza nemmeno bisogno di un decreto. Per diventare veramente adulti ai nostri scolari è richiesta l’accettazione supina di futuri licenziamenti.
Ultimo piccolo particolare: la studentessa ha genitori nordafricani. Ma noi siamo sicuri che i servizi sociali avrebbero usato lo stesso intimidatorio paternalismo anche con i figli della borghesia fiorentina.
Buon lunedì.
La denuncia è stata depositata il 16 febbraio 2026 presso l’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale dell’Aia. Centoventi pagine che chiamano in causa il presidente della FIFA e quello della UEFA, accusati di favoreggiamento in crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei territori palestinesi occupati.
A presentarla è una coalizione di organizzazioni per i diritti umani – tra cui Irish Sport for Palestine, Scottish Sport for Palestine, Just Peace Advocates ed Euro-Med Human Rights Monitor – insieme a calciatori palestinesi, club locali e proprietari di terreni espropriati. L’impianto giuridico si fonda sugli articoli 8 e 7 dello Statuto di Roma: trasferimento di popolazione civile nei territori occupati e apartheid.
Al centro dell’atto c’è la presenza di club israeliani con sede negli insediamenti in Cisgiordania, ammessi a competere nei campionati organizzati dalla Israel Football Association e, in alcuni casi, nelle competizioni UEFA. Secondo i ricorrenti, l’inclusione regolamentare e il supporto finanziario a queste società costituirebbero un contributo materiale alla normalizzazione degli insediamenti, ritenuti illegali da risoluzioni ONU e dalla Corte internazionale di giustizia. La Palestinian Football Association, membro FIFA dal 1998, non ha mai autorizzato attività sul proprio territorio.
La denuncia richiama anche l’articolo 72 degli Statuti FIFA, che vieta a una federazione di organizzare partite nel territorio di un’altra senza consenso. Per oltre un decennio la PFA ha chiesto l’esclusione dei club degli insediamenti. La risposta è stata una sequenza di rinvii e comitati privi di potere sanzionatorio, mentre nel 2022 FIFA e UEFA hanno sospeso con immediatezza Russia e Bielorussia dopo l’invasione dell’Ucraina. Il confronto tra i due precedenti è uno degli snodi centrali dell’esposto.
Il quadro si inserisce nella distruzione dell’ecosistema sportivo di Gaza. I dati raccolti dalle autorità sportive palestinesi parlano di almeno 341 calciatori uccisi, oltre mille tra atleti e dirigenti morti, 265 strutture sportive colpite, 184 completamente distrutte, nove stadi su dieci rasi al suolo. Per oltre due anni la FIFA ha evitato sanzioni contro l’IFA, limitandosi a richiedere consulenze legali e a rinviare decisioni.
Tre giorni dopo il deposito della denuncia, il 19 febbraio 2026, Gianni Infantino ha annunciato a Washington un investimento di 75 milioni di dollari per la ricostruzione calcistica di Gaza nell’ambito del “Board of Peace” promosso dall’amministrazione Trump. Il piano prevede 50 mini-campi, cinque campi regolamentari, una FIFA Academy e uno stadio nazionale da 20-25 mila posti in tre anni, all’interno di un programma internazionale da 17 miliardi di dollari e 20 mila soldati di stabilizzazione.
La Corte penale internazionale dovrà ora valutare se aprire un’indagine formale. L’esame preliminare cade in una fase di crisi interna dell’ufficio del Procuratore, segnata dal congedo temporaneo di Karim Khan e dalle pressioni politiche seguite ai mandati d’arresto richiesti contro esponenti israeliani e leader di Hamas.
Nel frattempo la gestione operativa ricade sui viceprocuratori Mame Mandiaye Niang e Nazhat Shameem Khan, mentre la Corte subisce ritorsioni incrociate: sanzioni economiche statunitensi e, dal dicembre 2025, una condanna in contumacia a 15 anni emessa da un tribunale di Mosca contro Karim Khan con mandati per otto giudici, inclusa la presidente Tomoko Akane. Un contesto che pesa sui tempi dell’istruttoria.
Se la CPI ritenesse configurabile un nesso tra decisioni regolamentari sportive e crimini internazionali, si aprirebbe un precedente sulla responsabilità dei vertici di organizzazioni private globali. Il calcio entrerebbe stabilmente nel perimetro del diritto penale internazionale, con effetti che andrebbero ben oltre il caso specifico e inciderebbero sull’intera governance sportiva mondiale.
L’articolo Il pallone sul banco degli imputati: la FIFA davanti alla CPI sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
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