Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Nella Lega l’ultima frattura non attraversa più soltanto le correnti politiche: passa dagli uffici stampa, dalle convocazioni alle agenzie e dalla distribuzione delle interviste. È lì che si consuma la guerra interna che accompagna la fase definita “post-Vannacci” e che ora si concentra attorno alla figura di Davide Vecchi, ex direttore de Il Tempo chiamato da Matteo Salvini a coordinare in modo trasversale la comunicazione del partito, dal Mit ai gruppi parlamentari.
La transizione da partito territoriale a forza nazional-populista ha lasciato cicatrici profonde. I salviniani del Sud spingono su infrastrutture e centralità dello Stato; i nordisti storici chiedono autonomia e fisco leggero. I governatori pretendono una comunicazione istituzionale e amministrativa; la segreteria federale rivendica polarizzazione e mobilitazione permanente. La balcanizzazione politica si riflette in un’anarchia operativa.
La memoria interna è ancora segnata dal 2017, quando la Lega mise in mobilità 24 dipendenti storici dichiarando difficoltà finanziarie mentre, grazie al 2 per mille, incassava circa 1,8 milioni di euro e investiva nella consulenza esterna di Luca Morisi, l’architetto della “Bestia”. L’esternalizzazione della propaganda a scapito della struttura interna generò un trauma che oggi riaffiora.
Dopo la stagione di Morisi, l’era di Matteo Pandini aveva tentato una normalizzazione ministeriale. Il recente rimpasto, con l’uscita di Pandini dalla guida tecnica del Mit e l’ingresso di Vecchi come super-consulente globale, ha riaperto la ferita. Per la vecchia guardia si tratta di un commissariamento politico; per Salvini, di un rafforzamento strategico.
Vecchi arriva con un curriculum che inquieta i parlamentari. Da firma d’inchiesta de Il Fatto Quotidiano ha raccontato i conti della famiglia Bossi e l’inchiesta sui fondi gestiti da Francesco Belsito; nel 2014 fu querelato da Salvini e nel 2016 il Gip di Bergamo archiviò il caso. Oggi quello stesso giornalista coordina la comunicazione del leader che lo portò in tribunale.
La sua vicinanza percepita al cosiddetto cerchio magico, e in particolare a Francesca Verdini, continua ad alimentare sospetti. Ogni scelta viene letta come operazione di blindatura del segretario più che come riorganizzazione tecnica. Le accuse parlano di divide et impera: visibilità concessa ai fedelissimi, marginalizzazione dei corpi intermedi.
I nomi ricorrenti nelle lamentele sono quelli dei capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, figure di mediazione parlamentare e punto di riferimento per l’asse nordista. Sostengono la governabilità, gestiscono votazioni delicate, tengono insieme la maggioranza. E l’’ufficio stampa, denunciano i loro, ne riduce l’esposizione.
In parallelo cresce la centralità mediatica di Claudio Borghi, ideologo del sovranismo economico, e di Domenico Furgiuele, volto dell’espansione meridionale. Le loro uscite incendiarie garantiscono tensione e identità. I capigruppo spengono incendi; i pasdaran li alimentano. E la linea comunicativa privilegia i secondi.
La resa dei conti è attesa al rientro romano di Salvini dagli impegni legati ai Giochi di Milano-Cortina 2026. L’evento è vetrina istituzionale e asset politico, ma anche causa dell’assenza del leader dalle micro-dinamiche parlamentari. Nella finestra romana prima delle Paralimpiadi si misurerà la tenuta del partito.
Ora fare retromarcia su Vecchi significherebbe riconoscere l’errore della strategia di controllo egemonico. Confermarlo equivarrebbe a certificare una scissione silenziosa con governatori e gruppi parlamentari. Il conflitto nell’ufficio stampa racconta più di qualsiasi sondaggio lo stato della Lega: un partito che discute la propria identità mentre combatte per la gestione del megafono.
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Le guerre producono morti. Poi producono archivi. E nelle ultime ore l’archivio si è riempito di celle.
Il Committee to Protect Journalists, nel nuovo rapporto ripreso dal Guardian, raccoglie testimonianze su quasi sessanta giornalisti palestinesi detenuti in Israele dal 7 ottobre 2023: percosse, fame, abusi, violenze sessuali. Le parole sono secche, documentate, difficili da archiviare come propaganda. Nello stesso flusso di notizie circola la denuncia rilanciata da Mustafa Barghouti su presunte “visite” organizzate in sezioni carcerarie per mostrare prigionieri immobilizzati. Anche quando resta nella forma della contestazione politica, l’immagine è chiara: la detenzione come messaggio.
Mentre i corpi vengono amministrati, a Bruxelles si discute di ricostruzione. Nikolay Mladenov incontra Kaja Kallas e i ministri degli Esteri dell’Unione. Si evocano Eubam Rafah ed Eupol-Copps, si parla di sicurezza, di disarmo di Hamas affidato alla polizia palestinese, di via libera israeliano. Il lessico è tecnico, la cornice è quella del tragico Board of Peace.
Sul fronte regionale l’Egitto si dice “sconcertato” dalle parole dell’ambasciatore Usa Huckabee sull’espansione israeliana “fino al Nilo” e richiama la Carta Onu. Crepe pubbliche fra alleati, mentre a Washington si misurano gli effetti politici. Axios racconta che funzionari democratici, in un’analisi riservata sulla sconfitta elettorale, avrebbero individuato nel dossier Gaza un costo elettorale per la sconfitta Kamala Harris.
Le guerre producono urne. E le urne, a volte, restituiscono il conto. Intanto restano le celle, i giornalisti detenuti, le parole che chiedono di essere verificate e ascoltate. Occhi su Gaza significa questo: seguire la linea che unisce la prigione alla diplomazia, il tunnel alla conferenza stampa, il campo alla scheda elettorale. Finché la realtà non torna a pesare più delle formule.
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