Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
La parola è tregua. I bollettini parlano di pause, di negoziati che tengono, di mediazioni che avanzano. Poi arrivano le notizie della notte: almeno cinque morti tra Gaza City e Khan Younis, colpiti in aree che dovrebbero essere dentro una fase di de-escalation. Le fonti locali parlano di attacchi aerei, di esplosioni improvvise, di famiglie sorprese mentre provano a rientrare in case già ferite. La tregua resta nei comunicati. Sul terreno restano i corpi.
Intanto a Ginevra si combatte un’altra battaglia. La Francia, che a inizio mese aveva chiesto le dimissioni della relatrice ONU Francesca Albanese sulla base di dichiarazioni ritenute “oltraggiose”, frena. La rappresentante permanente Célie Jürgensen evita di formalizzare la richiesta al Consiglio per i diritti umani e parla di affermazioni “problematiche”. È un passo laterale, non una rettifica. Albanese rivendica il senso delle sue parole e denuncia una campagna costruita su distorsioni e accuse infondate. Attorno a lei restano le pressioni di altri governi europei. Anche qui la parola chiave è tregua: diplomatica, lessicale, apparente.
Sul fondo c’è l’altra notizia che pesa più delle formule. Secondo l’UNICEF, a Gaza 39.384 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Oltre 3.000 hanno perso entrambi. Le cifre ufficiali, ha precisato il portavoce regionale Salim Oweis, potrebbero persino sottostimare la portata reale della tragedia. Dietro i numeri ci sono tende improvvisate, scuole distrutte per il 94 per cento secondo l’UNRWA, richieste di evacuazione medica respinte, traumi che restano fuori dalle statistiche.
La tregua esiste nei tavoli negoziali e nelle frasi calibrate delle capitali. A Gaza esiste un’altra contabilità. Ogni giorno aggiunge nomi. Ogni giorno chiede verità che qualcuno prova a trasformare in polemica.
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La crisi climatica continua a produrre effetti economici, sociali e sanitari sempre più misurabili in Europa mentre la politica continentale la sta progressivamente espellendo dal confronto pubblico. Le alluvioni si moltiplicano, le ondate di calore aumentano, i costi crescono. Nel frattempo il tema arretra nelle priorità dei governi, sostituito da sicurezza, migrazioni e competitività industriale.
I numeri non sono opinioni e raccontano una traiettoria precisa. Negli ultimi quarant’anni gli eventi climatici estremi hanno causato oltre 822 miliardi di euro di perdite economiche nell’Unione europea, secondo i dati elaborati dall’Agenzia europea per l’ambiente e richiamati dal Consiglio scientifico europeo sui cambiamenti climatici. Solo nell’ultimo decennio i danni hanno raggiunto 45 miliardi di euro all’anno, cinque volte rispetto agli anni Ottanta. Eppure la percezione politica segue una direzione opposta.
Il continente europeo si sta riscaldando più rapidamente della media globale. La temperatura media risulta già di circa 2,5 gradi superiore ai livelli pre-industriali, una soglia che rende inevitabile una parte degli impatti climatici anche in presenza di tagli immediati alle emissioni.
Gli scienziati europei parlano apertamente di insufficienza delle politiche di adattamento. Il presidente dell’European Scientific Advisory Board on Climate Change, Ottmar Edenhofer, ha indicato tre criticità ricorrenti: assenza di coordinamento tra Stati, fondi inadeguati e pianificazione tardiva. Le conseguenze emergono ogni stagione: incendi che nel 2025 hanno bruciato il 3 per cento del territorio portoghese, tempeste di grandine con danni miliardari, sistemi di allerta incapaci di prevenire vittime durante le alluvioni.
Secondo le simulazioni citate dagli organismi europei, anche applicando integralmente le politiche climatiche attuali l’Europa potrebbe arrivare entro fine secolo a un aumento medio di 3,9 gradi. Uno scenario che trasformerebbe eventi oggi definiti eccezionali in normalità climatica.
Un’analisi pubblicata dal Guardian descrive una forma nuova di negazione climatica europea: nessuna contestazione esplicita della scienza, ma un arretramento progressivo delle decisioni politiche mentre gli eventi estremi accelerano. Tempeste sempre più ravvicinate, fiumi fuori dagli argini e piogge record convivono con pressioni industriali per rallentare norme ambientali e ridurre gli obiettivi verdi.
Le destre europee hanno trasformato la revisione delle politiche climatiche in terreno elettorale, mentre governi centristi cercano compromessi con settori energivori e chimici preoccupati dai costi della transizione. Il risultato è una gestione emergenziale permanente: evacuazioni, ricostruzioni, ristori pubblici.
Gli scienziati francesi citati nello stesso studio parlano di un dato politicamente rilevante: molte catastrofi recenti rientravano pienamente negli scenari climatici previsti da anni. La sorpresa riguarda le istituzioni, non la scienza.
In tutto questo l’Italia rappresenta uno dei punti più esposti del continente. Roma figura tra le grandi città europee vulnerabili alle temperature estreme, mentre l’alternanza tra siccità prolungate e precipitazioni concentrate sta modificando il ciclo idrologico nazionale.
I dati Ispra degli ultimi anni indicano un aumento costante delle aree soggette a rischio idrogeologico e una crescita delle perdite agricole legate alla siccità. Le alluvioni che hanno colpito Emilia-Romagna, Toscana e Veneto hanno mostrato una fragilità infrastrutturale accumulata nel tempo: urbanizzazione intensiva, manutenzione insufficiente dei bacini e pianificazione climatica frammentata tra livelli amministrativi.
Il nodo centrale resta economico. Gli studi commissionati dalla Commissione europea al Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici stimano che serviranno circa 70 miliardi di euro l’anno fino al 2050 per adattare infrastrutture, sistemi energetici e agricoltura europea agli impatti ormai inevitabili. Senza interventi, le perdite potrebbero arrivare fino al 7 per cento del Pil europeo.
Il dato più politico però resta un altro: la crisi climatica continua a produrre morti, danni e spesa pubblica crescente mentre scompare dalla competizione elettorale. Il clima resta presente nei bilanci, nelle assicurazioni e nei territori colpiti. Molto meno nei programmi di governo.
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