Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Hanno bombardato l’Iran e insieme hanno bombardato l’idea stessa di limite. Non è la prima volta che accade, però questa volta il silenzio pesa più delle esplosioni. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano. L’articolo 5 dello Statuto della Corte penale internazionale qualifica la guerra di aggressione come crimine. Sono norme scritte, vigenti, precise. E sono carta straccia mentre i missili sorvolano il Medio Oriente.
Non è in discussione la natura del regime iraniano, ovvio. Ma il diritto internazionale non funziona a simpatia. Funziona per regole comuni, applicate a tutti oppure svuotate per chiunque. Se l’aggressione diventa strumento legittimo quando conviene alla potenza giusta, allora diventa legittima per tutti. Ieri l’Ucraina, oggi Teheran, domani Taiwan o Cuba. Il precedente è la più pericolosa arma di distruzione di massa.
L’Europa, che per quattro anni ha ripetuto la distinzione tra aggressore e aggredito, ora balbetta. Anzi, è presa dall’irrefrenabile voglia di partecipare. Ma la coerenza selettiva erode credibilità più di qualsiasi sconfitta militare perché senza uniformità nell’uso delle categorie giuridiche, il lessico dei diritti diventa propaganda.
Intanto il mondo resta armato fino ai denti: migliaia di testate nucleari, nove potenze pronte a invocare la sicurezza per giustificare ogni corsa agli armamenti. Si investe in arsenali. Ora ancora di più, mentre si dichiara di volere pace.
Il diritto internazionale vive se qualcuno lo difende quando costa. Altrimenti resta un monumento visitabile, buono per le cerimonie e inutile quando serve. E quando il limite cade, la forza prende posto sul trono senza chiedere il permesso.
Buon lunedì.
Sospendere il cuore della politica climatica europea. È la richiesta avanzata dal governo italiano a Bruxelles e raccontata da Politico come «l’attacco più aggressivo finora» contro il sistema europeo di scambio delle emissioni. L’Emissions Trading System, in vigore dal 2005 e pilastro della strategia Ue per la decarbonizzazione, dovrebbe essere messo in pausa secondo il ministro delle Imprese Adolfo Urso. Una proposta che, scrive la testata, consentirebbe alle imprese di inquinare senza pagare, minando vent’anni di costruzione normativa.
L’articolo, firmato da Ben Munster, Zia Weise ed Elena Giordano e pubblicato il 26 febbraio, descrive l’iniziativa italiana come «un attacco straordinario» allo strumento più potente dell’Unione contro il cambiamento climatico. Urso ha definito l’ETS «nient’altro che una tassa» sulle imprese energivore, chiedendone la sospensione in vista della revisione prevista nel terzo trimestre dell’anno. La presa di posizione arriva dopo l’annuncio di sussidi alle centrali a gas per compensare i costi dei permessi di emissione, misura che secondo Politico svuota l’incentivo alla decarbonizzazione e altera il segnale economico su cui si regge l’intero impianto europeo.
Il mercato ha reagito immediatamente. Il prezzo della CO2, già sceso da 81 a 72 euro in una settimana per le pressioni politiche, è ulteriormente calato a poco più di 70 euro dopo le dichiarazioni italiane. L’ETS copre circa metà delle emissioni europee. Colpirlo significa intervenire sul meccanismo che rende economicamente svantaggioso l’uso delle fonti fossili e che ha orientato per anni le scelte industriali e finanziarie del continente.
Politico sottolinea che l’Italia ha le bollette elettriche tra le più alte d’Europa anche per una forte dipendenza dal gas, pari a circa il 44 per cento del mix energetico nazionale. Proprio questo elemento viene indicato da analisti e think tank come la radice del problema. Chiara Di Mambro, direttrice europea del centro studi ECCO, afferma che sospendere l’ETS o sovvenzionare il gas «andrebbe nella direzione opposta», indebolendo il segnale di prezzo e ritardando la transizione.
L’iniziativa italiana trova qualche eco a Vienna e a Berlino, dove si chiedono correttivi o revisioni, mentre Francia e Svezia respingono l’ipotesi di un intervento radicale. La ministra svedese Ebba Busch paragona la proposta a un’operazione a cuore aperto che rischia di interrompere il flusso vitale dello strumento. La Commissione europea, ricorda Politico, si prepara a una revisione nel terzo trimestre e subisce pressioni crescenti, ma l’Italia viene descritta come l’attore più aggressivo tra le grandi economie.
Nel racconto di Politico l’Italia appare come il Paese che rompe il consenso climatico europeo, quello che mette in discussione il meccanismo simbolo della leadership verde dell’Unione. Una rappresentazione che stride con la narrazione della «ritrovata credibilità internazionale» rivendicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Se la credibilità si misura anche dalla coerenza con gli impegni comuni, l’immagine restituita da Bruxelles è quella di un governo che chiede di fermare la principale politica climatica continentale mentre l’Europa prepara la sua revisione.
Poi oltre alla questione tecnica c’è quella politica. L’ETS è stato per vent’anni la leva economica della transizione. Metterne in pausa il funzionamento, secondo la ricostruzione di Politico, equivarrebbe a sospendere il principio per cui chi inquina paga e a rimettere in discussione un equilibrio costruito tra Stati membri, imprese e istituzioni. La fotografia che arriva dall’estero consegna un’Italia isolata sul dossier simbolo della strategia climatica europea.
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C’è stata la fase dell’assalto al potere, mica per governare ma per comandare. Quello Giorgia Meloni l’ha fatto (e bene) in occasione delle ultime elezioni politiche. Le è bastato approfittare dello sfilacciamento degli avversari, usurati dalla pandemia e dal governo tecnico che ha funzionato come bromuro.
Lei si è presentata come la dura e pura, l’underdog che avrebbe ribaltato tutto, sgretolando l’inutile Unione Europea, combattendo qualsiasi alfiere dei moderati e curando gli interessi della Patria. Non si è visto nulla di tutto questo ma Palazzo Chigi ormai era espugnato e così Meloni e i suoi hanno potuto comodamente fare ciò che è loro più connaturale: revanscismo in purezza.
Il brivido di comandare invece di governare ha alzato l’asticella. Dalla prima battaglia campale contro i rave party si è passati via via ai giornalisti, ai comici, ai musicisti, agli scrittori, ai sindacati, ai magistrati. Tutto ciò che è lontanamente afferrabile alla sinistra è un nemico da abbattere. Per gli amici invece c’è un posto al banchetto del comando, sia anche una disastrosa striscia nella televisione pubblica ammaccata dall’amichettismo.
Poi c’è la fase dell’assoggettamento dei poteri, funzionale all’inettitudine del governo e all’inclinazione per il comando. La riforma costituzionale della Giustizia è l’ultimo passo ma le stoccate alla Corte dei conti, al diritto internazionale e al multilateralismo sono state i prodromi impossibili da non leggere. In questo caso il finale rischia di non essere quello sperato: troppa caciara, troppo impudico entusiasmo nei sostenitori del referendum. E così il trucco si nota da lontano.
Per questo siamo nella terza fase: l’arroccamento. Un governo di revanscisti sa che per togliersi tutte le soddisfazioni ci vuole più tempo della singola legislatura. Bisogna quindi costruire una legge elettorale che consenta di continuare l’opera di desertificazione istituzionale e culturale. Per questo la legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia. E se per farlo serve una legge chiamata elettorale ma semplicemente confermativa dell’esistente allora eccola servita.
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