Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Giorgia Meloni si è presentata in Parlamento e questa, per la democrazia, è già una buona notizia. Dopo mesi di selfie adolescenziali sui social, di concetti più simili a cori da stadio e di video patinati con fotografia da telenovela turca la presidente del Consiglio s’è fatta materia. Bene così. Avrebbe potuto stupirci concedendosi perfino a un nugolo di giornalisti ma troppo confronto…
L’8 aprile 2026, Defense for Children International-Palestine ha annunciato la cessazione delle attività dopo trentacinque anni. Dal 1991 l’organizzazione documentava detenzioni, torture e uccisioni di minori palestinesi, forniva assistenza legale ai bambini fermati dall’esercito israeliano. La motivazione è scritta nel comunicato: “criminalizzazione mirata delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani da parte di Israele”.
Il meccanismo è stato progressivo. Nel 2021 Israele ha designato DCIP organizzazione terroristica e ha fatto irruzione nella sede di Ramallah, sottraendo computer e archivi. Nel 2025 una nuova legge ha imposto alle organizzazioni palestinesi di consegnare gli elenchi completi dei dipendenti “per escludere legami con il terrorismo”; chi rifiutava veniva bandito dall’1 gennaio 2026.
L’ultimo caso pubblicato prima della chiusura riguarda Adam Sayed Saleh Beit Dahman, quindici anni, ucciso in Cisgiordania nel marzo 2026. Le forze israeliane lo hanno colpito al bacino, picchiato e tenuto fermo l’accesso all’ambulanza per trenta minuti. È morto in ospedale un’ora e mezza dopo.
Nel comunicato con cui annuncia la propria fine, DCIP descrive la condizione dei bambini palestinesi: “genocidio, apartheid, occupazione militare e rapida espansione di insediamenti israeliani illegali”. Ogni termine è ancorato a un sistema di documentazione costruito in trentacinque anni e smantellato da Israele.
La stessa mattina, un drone israeliano ha ucciso Mohammed Wishah, corrispondente di Al Jazeera Mubasher, a Gaza City. Ore dopo il portavoce arabo dell’IDF ha ripostato su X un tweet del 2024 che descriveva Wishah come “comandante prominente” del braccio armato di Hamas. Il Gaza Government Media Office certifica 262 giornalisti uccisi nella Striscia dall’ottobre 2023.
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Questa mattina alla Camera, Giorgia Meloni ha detto che «abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo». I dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) registrano 765 morti tra il 1° gennaio e il 6 aprile 2026, contro i 303 dello stesso periodo 2025 e i 409 del 2024: più 152% su base annua, nel 2026 già definito dall’Oim il più letale dal 2014. Meloni ha spiegato di aver chiesto le dimissioni di due dei suoi perché «non ho tempo da perdere in polemiche»; ha annunciato centomila case in dieci anni salvo precisare pochi secondi dopo di non aver fatto «annunci roboanti in vista delle elezioni»; si è definita «garantista» nell’interesse della nazione. Tutto nella stessa aula, negli stessi minuti. Vale la pena seguirla, punto per punto. Ecco cosa non torna.
Gli arrivi sono calati: da 11.969 a 6.175 nello stesso periodo di confronto. Meno barche, molti più morti. È il risultato di una politica costruita sul blocco dei soccorsi che trasforma il mare in un dispositivo di selezione. Il 3 aprile il Tribunale di Trapani ha annullato le sanzioni inflitte a Mediterranea Saving Humans per il salvataggio della Mare Jonio dell’ottobre 2023: fermo e multa dichiarati illegittimi. Il naufragio di Pasqua: un barcone capovolto dopo 15 ore, 2 corpi, oltre 70 dispersi. I soccorsi li hanno prestati mercantili di passaggio. Le navi umanitarie erano ferme o lontane per effetto dei porti assegnati a centinaia di miglia dalla zona Sar.
Poi Meloni cita Sigonella come prova che «l’Italia non ha condiviso la guerra in Iran». Il diniego ai bombardieri americani fu però procedurale: Washington aveva comunicato il piano di volo con gli aerei già in aria, senza l’autorizzazione preventiva richiesta dagli accordi bilaterali del 1954. Le basi continuano a essere operative. Inclusa quella di Camp Darby, in Toscana, snodo logistico cruciale per lo stoccaggio e il transito di armi e materiali.
Andrea Delmastro, Fratelli d’Italia, condannato in primo grado a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito, aveva aperto una società con la figlia di un prestanome del clan Senese. Daniela Santanchè è a processo per falso in bilancio su Visibilia, indagata per bancarotta di Bioera e Ki Group, e per truffa all’Inps per la Cassa integrazione incassata mentre i dipendenti lavoravano in smart working. Entrambi erano stati difesi e tenuti in carica per mesi. Le dimissioni sono arrivate il 24 marzo, il giorno dopo la sconfitta referendaria: il 53% degli italiani aveva bocciato la riforma di Carlo Nordio. Oggi Meloni chiama tutto questo un gesto «garantista» nell’interesse della nazione. Santanchè, nella lettera, ha scritto «obbedisco». Il garantismo, di solito, non produce obbedienza su richiesta.
Sul precariato Meloni ha detto che «Schlein mente». I contratti a termine sono calati di circa 266mila unità dal 2022: quella cifra regge. Solo che la durata mediana degli stessi contratti si è accorciata, le persone con più di un lavoro per arrivare a fine mese superano i 3 milioni. La Commissione europea ha intanto deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea per l’abuso sistematico dei contratti a termine nella scuola pubblica.
Sul piano casa Meloni ha rivendicato l’annuncio delle 100mila abitazioni («tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati») in dieci anni, salvo aggiungere subito dopo: «Come vedete, non ho annunciato misure roboanti in vista delle elezioni». Quanto alle risorse, l’obiettivo è di mobilitare 1,2 miliardi di euro, integrando risorse Pnrr e fondi pubblici/privati. La premier rimanda al 1° maggio i provvedimenti per dare il via al Piano Casa: al momento, in legge di bilancio ci sono 50 milioni per il 2027 e 50 milioni per il 2028. È stata una mattina lunga.
L’articolo Meloni alla Camera, ecco cosa non torna (dati alla mano) nell’informativa della premier sull’azione del governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Il 27 dicembre 2025, mentre mezza Italia era già in vacanza, la procura di Genova arrestava nove persone accusate di aver finanziato Hamas attraverso associazioni benefiche palestinesi. Tra loro Mohammad Hannoun, 64 anni, architetto, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, residente in Liguria da oltre quarant’anni. Nel giro di poche ore la politica aveva già emesso la sua sentenza.
Giorgia Meloni esprimeva “apprezzamento e soddisfazione”, ringraziava “a nome di tutto il Governo” e definiva Hannoun, secondo le parole degli investigatori, “vertice della cellula italiana dell’organizzazione Hamas”. Matteo Salvini spiegava che “alcuni milioni di fenomeni dovrebbero chiedere scusa” perché erano stati “in piazza dalla parte sbagliata”. Galeazzo Bignami (Fratelli d’Italia), capogruppo alla Camera, stabiliva che “chi sta dalla parte di questi soggetti non può ricoprire ruoli istituzionali”. L’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove chiedeva alla sinistra “accecata ideologicamente dal verbo pro Pal” se avrebbe chiesto scusa. Federico Mollicone (FdI) vedeva nell’arresto la prova che le opposizioni avevano “infiltrazioni di Hamas”.
Il Partito democratico scelse una strada diversa, ma non meno rivelatrice. Peppe Provenzano, responsabile Esteri nella segreteria Pd, rinnovava “la più ferma condanna per ogni forma di sostegno e complicità coi terroristi di Hamas”. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia, esprimeva “gratitudine agli organi inquirenti” per il “tempestivo e preciso lavoro di prevenzione antiterrorismo”. Nessuno dei due trovò utile ricordare che un’accusa non è una condanna. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno parlava addirittura di “un filo, un collegamento, tra la galassia putiniana italiana e quella pro Hamas”.
Hannoun era già stato indagato due volte per le stesse ragioni. Nel marzo 2006 il gip di Genova Maurizio De Matteis aveva respinto la richiesta di arresto per mancanza di “gravi indizi”. Nel gennaio 2010 la pm Francesca Nanni aveva ottenuto l’archiviazione rilevando la “difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzazione del materiale trasmesso da Israele, spesso raccolto nel caso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove nel nostro ordinamento”. Nel 2018 la procura di Roma aveva prosciolto per motivi analoghi. Tre archiviazioni. La stessa questione: le prove arrivano da Israele.
L’8 aprile 2026 la quinta sezione della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio le ordinanze che confermavano la custodia cautelare di Hannoun e altri tre indagati. I ricorsi della procura di Genova contro la scarcerazione di Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah sono stati dichiarati inammissibili. Hannoun resta a Terni, carcere di massima sicurezza, in attesa che il Riesame rivaluti entro dieci giorni. L’annullamento con rinvio, infatti, non fa decadere gli arresti, ma prevede che un altro Riesame si pronunci.
Il punto è sempre quello: i documenti israeliani. Il Riesame di Genova li aveva già esclusi come fonte indiziaria perché trasmessi da un funzionario dello Shin Bet identificato solo come “Avi”, raccolti sul campo di battaglia senza verbale di sequestro. Anche i procuratori generali della Cassazione, nella requisitoria depositata prima dell’udienza, li avevano definiti “inutilizzabili” ai sensi dell’art. 191 del codice di procedura penale. Carte anonime, prive di garanzie processuali, fornite dall’intelligence di uno Stato in guerra su Gaza. La stessa obiezione del 2010.
Hannoun è ancora in cella. Il processo, se ci sarà, dovrà reggersi su prove diverse da quelle di chi intanto bombarda la Striscia. Le destre, che a dicembre avevano già scritto il finale, aspettano che qualcuno ricordi loro la parola “presunzione”. Gli altri nel centrosinistra che avevano preferito condannare Hamas piuttosto che difendere un principio, aspettano la stessa cosa.
L’articolo Hannoun, la Cassazione annulla l’arresto: le prove dei Servizi israeliani inutilizzabili. Ma stavolta i garantisti restano in silenzio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Mentre scrivo non c’è una cifra considerata credibile dei morti e dei feriti che Israele ha provocato in Libano. Qualcuno dice che i feriti sarebbero almeno settecento, altri scrivono che sarebbero almeno trecento i morti mentre altri ancora sono sepolti sotto le macerie delle loro case da cui non sono riusciti a fuggire. Una notizia certa e verificata è che gli ospedali libanesi hanno terminato…
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