Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
A gennaio, l’Unione europea ha adottato la propria Strategia Antirazzismo 2026-2030. Le direttive sulla parità razziale del 2000 escludono esplicitamente nazionalità e status migratorio dal campo di applicazione. Il razzismo istituzionale europeo funziona così: si condanna a parole, si produce nei fatti.
Lo dimostra uno studio pubblicato a febbraio 2026 dal progetto I-Claim, finanziato da Horizon Europe. I ricercatori Stefano Piemontese, Nando Sigona, Laurence Lessard-Phillips ed Emmanuel Achiri hanno analizzato per due anni sei paesi europei: Finlandia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito. Il risultato smonta un’ipotesi comoda: che il razzismo nelle politiche migratorie sia una degenerazione sovranista. Invece è struttura.
La governance dell’ingresso, del soggiorno e del lavoro dei migranti, il campo in cui la razzializzazione è più pervasiva, rimane legalmente esentata dal controllo antidiscriminatorio. La scelta è architetturale. Le direttive del 2000 vietano la discriminazione su base etnica ma escludono esplicitamente nazionalità e status di residenza. Ciò che produce irregolarità resta fuori dall’antirazzismo.
Lo studio ha analizzato 40.683 testi per oltre 125 milioni di parole tra articoli di stampa e atti parlamentari in cinque anni. Più 244 interviste con lavoratori migranti in agricoltura, lavoro domestico e consegne a domicilio. Conclusione univoca: l’irregolarità è una posizione razzializzata, prodotta da sistemi che assegnano valore differenziale alla mobilità umana.
In Italia meridionale i migranti africani vengono indirizzati verso i lavori più pesanti; le donne dell’Europa orientale dominano il lavoro di cura perché percepite come culturalmente prossime. In Germania le aziende agricole gerarchizzano i lavoratori per nazionalità: i polacchi “più affidabili”, i romeni etnici accettabili, i rom rumeni indesiderabili. In Olanda l’algoritmo delle piattaforme di delivery penalizza i rider razzializzati attraverso le valutazioni dei clienti, che incorporano pregiudizi su accento e aspetto.
La Strategia Antirazzismo 2026-2030 riconosce il razzismo strutturale, adotta il linguaggio dell’intersezionalità. E poi lascia la governance migratoria fuori dall’analisi. I ricercatori di I-Claim lo segnalano esplicitamente: senza interrogare la governance migratoria come infrastruttura razzializzante, il mainstreaming antirazzista rischia di lasciare intatti i meccanismi attraverso cui l’irregolarità viene prodotta.
Il contrasto tra il rifugiato ucraino “meritevole” e il migrante del Sud globale “indesiderabile” ricorre in modo trasversale, nei paesi governati dalla destra come in quelli a guida progressista. I rom europei, cittadini dell’Unione, subiscono sorveglianza e limitazioni all’accesso al welfare identiche a quelle dei migranti irregolari. Trattati come stranieri interni, dimostrano che la logica dell’irregolarità opera a prescindere dallo status legale.
Ursula von der Leyen, vale la pena ricordarlo, non è stata eletta dai sovranisti. La sua Commissione ha prodotto la Strategia Antirazzismo. Ha anche consolidato l’esternalizzazione delle frontiere e i permessi vincolati al singolo datore di lavoro. Il welfare, nel frattempo, è diventato condizionale all’accesso. Secondo I-Claim questi meccanismi sono il cuore della differenziazione razziale in Europa. Il razzismo istituzionale europeo arriva anche dalle procedure standard.
L’articolo Parità razziale, anche senza Orbán continuano le discriminazioni in Ue: ecco cosa dice la ricerca I-Claim sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
«Il risultato delle elezioni è chiaro e doloroso». Viktor Orbán lo ha detto ieri sera ai suoi sostenitori a Budapest, sedici anni dopo aver vinto il potere e averlo blindato pezzo per pezzo. Péter Magyar ha conquistato i due terzi del parlamento, la supermaggioranza che permette di riscrivere la Costituzione. Orbán fuori. Con lui fuori, anche chi lo aveva scelto. Donald Trump su Truth Social…
9,1 miliardi. È questo il nuovo primato dell’Italia nel commercio delle armi: autorizzazioni all’export per 9,164 miliardi di euro nel 2025, con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente. Il dato emerge dalla Relazione annuale prevista dalla Legge 185/90 trasmessa al Parlamento nei giorni scorsi, anche se il documento non compare ancora sui siti istituzionali di Camera e Senato. Record su record: nel 2024 si era già registrato un +25% sull’anno precedente, e nel quadriennio 2022-2025 le autorizzazioni individuali segnano un +87% complessivo. Le stime del Sipri, l’Istituto svedese di ricerche sulla pace, certificano un +157% nell’ultimo quinquennio: l’Italia è oggi al sesto posto globale degli esportatori di armamenti, dal decimo che era nel periodo 2016-2020, con il 5,1% del mercato mondiale.
Il Kuwait era al 76° posto nel 2024. Nel 2025 è diventato il primo Paese destinatario. Una singola licenza da 2,6 miliardi di euro per forniture navali ha gonfiato la quota del Medio Oriente al 37,03% dell’export complessivo: da sola quella commessa rappresenta quasi il 29% del totale individuale. Il 62,38% delle autorizzazioni va verso Paesi extra Unione Europea e Nato, contro il già preoccupante 55,9% dell’anno precedente. Tra i principali destinatari 2025 figura l’Ucraina con 349 milioni di euro, risalita dall’11° al 4° posto: paese in stato di conflitto armato attivo, condizione che la stessa Legge 185/90, il Trattato Att e la Posizione Comune Ue renderebbero problematica. La Relazione non fornisce dettagli sui materiali autorizzati: quelle licenze commerciali si distinguono dalle forniture governative dirette decise con voto parlamentare, ma cosa contengano non si sa. Restano presenti Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar e Turkmenistan, paesi con storici problemi di diritti umani.
Israele non compare tra i destinatari di nuove autorizzazioni nel 2025. L’Uama, ufficio del Ministero degli Esteri competente per legge, ha confermato la sospensione in ragione delle caratteristiche dell’intervento militare israeliano a Gaza. Solo che la sospensione delle nuove licenze non ha fermato le spedizioni fisiche basate su autorizzazioni precedenti all’ottobre 2023: 228 operazioni di trasferimento definitivo e 296 riesportazioni, per un controvalore di 22,6 milioni di euro di materiali militari italiani consegnati nel 2025. Il 4,30% delle importazioni italiane di armamenti proviene intanto da Israele, circa 85 milioni di euro: gli interscambi militari tra i due paesi non si sono interrotti.
Sul fronte industriale, Leonardo SpA copre il 54,09% di tutte le autorizzazioni individuali di export, quasi il doppio rispetto al 27,67% del 2024. Seguono Iveco Defence Vehicles SpA con il 7,44%, nuova entrata nella top 4, e RWM Italia SpA con il 4,62%. I primi quattro operatori coprono da soli il 69,32% del totale. Le transazioni bancarie legate a questi flussi hanno superato i 14 miliardi di euro: il 66,18% delle operazioni per esportazioni definitive è gestito da tre soli istituti. Ed è proprio questa sezione che rischia di sparire: la modifica della Legge 185/90 già approvata al Senato prevede l’eliminazione della parte della Relazione che documenta gli intrecci tra banche e industria militare. Se la Camera confermasse il testo del Senato, la Relazione relativa al 2026 non conterrebbe più le informazioni necessarie a sapere chi finanzia il commercio estero delle armi italiane. 9,1 miliardi. Il Parlamento ha i dati per aprire un dibattito serio. Sceglierà invece di ridurre ciò che può essere visto.
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Per vent’anni la destra italiana ha combattuto quella che chiamava egemonia culturale della sinistra. Ora che il Ministero della Cultura è suo, i fondi al cinema aiutano a capire meglio cosa intendesse: un biopic su Gigi D’Alessio finanziato con 1 milione di euro di denaro pubblico, e un film su un ragazzo ucciso dalla polizia rimasto senza un centesimo.
Il caso di Giulio Regeni è già noto: il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti, premiato col Nastro della Legalità 2026 e proiettato in 76 atenei, bocciato per due anni di fila dalla commissione del Ministero della Cultura (Mic). Ma il caso che racconta meglio il sistema è un altro, e rischia di sparire nel rumore.
Aldro Vive è un film di Manuel Benati, 25 anni, diplomato alla scuola di cinema Florestano Vancini di Ferrara. Racconta Federico Aldrovandi, trovato morto il 25 settembre 2005 in via Ippodromo, a Ferrara: polsi ammanettati dietro la schiena, due manganelli spezzati accanto al corpo. Quattro agenti della Polizia di Stato condannati per omicidio colposo a tre anni e sei mesi, pena ridotta a sei con l’indulto. Sentenza definitiva della Cassazione nel 2012. Anche questo film: fondi negati.
Patrizia Moretti, madre di Federico, ha detto all’Ansa: «Siamo alle solite. Di questi temi non si doveva parlare. C’era una strategia di insabbiamento e si va avanti così.»
Aldrovandi disturba più di Regeni, dal punto di vista del potere. Regeni è stato ucciso da uno Stato straniero, e il governo può sempre appellarsi alla diplomazia, ai rapporti bilaterali, alla complessità internazionale. Aldrovandi è stato ucciso da agenti italiani, con una sentenza italiana passata in giudicato. Un film su quella storia non chiede giustizia a qualcun altro: la chiede allo Stato italiano direttamente.
La questione non è solo quali film vengono esclusi. È come funziona il sistema che decide. Attualmente operano due commissioni distinte: una per la Produzione (15 membri) e una per la Promozione (12 membri) i cui componenti vengono nominati per decreto dal ministro della Cultura. I commissari chiamati a valutare i progetti cinematografici vengono nominati dal ministro tra profili di comprovata esperienza nel settore della produzione cinematografica ed audiovisiva.
Alla Camera, l’8 aprile, il ministro Alessandro Giuli (FdI) ha detto di non condividere le bocciature “né sul piano ideale né su quello morale”, precisando che il Ministero non può intervenire per legge. Ha poi evitato i cronisti fuori dall’aula. La composizione della commissione che ha bocciato il documentario su Regeni includeva, tra i cinque membri della sottocommissione competente, l’ex deputata della Lega Benedetta Fiorini (appena nominata nel Cda di Eni). Tre componenti della commissione si sono dimessi: Paolo Mereghetti, Massimo Galimberti e Ginella Vocca, quest’ultima scrivendo di essersi “fermamente opposta” alle bocciature nelle riunioni. Il Mic ha annunciato un decreto per riformare le regole di nomina. Vedremo.
Intanto la lista pubblica dei film ammessi nella stessa sessione mostra: il biopic su Gigi D’Alessio (1 milione), il film di Pier Francesco Pingitore su Tony Pappalardo (800.000 euro), Il tempo delle mele cotte (400.000). L’egemonia culturale della destra, in pratica, assomiglia molto all’intrattenimento che la sinistra ha sempre prodotto.
E il risultato oggettivo è la 79esima edizione del Festival di Cannes, annunciata il 9 aprile: zero italiani in concorso. L’ultima volta era accaduto nove anni fa. Sul cartellone ci sono Almodóvar, Kore-eda, Mungiu, Hamaguchi, Nemes. L’Italia non arriva alla Croisette. La Croisette se n’è accorta prima di noi.
L’articolo Fondi al cinema: Aldrovandi, Regeni e i finanziamenti negati. Il sistema del Mic spiegato dalla lista dei promossi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Il cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre 2025. Ieri erano esattamente sei mesi. Il documento esiste: venti punti, mediato da Egitto, Qatar e Turchia, sottoscritto da trenta paesi con la firma degli Stati Uniti. Nelle cronache e nelle analisi internazionali, la parola “ceasefire” compare da mesi tra virgolette. Non è una scelta tipografica.
Il Government Media Office di Gaza ha registrato 2.073 violazioni tra il 10 ottobre 2025 e il 18 marzo 2026: 973 bombardamenti, 750 sparatorie contro civili, 87 incursioni in aree residenziali oltre la Yellow Line, 263 demolizioni di proprietà, 50 detenzioni. Nel solo periodo dell’offensiva su Iran — tra il 28 febbraio e l’8 aprile — Israele ha attaccato Gaza in 36 dei 40 giorni. Lo certifica Al Jazeera il 9 aprile. I morti dall’entrata in vigore della tregua ammontano ad almeno 738. Il totale dall’ottobre 2023 ha superato 72.315, secondo il ministero della Salute di Gaza.
L’accordo prevedeva l’ingresso di 23.400 camion di aiuti nel periodo dell’offensiva su Iran. Ne sono entrati 4.999: meno di un quinto. Le evacuazioni mediche pattuite: 7.800. Autorizzate: 625, l’otto per cento. Il 6 aprile le forze israeliane hanno aperto il fuoco su un veicolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’est di Khan Younis, uccidendo il conducente Majdi Aslan, di cinquantaquattro anni. L’OMS ha sospeso le evacuazioni mediche da Gaza verso l’Egitto. L’Integrated Food Security Phase Classification certifica che il 77 per cento della popolazione di Gaza è in stato di insicurezza alimentare acuta.
Il cessate il fuoco, nel testo originale prevedeva che gli aiuti completi fossero inviati immediatamente nella Striscia di Gaza. Questa frase è ancora lì, scritta. Le virgolette nelle fonti internazionali non sono una scelta tipografica.
L’articolo Duemila violazioni in sei mesi, ma la chiamano tregua sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
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