Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il giorno dopo la notte in cui Donald Trump ha minacciato la distruzione della civiltà iraniana (badate bene, non lo Stato, la civiltà) spira nell’aria un sospiro di sollievo, come se davvero i pazzi potessero smettere di essere pazzi, come se una tregua pronunciata da bocche criminali possa essere davvero una tregua.
Dovrebbero essere quindici giorni di stop alle armi, quelli con cui il presidente Usa cerca di levigare il terribile pasticcio in cui si è infilato. Dieci punti. Una garanzia che l’Iran non sarà attaccato di nuovo. Una fine permanente della guerra, non solo un cessate il fuoco. La fine degli attacchi israeliani in Libano e contro gli alleati iraniani. La revoca di tutte le sanzioni statunitensi sull’Iran. L’Iran accetta di riaprire lo Stretto di Hormuz. Introduzione di una tassa di 2 milioni di dollari per nave in transito con Hormuz. Entrate dei pedaggi da condividere con l’Oman. Fondi da utilizzare per la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dalla guerra. Istituzione di protocolli di passaggio sicuro attraverso Hormuz. Un accordo quadro più ampio per porre fine alle ostilità regionali.
Sostanzialmente si tratta sui punti dell’Iran, stracciando i quindici punti Usa. Trump per ora è riuscito a fare riaprire Hormuz che la sua guerra aveva chiuso. Il nobel della Pace, come scrive Paolo Gentiloni, forse lo meriterebbe il Pakistan che ha rimesso a cuccia l’inquilino della Casa bianca.
Intanto, sullo sfondo, Netanyahu esclude esplicitamente il Libano dal cessate il fuoco violando le condizioni stabilite dal Pakistan. Israele ancora una volta sta riscrivendo unilateralmente l’accordo. Non hanno mai avuto l’intenzione di fermare la guerra. Sono loro il problema di Trump. Non l’Iran.
Buon mercoledì.
«Allora ci sono…». Otto pagine nere nel verbale del 19 febbraio di Bernardo Pace. La pm Alessandra Cerreti della Direzione distrettuale antimafia di Milano gli aveva chiesto dei rapporti tra il “sistema mafioso lombardo” e i politici, locali e nazionali. Pace aveva iniziato a rispondere. Nel verbale depositato al processo Hydra, tutto omissato. Il 16 marzo si è impiccato nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Aveva 62 anni, una condanna a 14 anni e 4 mesi per associazione mafiosa, e da qualche settimana una nuova vita: collaborare con la giustizia.
Aveva spiegato il perché: «Sono pentito per tutta questa faccenda e voglio dissociarmi di tutto e per tutto, per ripulirmi la coscienza, per i miei figli». Era sistemato in cella singola come collaboratore strategico in una delle inchieste antimafia più rilevanti al Nord degli ultimi quindici anni. Ha pranzato. Poi si è impiccato. La Procura di Torino ha aperto un’inchiesta. I pm Cerreti e Rosario Ferracane hanno depositato i suoi verbali al processo ordinario, aperto il 19 marzo nell’aula bunker di San Vittore a Milano per i restanti 45 imputati. Li considerano affidabili. Le otto pagine restano nere.
Hydra punta sull’esistenza di un “consorzio” tra Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia: 62 condanne nel filone abbreviato, emesse il 12 gennaio 2026 dal gup Emanuele Mancini, per oltre 500 anni complessivi. A processo è arrivato anche Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”, 36 anni, presunto vertice camorristico, estradato dalla Colombia dopo una latitanza tra Brasile, Panama e Cartagena de Indias.
I collaboratori di giustizia, e vale la pena chiamarli con il nome corretto, si moltiplicano. Cerreti ha depositato il verbale del 3 febbraio di Gioacchino Amico, 40 anni, presunto vertice del “sistema mafioso lombardo” per conto del clan camorristico dei Senese. Amico ha messo a verbale: «Sono a conoscenza dei vari tentativi di uccidermi e la mia scelta di collaborare è tesa a garantire anche la mia incolumità». Ha poi avvertito i magistrati: «C’è gente libera, molto feroce, in grado di infiltrarsi ovunque. In politica, soprattutto». Decine di pagine omissate.
Già nelle fasi preliminari aveva collaborato William Alfonso Cerbo, detto “Scarface”, esponente del gruppo Mazzei catanese. Cerbo ha raccontato il tentativo del sistema mafioso lombardo di costruire un candidato nell’area di Fratelli d’Italia (FdI): un ufficio di campagna per un medico milanese, poi abortito quando emersero i precedenti penali di Cerbo. Il commento di Giancarlo Vestiti, presunto luogotenente della camorra: «Non ti preoccupare, è saltato lui, ce ne sarà un altro». Quando i pm chiedono degli altri «appoggi politici», un altro omissis.
Amico, dal canto suo, ha dichiarato di aver coordinato in Sicilia il partito dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. La Commissione parlamentare antimafia sarà a Milano il 16 aprile. Sentirà anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI) sulla partecipazione alla società “Le 5 Forchette” con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese a Roma: un filo che dal ristorante arriva direttamente a Hydra.
Report tornerà in onda ad aprile su Rai 3. Giorgio Mottola, che segue Hydra fin dall’inchiesta “La mafia a tre teste” del gennaio 2024, è parte civile nel processo e ha già ricevuto minacce da uno degli indagati. La prossima udienza è fissata al 30 aprile. Dentro le aule si aspetta che qualcosa esca dall’omissis. Fuori, cinque detenuti si sono tolti la vita nelle carceri italiane a gennaio 2026, 79 nell’intero 2025. Il Lorusso e Cutugno ospita 1.450 detenuti su poco più di 1.000 posti.
Pace aveva cominciato a rispondere. Non sapremo mai cosa ci fosse.
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Majdi Aslan, 54 anni, guidava un veicolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità lungo via Salah al-Din, a est di Khan Younis, quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato sui mezzi in transito. Era la mattina del 6 aprile, alle 9:15. Aslan, residente nel campo profughi di Bureij, è stato colpito alla testa. Dichiarato morto all’ospedale Al-Aqsa. Un medico dell’Oms è rimasto ferito. Sette altre persone, civili su un mezzo commerciale che precedeva il veicolo onusiano, sono state colpite nella stessa sequenza. Lo ha ricostruito il corrispondente di Al Jazeera Hani Mahmoud, presente nell’area.
La conseguenza è stata immediata: l’Oms ha sospeso tutte le evacuazioni mediche da Gaza verso l’Egitto via Rafah, a tempo indeterminato. Quel corridoio – l’ultimo rimasto – è chiuso.
Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha scritto su X che «una persona impegnata a fornire servizi all’Organizzazione a Gaza è stata uccisa in un incidente di sicurezza». Nel comunicato inviato ad Al Jazeera, l’Oms ha definito l’accaduto un “incidente di sicurezza critico, in esame da parte delle autorità competenti”, senza nominare chi ha sparato. Le autorità competenti, ha precisato, stanno conducendo un’indagine.
Mentre le agenzie seguono gli attacchi su Teheran, Gaza continua. Dal cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025, il Ministero della Salute palestinese ha registrato oltre 720 persone uccise nella Striscia e quasi 2.000 ferite. Dall’ottobre 2023, secondo il rapporto Unrwa al 25 marzo 2026, i morti sono 72.265, i feriti 171.959.
Il corridoio medico era l’ultimo che restava: trasportare fuori i pazienti che non potevano ricevere cure dentro. Ora è sospeso «fino a nuovo avviso», ha comunicato Tedros. Le autorità competenti stanno esaminando l’incidente.
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La graduatoria del ministero della Cultura è uscita il 3 aprile. La commissione ministeriale ha assegnato 66 punti a Tutto il male del mondo, il documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni: sotto soglia, nessun contributo. Il film ha già vinto il Nastro della Legalità 2026. Lo stanno proiettando 76 università italiane su iniziativa della senatrice a vita Elena Cattaneo, e il 5 maggio andrà al Parlamento europeo. Il processo per il suo omicidio è ancora aperto in Italia. Secondo il ministero di Alessandro Giuli non ha “interesse culturale”.
La stessa graduatoria assegna 1,05 milioni di euro alla biografia di Gigi D’Alessio e 800 mila euro a Tony Pappalardo Investigations di Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Nella lista entra anche un documentario sul locale caprese Anema e Core. L’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, come il film su Regeni, è rimasta fuori dalle eccellenze riconosciute.
Questa logica non è una novità: a dicembre 2024 il ministero ha stanziato 1,5 milioni di euro per la mostra Il Tempo del Futurismo alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, voluta dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano come bandiera culturale del governo. Report le ha dedicato un’inchiesta su conflitti di interesse e scelte curatoriali imposte dall’alto. Il New York Times e El País l’hanno definita una figuraccia internazionale.
Del resto c’è un filo che tiene insieme questi episodi, dal cinema ai musei. Il governo sa già cosa finanziare: la bandiera e lo spettacolo leggero. Quello che i bandi faticano a riconoscere invece è la memoria, soprattutto se pone ancora domande.
Buon martedì.
Il Rapporto Annuale 2025 del Segretario Generale della Nato comincia con una promessa: proteggere un miliardo di persone. Il numero torna almeno sei volte nel documento, con la cadenza di un mantra aziendale. Un miliardo di persone protette. Mai consultate su quanto costerà farlo.
Al summit dell’Aia, giugno 2025, gli alleati si sono impegnati a portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Di cui il 3,5% per le “esigenze difensive fondamentali” e l’1,5% per investimenti “collegati alla difesa e alla sicurezza”: categoria elastica che comprende infrastrutture civili, reti digitali, resilienza industriale. L’elasticità è la funzione, non un effetto collaterale.
Il vecchio obiettivo del 2% era già controverso. Raggiunto nel 2025 per la prima volta da tutti e 32 gli alleati, è già obsoleto: il nuovo piano lo raddoppia abbondantemente. La spesa totale supera 1.400 miliardi di dollari nel 2025. I soli europei e Canada spendono 574 miliardi, con un aumento reale del 20% rispetto al 2024. Dall’invasione russa dell’Ucraina, la macchina si è messa in moto con una velocità che nessun obiettivo politico del decennio, non il clima, non la sanità, non la scuola, ha mai raggiunto.
Il documento celebra come conquista diplomatica il meccanismo Purl (Prioritised Ukraine Requirements List), annunciato il 14 luglio 2025 da Mark Rutte e Donald Trump. La struttura è istruttiva: la Nato coordina la consegna di equipaggiamento militare americano all’Ucraina, pagato dagli alleati europei. Gli Stati Uniti forniscono, l’Europa paga. Trump, lo stesso che per anni ha minacciato di abbandonare l’alleanza se gli europei non avessero speso di più, ottiene esattamente questo: che gli europei finanzino armi americane per un paese che non fa parte della Nato. È il multilateralismo del portafoglio altrui.
A fine 2025, i due terzi degli alleati avevano già contribuito al meccanismo. Il prossimo summit si terrà ad Ankara, luglio 2026. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, lo stato che imprigiona giornalisti e riduce le elezioni a esercizi di consenso gestito, ospiterà il vertice dell’alleanza che si definisce custode della democrazia occidentale. Il report non segnala contraddizione alcuna. È un’alleanza: le contraddizioni si gestiscono.
La vera novità del Piano dell’Aia non è nella cifra. È nell’architettura. L’1,5% aggiuntivo può coprire, testualmente, “infrastrutture critiche, reti digitali, preparazione civile, resilienza, innovazione, base industriale della difesa”. Il confine tra bilancio sociale e bilancio militare diventa permeabile per definizione. L’obiettivo non dichiarato è rendere contabilmente presentabile un riarmo di proporzioni mai viste in tempo di pace, nei paesi che la pace la stanno vivendo.
Il Fondo di Innovazione Nato, sostenuto da 24 alleati con oltre un miliardo di euro, investe in startup di “deep tech” a doppio uso militare-civile. Diana, l’acceleratore dell’alleanza, ha annunciato una terza coorte di 150 aziende per il 2026. La guerra crea mercato. Il mercato orienta la ricerca. La ricerca rafforza la guerra: il circolo si chiude.
L’Italia chiude il 2025 al 2,01% del Pil, in buona parte per riclassificazione contabile: su quell’incremento rispetto al 2024, lo 0,4% è dovuto a voci semplicemente spostate sotto la voce difesa, non a nuovi stanziamenti. Il governo Meloni ha rivendicato il risultato dichiarando che «non distoglieremo neanche un euro dalle altre priorità». Una frase destinata a sgretolarsi: per arrivare al 5%, l’Italia dovrebbe portare la spesa da 45 a circa 145 miliardi annui, mentre il deficit 2025 si ferma al 3,1% del Pil, già fuori dall’obiettivo europeo. La risposta è nel report: basterà ridefinire cosa conta come sicurezza.
Un miliardo di persone protette. I loro servizi pubblici non compaiono nel documento.
L’articolo Rapporto Nato 2025: come il riarmo da un trilione e quattrocento miliardi di dollari ridefinisce il bilancio pubblico europeo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
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