Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il primo aprile Donald Trump si è seduto in prima fila alla Corte Suprema, presidente in carica che assiste a un’udienza su uno dei suoi stessi decreti. Prima volta nella storia. Un capo di Stato va a guardare in faccia i giudici mentre decidono se lui ha ragione. Può sembrare una curiosità protocollare. È invece la fotografia più precisa dell’epoca.
Da quando Trump ha insediato il secondo mandato opera su un principio semplice: il diritto è uno strumento, non un limite. Il Dipartimento di Giustizia è diventato il braccio armato della vendetta personale. Pam Bondi, Attorney General con il mandato esplicito di perseguire i nemici politici del presidente, è stata licenziata il ieri perché non ci è riuscita abbastanza. Al suo posto arriva Todd Blanche, già avvocato personale di Trump durante i procedimenti penali che lo riguardavano. Per il successore permanente circola Lee Zeldin, capo dell’Agenzia per la Protezione Ambientale, senza esperienza da procuratore. Il curriculum non conta. Conta la fedeltà.
Il 17 marzo la Commissione di Vigilanza della Camera ha emesso un’ingiunzione a Bondi per testimoniare sui file Epstein: la convocazione, fissata per il 14 aprile, resta valida anche dopo il licenziamento. Intanto i tribunali continuano a resistere. Un giudice federale ha stabilito che Trump non può punire emittenti pubbliche come la PBS perché non si allineano politicamente. Sul caso della cittadinanza per nascita, portato alla Corte Suprema dopo che un giudice di primo grado aveva definito il decreto di Trump “platealmente incostituzionale”, i giudici si sono mostrati scettici, conservatori inclusi. Il Chief Justice John Roberts ha liquidato l’argomentazione governativa come “stravagante”. La risposta di Trump su Truth Social è arrivata pochi minuti dopo: “Siamo l’unico Paese al mondo abbastanza stupido da ammettere la cittadinanza per nascita”.
Questo è il metodo. Qualcosa viene bloccato. Lui attacca i giudici. Nomina qualcuno di più compiacente. Ricomincia. Il meccanismo di erosione non si ferma.
Sul piano internazionale il meccanismo è identico. Trump ha minacciato di colpire l’Iran “molto duramente”, evocando l’idea di “riportarlo all’età della pietra”, per poi aprire a negoziati il giorno dopo. I mercati hanno risposto: petrolio su, borse giù. Gli alleati anche: sempre più diffidenti. Sulla Nato torna ciclicamente a minacciare l’uscita. Ogni volta che lo fa, l’Alleanza perde un pezzo di credibilità. In Europa si discute ormai apertamente di un futuro senza gli Stati Uniti. Quella prospettiva sarebbe il regalo più grande a Vladimir Putin.
Decisioni che cambiano ogni giorno. Minacce e ritrattazioni. Alleanze trattate come contratti a breve. Il diritto internazionale come opzione revocabile, non come vincolo. Le istituzioni sono costrette a inseguire un presidente che usa l’imprevedibilità come arma di governo.
Giorgia Meloni ha scelto di essere la prima leader europea ricevuta alla Casa Bianca dopo l’avvio della guerra dei dazi, il 17 aprile 2025. Trump l’ha elogiata: «L’Italia può essere il miglior alleato degli Stati Uniti se Meloni resta premier». Lei ha offerto 10 miliardi di investimenti italiani negli Stati Uniti, ha promesso il 2% del Pil alla Nato. È tornata a Roma senza accordi formali ma con foto e parole calorose. Un contratto senza clausole scritte.
Trump è il più grande demolitore del diritto, americano e internazionale, che la scena politica occidentale abbia prodotto in questi anni. Un autocrate che opera dentro le forme della democrazia, il che lo rende più pericoloso di quelli che le hanno abolite. Chi gli stringe la mano sapendo tutto questo non è un mediatore. È un sostenitore. E la storia non dimentica.
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Nel maggio 2025 un drone israeliano ha colpito Mohammed Yasin Suhaib Al-Farra mentre camminava lentamente, da solo, verso casa sua a Khan Younis. Aveva la paralisi cerebrale e un’andatura compromessa da un incidente infantile. L’esercito israeliano lo ha definito «sospettato di fungere da palo di avvistamento per attività militanti». Haaretz ha pubblicato la documentazione medica. Sette suoi familiari erano stati uccisi in un raid precedente, tra cui il padre e quattro sorelle.
Nel luglio 2024, Mohammed Bhar, 24 anni, con sindrome di Down e autismo, incapace di muoversi senza assistenza, era rimasto nell’abitazione di Shuja’iyya, quartiere di Gaza City, dove l’unità israeliana ha fatto irruzione il 3 luglio. Il cane da combattimento lo ha aggredito al petto e alla mano. I soldati lo hanno separato dalla famiglia promettendo cure mediche. Quando la famiglia ha potuto rientrare, una settimana dopo, ha trovato il corpo in decomposizione sul pavimento con un laccio emostatico al braccio.
Questi non sono incidenti. Sono casi documentati in un contesto in cui le persone con disabilità non possono obbedire agli ordini di evacuazione, non possono spostarsi in tempo, non possono dimostrare la propria innocenza prima di essere colpite. L’UNRWA, nel Rapporto 215 aggiornato al 31 marzo 2026, documenta 34.251 persone con disabilità assistite psicologicamente nella Striscia dall’ottobre 2023. È la dimensione misurabile di una popolazione che il sistema militare israeliano continua a classificare, caso per caso, come minaccia.
L’esercito israeliano, sulla morte di Mohammed Yasin Suhaib Al-Farra, aveva dichiarato che il bersaglio era stato «identificato come terrorista in osservazione delle truppe israeliane». Haaretz ha pubblicato la documentazione medica della sua paralisi cerebrale.
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Il 19 gennaio 2025 l’Italia arrestava a Torino Njeem Osama Almasri Habish, generale libico accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Due giorni dopo lo rimpatriava su un aereo di Stato, senza informare la Corte penale internazionale. Oggi la Cpi ha ufficializzato il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati Parte: è la procedura per gli Stati che non cooperano con la giustizia internazionale.
Intanto i giornali parlano d’altro. La relazione tra Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e una giornalista trentaquattrenne, i possibili incarichi di favore, la versione del Viminale che preferisce il “no comment”. Cose che meritano attenzione, del resto. Solo che c’è una proporzione da tenere.
Il caso Almasri non è uno scandalo di costume. Il governo ha rimpatriato un torturatore su un aereo di Stato. I procedimenti a carico di Carlo Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano sono stati poi archiviati dal Parlamento. La prossima settimana la Camera voterà se sollevare un conflitto di attribuzione alla Consulta per blindare Giusi Bartolozzi, già capo di gabinetto di Nordio, a cui la Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio per false informazioni ai pm. Fu lei, emerge dagli atti, a gestire il dossier in prima persona, chiedendo “massimo riserbo” e “niente mail o protocollo”. Insomma, il Parlamento vuole erigerle uno scudo.
A dicembre, a New York, l’Assemblea degli Stati Parte della Cpi giudicherà l’Italia. Saremo al punto 21 dell’ordine del giorno. Questo è il Paese che la presidente Meloni ha deciso di essere.
Buon venerdì.
Il 20 marzo Benjamin Netanyahu ha scritto su X: «Ancora fake news sul mio atteggiamento verso i cristiani, che sono protetti e prosperano in Israele». Erano passate ventiquattr’ore dalla conferenza stampa in cui aveva dichiarato, citando lo storico Will Durant, che «la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male avrà la meglio sul bene». Era il 19 marzo. Oggi è Giovedì Santo.
Padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza — unica parrocchia cattolica della Striscia di Gaza — ha stimato che dall’ottobre 2023 sono stati uccisi cinquantaquattro cristiani della comunità. La chiesa è stata colpita dal fuoco israeliano in due occasioni distinte: la prima nel dicembre 2023, quando un cecchino ha aperto il fuoco nel cortile uccidendo due donne; la seconda nel luglio 2025, quando un proiettile di un carro armato israeliano ha colpito il compound, causando morti e feriti tra i rifugiati all’interno. Padre Romanelli non si è mai mosso da Gaza. Nel compound vivono oggi circa cinquecento sfollati, in larga maggioranza musulmani.
La comunità cristiana di Gaza contava settemila persone nel 2007. Nell’ottobre del 2023, alla vigilia dell’escalation, ne erano rimaste 1.017. Oggi la cifra non è verificabile: parte è morta, parte è fuggita, parte vive nel compound della Sacra Famiglia in attesa della Pasqua. Cinque scuole cristiane esistevano a Gaza prima del 7 ottobre 2023. Ne funziona una sola, quella del compound parrocchiale, con centosessanta bambini. Il Patriarcato latino di Gerusalemme la descrive come l’unica scuola cristiana ancora aperta nella Striscia.
Netanyahu, su X, il 20 marzo: «i cristiani sono protetti e prosperano in Israele».
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C’è una scena, a Charleroi, che vale più di mille comunicati stampa. Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, membro di Fratelli d’Italia, uomo che Giorgia Meloni ha indicato come prova del “ritrovato ruolo centrale dell’Italia in Europa”, viene esfiltrato da un campus universitario belga sotto i cori di studenti e professori. Non se ne va a piedi. Lo portano via. La delegazione valuta persino di passare dalla finestra. Poi arriva un rinforzo di polizia e il commissario lascia Charleroi tra le urla, con il bilaterale traslocato in un altro luogo. Non esattamente quello che la destra italiana ha in mente quando parla di “peso” dell’Italia nel continente.
Fitto era venuto a vedere i frutti dei fondi europei: ventitré milioni investiti nel campus, progetti di sviluppo regionale, la coesione europea raccontata attraverso le pietre e le aule. Una visita di routine, aveva fatto sapere il suo staff. Non è andata così.
La dinamica esatta dipende da chi si interroga. Un funzionario Ue ha minimizzato: una ventina di manifestanti, Fitto sapeva cosa aspettarsi. I media belgi raccontano di quasi cento persone, un’ora di blocco, manifesti con i volti di Fitto e del ministro-presidente vallone Dolimont appesi a testa in giù. Qualcuno ha usato la parola fascismo. Fitto ha risposto: “Voi vi chiamate antifascisti, ma io sono il primo antifascista!”. Difesa classica, quella che in Italia funziona ancora abbastanza bene. In Belgio, evidentemente, un po’ meno.
Il punto è che fuori dall’Italia, dove la storia del Novecento non è stata metabolizzata attraverso i filtri di una destra che ha riscritto la propria genealogia, la militanza in Fratelli d’Italia solleva domande che qui da noi si è deciso di non fare più. I gruppi socialisti e liberali, nel novembre 2024, allegarono al voto di approvazione della sua vicepresidenza una dichiarazione esplicita di riserve. Non era un dettaglio procedurale. Era un segnale politico rimasto tale. Fuori dai palazzi, però, i segnali politici si esprimono con meno eleganza.
Meloni esultò: “L’Italia torna finalmente protagonista in Europa”. La destra celebrò la nomina come prova di una nuova autorevolezza italiana nei consessi europei. Eppure l’autorevolezza si misura non solo con i portafogli ottenuti, ma con il modo in cui ti ricevono quando arrivi. E a Charleroi il ricevimento non è stato quello previsto.
Il problema è che Fitto non ha brillato nemmeno dentro le istituzioni. Nel luglio 2025, alla commissione Sviluppo regionale del Parlamento europeo, la sua proposta di bilancio pluriennale fu demolita da tutti i gruppi: popolari, socialisti, liberali, verdi, persino i conservatori. Un eurodeputato Ppe lo accolse così: presentarsi in quella commissione dopo quella proposta era come andare negli Stati Uniti dopo Pearl Harbor. Non è il tipo di battuta che si riserva a chi guida bene il proprio portafoglio.
Il nodo è la centralizzazione della politica di coesione: il piano proposto da Fitto sposta poteri verso i governi nazionali a scapito delle regioni e delle autonomie locali. Quello che in Italia si chiama “rafforzamento del ruolo dello Stato” in Europa si chiama erosione del principio di sussidiarietà. Non piace a nessuno. Nemmeno agli alleati.
Prima ancora, la gestione del Pnrr come ministro era stata giudicata deficitaria: opere pubbliche penalizzate, problemi di trasparenza, decreti attuativi in ritardo cronico. Portare quel curriculum a Bruxelles come titolo di merito ha richiesto una certa disinvoltura narrativa.
Charleroi non è solo una brutta giornata. È la fotografia di un equivoco strutturale che il governo italiano coltiva con cura: l’idea che l’Europa sia una platea da impressionare con le nomine, che basti sedersi al tavolo per contare, che il titolo costruisca da solo il profilo.
Ma in un’università belga, davanti a una dottoressa che spiega che la mattina si insegnano democrazia e stato di diritto, la domanda non riguarda il commissario ‘esfiltrato’. Riguarda chi lo ha mandato lì convinto che l’autorevolezza si decreti per comunicato stampa. Non bastava allora. Non basta adesso.
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