Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Settantamila barili: la distanza tra quello che Cuba produce e quello di cui ha bisogno è diventata la misura della sofferenza di undici milioni di persone. L’isola ricava 40mila barili di petrolio al giorno dai suoi pozzi, ne consuma 110mila: il resto arrivava dal Venezuela prima, fino a quando Washington ha deciso che bastava. Dall’ordine esecutivo firmato da Donald Trump a gennaio 2026, qualsiasi paese che esporti greggio a L’Avana rischia dazi punitivi. Il Venezuela era già in ginocchio dopo l’Operazione Absolute Resolve. Il Messico ha scelto la prudenza. La Russia guarda altrove. Così l’incaricato d’affari Usa Mike Hammer ha potuto dirlo senza pudore: «Per anni i cubani si sono lamentati dell’embargo, ma ora ci sarà un vero embargo».
Sedici, diciotto, venti ore senza corrente ogni giorno. I blackout del 2026 hanno smesso di essere emergenza: sono la nuova normalità. E la nuova normalità entra nelle sale operatorie, blocca la catena del freddo dei farmaci, ferma le ambulanze senza carburante. José Ángel Portal Miranda, ministro della Salute cubano, ha elencato le vittime per nome di categoria: 5 milioni di cubani con malattie croniche rischiano l’interruzione di farmaci e trattamenti; 16mila pazienti oncologici in radioterapia, 12.400 in chemioterapia. «Questa situazione potrebbe mettere a rischio delle vite», ha dichiarato all’Associated Press. Frase che vale come eufemismo da parte di chi governa un sistema sanitario che fino a qualche anno fa esportava medici in tutto il mondo.
Il Pil dell’isola è caduto di oltre il 15% dal 2020: nel solo 2025 ha perso 5 punti percentuali. Dal 2022, 850mila cubani hanno lasciato il paese. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha avvertito: il collasso è imminente. Il 29 ottobre 2025, 165 paesi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno votato per la fine dell’embargo: 7 contrari, 12 astenuti.
Il 2 aprile 2026 il Campidoglio di Roma ha approvato la Mozione 70/2026: solidarietà con Cuba, condanna del blocco, richiesta al governo italiano di intraprendere “iniziative diplomatiche a livello europeo e multilaterale”. Una deliberazione municipale approvata mentre Palazzo Chigi conserva un silenzio selettivo sul blocco petrolifero che affama un’isola a poche ore di volo.
Il governo Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) sull’Operazione Absolute Resolve ha descritto l’intervento militare americano a Caracas come “legittimo” in quanto “di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. Sulla guerra in Iran: cauto supporto a Washington. Su Cuba: silenzio, fatta eccezione per due parole di circostanza espresse da Antonio Tajani durante il question time alla Camera. Il sistema delle libertà invocato contro Pechino o contro Mosca si inceppa quando il protagonista della coercizione è un alleato atlantico che poi stanzia 6 milioni di dollari in “aiuti umanitari” affidati alla Caritas, perché almeno il controllo resti a Washington.
Il doppio standard attraversa tutto il campo politico. Il centrosinistra, impegnato a costruire un’alleanza abbastanza larga da contenere tutto tranne le idee, ha preferito il calendario referendario alle crisi umanitarie inconvenienti: quelle dove il carnefice sfugge al vocabolario dell’antifascismo domestico. Nel centrosinistra nessuno ha trovato il modo di trasformare la crisi cubana in una battaglia riconoscibile: le agende di Elly Schlein (Partito Democratico) e Giuseppe Conte (Movimento 5 Stelle) restano occupate dalle primarie e dai referendum, non dai blocchi petroliferi.
Cuba ha un sistema politico a partito unico e le restrizioni alle libertà civili sono documentate. Solo che questo vale zero rispetto al diritto di undici milioni di persone a curarsi. Il blocco energetico colpisce chi è ricoverato, chi aspetta la chemioterapia sospesa per mancanza di corrente: i dirigenti del Partito Comunista Cubano dispongono di generatori propri. Questo la politica italiana lo sa. E tace lo stesso.
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Il 9 dicembre 2025, a Mosca, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e il ministro della Salute russo Mikhail Murashko firmano un piano in dodici punti. Energia, istruzione, sport, arte circense. Insegnanti di russo importati dall’est per le scuole di Budapest, scambi universitari, riconoscimento reciproco dei titoli. Il tutto siglato a margine della sedicesima riunione della Commissione intergovernativa russo-ungherese per la cooperazione economica, organismo attivo dal 2005, rimasto inattivo diciassette mesi esatti tra il novembre 2021 e il settembre 2024, e ripreso come se nel frattempo non fosse accaduto niente di rilevante in Europa.
Politico ha ottenuto i documenti, non resi pubblici fino a oggi. L’accordo apre alla presenza di compagnie russe in nuovi progetti di elettricità e idrogeno in Ungheria, prevede cooperazione intensificata su petrolio, gas e combustibile nucleare, sostiene un piano d’azione comune per lo sport 2026-2027. C’è anche una postilla elegante: i rapporti più stretti con Mosca non devono essere “incompatibili con gli obblighi dell’Ungheria derivanti dalla sua appartenenza all’Unione Europea”. Una formula che vale quanto il tappo su un pozzo aperto.
Nell’ottobre 2025, secondo Bloomberg, Viktor Orbán (Fidesz) avrebbe detto a Vladimir Putin per telefono che avrebbe offerto aiuto «in qualsiasi modo possibile» e che l’Ungheria avrebbe fatto da «topo» al «leone» di Mosca. Il ministro Szijjártó, interpellato da Politico sui documenti, ha risposto che «la cooperazione bilaterale dell’Ungheria è guidata dall’interesse nazionale, non da alcuna pressione per conformarsi ai mainstream liberal di parte». Péter Magyar, leader del partito Tisza, l’opposizione di centro-destra che nei sondaggi raccoglie quasi dieci punti in più di Fidesz, ha parlato di «aperto tradimento». Domenica 12 aprile si vota.
La Commissione intergovernativa aveva sospeso le sue attività esattamente durante il periodo più acuto della guerra, riprendendo nel settembre 2024 con ritmo accelerato. Orbán aveva già bloccato pacchetti di aiuti militari europei all’Ucraina, si era opposto sistematicamente all’inasprimento delle sanzioni contro Mosca e ora aggiunge un piano strutturato in dodici punti. La traiettoria di un paese membro che costruisce dipendenza dalla Russia mentre la Russia bombarda Kiev non ha bisogno di interpretazioni supplementari: è scritta nei documenti.
Palazzo Chigi non ha commentato la notizia. Del resto non è tenuto a farlo, perché la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era già pronunciata nel video elettorale di Orbán: «Tutti insieme stiamo dalla parte di un’Europa che rispetta la sovranità nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose». Endorsement diretto. Il vicepremier Matteo Salvini, dal canto suo, ha scelto la sintesi: «Se vuoi la pace, vota Fidesz».
Meloni riceve Zelensky a Roma, cita la Carta delle Nazioni Unite, garantisce sostegno all’integrità territoriale ucraina. Orbán firma accordi con Mosca e dice a Putin di volerlo aiutare in qualsiasi modo. La distanza tra questi due piani, nella pratica diplomatica di Palazzo Chigi, è irrilevante: i due registri coesistono, uno per le conferenze stampa e uno per le amicizie operative. Salvini è la versione domestica di Orbán: meno continentale, altrettanto orientato a est quando si tratta di geopolitica concreta.
Il sistema funziona perché nessuno in casa chiede il conto. Zelensky va bene per le fotografie con la bandiera ucraina. Orbán va bene per l’ideologia. I documenti ottenuti da Politico raccontano cos’è l’Ungheria dentro l’Unione Europea: un avamposto di Mosca con il bollino comunitario. Il 12 aprile qualcuno potrebbe chiederlo agli ungheresi. Da noi si aspetta ancora.
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Settecento morti dopo la pace. Il numero brucia più di qualunque titolo: dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, quello che il presidente Donald Trump ha ribattezzato “Board of Peace” e che i governi occidentali hanno salutato come una svolta, a Gaza sono morti almeno 702 palestinesi. I bombardamenti sulle tendopoli non si sono mai fermati del tutto. Il totale dal 7 ottobre 2023 ha raggiunto 72.278 vittime. È in questo paesaggio che il 12 aprile la Global Sumud Flotilla salperà da Barcellona con oltre mille persone a bordo, su più di cento imbarcazioni, rotta Gaza.
La logica è di una semplicità quasi imbarazzante. La espone Maria Elena Delia, insegnante torinese di matematica e fisica, portavoce italiana del Global Movement to Gaza: «Anche questa volta porteremo aiuti e puntiamo ad aprire un corridoio umanitario permanente. Se c’è la pace, allora non dovrebbe esserci un blocco navale e noi dovremmo poter arrivare serenamente. Se invece Gaza è ancora occupata illegalmente e c’è ancora un blocco, allora noi viaggiamo nuovamente per cercare di romperlo». Il sillogismo costringe Israele a scegliere quale versione di sé stesso mostrare al mondo. La risposta, finora, è sempre stata la stessa.
Questa edizione è più larga e più decisa delle precedenti. Le sigle che in passato avevano operato separatamente, dalla Freedom Flotilla Coalition a Thousand Madleens to Gaza, dal Sumud Convoy al Sumud Maghreb, navigano ora sotto un’unica egida. Accanto alle barche a vela ci sono la nave di Open Arms e la rompighiaccio Arctic Sunrise di Greenpeace, che fornirà supporto tecnico. Sul fronte terrestre, un convoglio di circa 300 mezzi partirà dalla Mauritaniaintorno al 20 aprile.
A bordo non ci sono solo attivisti. Ci sono medici, infermieri, psicologi, educatori, ingegneri. Delia è diretta: «Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione, vogliamo dare una mano». Nella realtà che Emergency documenta, gli aiuti entrano a singhiozzo, il 90 per cento degli edifici della Striscia è distrutto o inagibile, i camion autorizzati a scaricare ai valichi sono appena il 59 per cento di quelli che si presentano. La ricostruzione esiste nei comunicati del Board of Peace. Nelle tende degli sfollati, assai meno.
Da settimane i porti italiani si stanno svuotando. Le prime imbarcazioni sono salpate il 22 marzo da Livorno e Ancona. Il 29 marzo è toccato a Civitavecchia e Napoli, dove centinaia di persone hanno accolto la nave “Bianca” con un corteo lungo il lungomare. Il 7 aprile da Bari è partita un’altra barca, dopo una maratona di solidarietà di tredici ore sulla spiaggia di Pane e Pomodoro. Allo stato attuale 78 imbarcazioni sono già in rotta verso la Sicilia, dove tra il 20 e il 25 aprile avverrà il ricongiungimento con le navi da Spagna, Francia, Grecia e Turchia.
Gli ostacoli si moltiplicano. La rotta tunisina, indispensabile nell’edizione del 2025, è ora impraticabile: sette attivisti di Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti dentro la coalizione leggono come un attacco politico. Poi c’è la variabile militare: l’anno scorso le forze israeliane abbordarono la flottiglia a 70 miglia dalla costa, arrestarono i partecipanti e li deportarono in Israele dopo aver danneggiato comunicazioni e segnali di soccorso. In acque internazionali. Con le marine di paesi alleati che guardavano.
Delia sa che potrebbe accadere di nuovo. Sa anche che dall’ottobre scorso il Board of Peace ha prodotto soprattutto comunicati. Intanto le barche partono. Una a una, verso una Striscia che la pace non ha ancora raggiunto.
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Seicentodieci milioni di euro. Li chiamano “definanziamenti”. Il ministero del Lavoro ha cominciato a mandare lettere ai Comuni: comunicazioni secche, senza preavviso, senza confronto, che azzerano o riducono i fondi destinati a percorsi di autonomia per le persone con disabilità e all’housing temporaneo per i senza dimora. Due capitoli della Missione 5 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, componente 2, che insieme valevano 960 milioni: il taglio ammonta a 610, due terzi esatti del totale.
I Comuni li hanno ricevuti mentre i progetti erano già avviati. Soggetti attuatori contrattualizzati, stati di avanzamento in corso, persone prese in carico. A giustificazione formale, il governo cita i ritardi nella compilazione di ReGis, il sistema di monitoraggio del Piano. Solo che ReGis non è aggiornato in tempo reale, e lo sa anche il governo.
Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci, ha preso carta e penna. Nella lettera ai ministri Marina Calderone (Lavoro e Politiche Sociali) e Tommaso Foti (Affari europei, Pnrr e Politiche di coesione) ha chiesto la sospensione immediata di ogni procedura di definanziamento. Il motivo è semplice: i Comuni che ricevono quelle lettere stanno portando avanti i propri interventi e stanno rispettando le scadenze finali del Piano. La normativa vigente, ricorda Manfredi, prevede definanziamenti solo in caso di mancato completamento dell’intervento entro i termini del Pnrr, non per scostamenti intermedi. Già, ma la normativa è quella che il governo interpreta.
La risposta di Calderone e Foti è arrivata rapida. Nessuna “rottura di patti né tagli improvvisi”, scrivono: solo una sollecitazione per verificare lo stato di avanzamento, già concordata nella Cabina di Regia del 26 settembre 2025. Il governo ha anche convocato una riunione, tenutasi ieri, con tutti i soggetti attuatori. Spirito collaborativo, dicono. Solo che le lettere erano già partite e i progetti già bloccati. “Verificare lo stato di avanzamento” con una comunicazione di definanziamento è un eufemismo di cui si farebbe volentieri a meno.
Questa è la sesta, forse la settima rimodulazione del Pnrr da quando Giorgia Meloni siede a Palazzo Chigi. Il copione si ripete con precisione: ogni volta che il governo taglia, lo fa sulle infrastrutture sociali. Sono andati i fondi per gli asili nido e per le case di comunità, poi i servizi per gli anziani. Adesso i percorsi per i disabili e gli alloggi per i senza dimora. L’analisi dei dati su ReGis a febbraio 2026 lo mostra senza ambiguità: mentre le risorse per il welfare calano, quelle destinate ai crediti d’imposta per le imprese crescono. La Transizione 4.0, nell’ultimo aggiornamento, segna più 4,7 miliardi.
Del resto, Foti stesso in Parlamento aveva assicurato che non ci sarebbe stato nessun taglio ai 194 miliardi complessivi confermati per l’Italia. Tecnicamente, la capienza del Piano resta invariata. Cambia solo per cosa vengono usati i soldi. Alle persone con disabilità, a chi non ha un tetto, viene tolta la quota che spettava. Alle imprese viene aggiunta. Il Piano scritto da Mario Draghi, costruito su obblighi espliciti verso la riduzione delle disuguaglianze, con vincoli sull’occupazione femminile e giovanile che questo governo ha già eliminato, viene svuotato pezzo per pezzo di ogni contenuto redistributivo.
Il nome tecnico è “rimodulazione”. L’effetto concreto è che un ragazzo con disabilità che attendeva un percorso di autonomia finanziato, oggi aspetta ancora. Che una persona senza dimora cui era stato promesso un alloggio temporaneo, oggi rimane per strada. Seicentodieci milioni spostati. Da chi non ha niente verso chi ha già incentivi fiscali. Il governo li chiama aggiustamenti tecnici. Funzionano benissimo.
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A Gaza i bambini organizzano funerali con le bambole. Fingono di sparare con le mani, cadono, fingono di essere morti. Il gioco porta il nome di «guerra» e si pratica sui muri delle case demolite, che diventano carta da disegno quando mancano quaderni e pennarelli. Lo certifica Save the Children in un comunicato dell’8 aprile: trenta mesi di violenza estrema, fame cronica e sfollamenti forzati hanno reso la violenza materiale di gioco per una generazione intera. Ahmad Alhendawi, direttore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa di Save the Children, descrive «il peso di questa guerra sui bambini» come una misura clinica, non retorica, e segnala «un grave rischio di danni psicologici permanenti». Da ottobre del 2023 l’organizzazione ha raggiunto quasi quindicimila minori a Gaza con programmi di supporto psicosociale. Non esiste una stima di quanti non siano stati raggiunti. Settecentosessanta scuole risultano distrutte o danneggiate nella Striscia. Israele, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo giuridico di garantire i bisogni umanitari della popolazione che controlla: è quanto ricorda Save the Children richiamando il diritto internazionale umanitario, con una formulazione che vale come denuncia. L’accordo di tregua di due settimane annunciato l’8 aprile tra Stati Uniti e Iran non include Gaza. La Striscia è al centoottantesimo giorno consecutivo di violazioni del cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025. Il ministero della Salute di Gaza ha contato oltre settecento morti dall’inizio di quella tregua, settantaduemila dall’ottobre 2023. «Il prezzo di un’ulteriore escalation», scrive Save the Children, «sarà misurato nelle vite e nel futuro di bambini che meritano protezione, dignità e speranza, non nelle conseguenze di un conflitto che non hanno scelto».
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