Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Ieri mattina i bambini di Umm al-Khair, a Masafer Yatta, Cisgiordania occupata, tornavano a scuola per la prima volta dopo quarantaquattro giorni. Le lezioni erano sospese dal 28 febbraio, data di inizio delle operazioni statunitensi e israeliane contro l’Iran. Durante la notte i coloni di Carmel avevano steso filo spinato sull’unica strada che porta alle aule. Si sono seduti davanti al filo spinato e hanno tenuto lezione all’aperto.
Le forze israeliane hanno sparato granate lacrimogene e stordenti. Sarah Al-Hathaleen, dodici anni, ha detto ad AFP: «Mi hanno lanciato una granata. Ho avuto paura e sono corsa via. Ho cominciato a piangere.» Rashid Al-Hathaleen, undici anni: «Stanotte eravamo eccitatissimi per la scuola. Gli israeliani hanno chiuso la strada con il filo spinato. Vogliamo tornare a scuola.»
L’esercito israeliano ha comunicato ad AFP di aver «disperso un raduno insolito di palestinesi», precisando che «non sono stati riportati feriti». Le riprese di AFP documentano il lancio dei candelotti. La formula trasforma bambini seduti in soggetti da disperdere.
Bassam Jabr, direttore dell’istruzione di Masafer Yatta, ha dichiarato: «I coloni cercano di stringerci il nodo al collo in ogni modo. Uno di questi metodi è tagliare la strada agli studenti mentre espandono l’insediamento.» Nella Cisgiordania occupata vivono oltre cinquecentomila israeliani in insediamenti che il diritto internazionale definisce illegali.
La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile: settanta imbarcazioni, tremila partecipanti da cento paesi, il doppio della flotta intercettata nel settembre 2025. Il portavoce Pablo Castilla ha dichiarato che l’attenzione internazionale su Gaza è calata dall’inizio della guerra all’Iran. L’esercito israeliano ha scritto: «non sono stati riportati feriti».
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«Un dittatore non organizza elezioni per perderle». Sette parole, tra le altre, che Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ha pronunciato su Rtl 102.5 per difendere il suo amico Viktor Orbán, appena sconfitto alle elezioni ungheresi del 12 aprile da Péter Magyar e dal suo partito Tisza, che ha ottenuto il 53,6% dei voti e 138 seggi su 199, abbastanza per una super maggioranza costituzionale.
La logica salviniana è disarmante nella sua semplicità: chi organizza elezioni non è un dittatore. Peccato che la storia sia un cimitero di questa tesi.
Benito Mussolini tenne elezioni. Nel 1929 e nel 1934 organizzò plebisciti nei quali gli italiani erano invitati ad approvare una lista unica di candidati fascisti: il risultato ufficiale fu del 98% a favore. Adolf Hitler sottopose ai tedeschi referendum regolari; quello dell’agosto 1934 sull’unione delle cariche di cancelliere e presidente produsse l’88% di sì. Alexander Lukashenko governa la Bielorussia dal 1994 con sette mandati consecutivi: il Parlamento europeo lo chiama “dittatore in carica”. Vladimir Putin ottiene alle presidenziali russe percentuali dell’87%. Nessuno di loro ha mai smesso di organizzare elezioni.
Ma il punto non è solo che i dittatori vincono le elezioni. È che possono anche perderle senza smettere di essere stati dittatori. Slobodan Milošević nel settembre 2000 perse le presidenziali iugoslave: l’opposizione ottenne oltre il 50% al primo turno. Milošević tentò di negarlo; la commissione elettorale da lui controllata dichiarò necessario un secondo turno. Ci volle la Rivoluzione dei Bulldozer del 5 ottobre, la rivolta di piazza che sfondò il Parlamento, per costringerlo ad ammettere il risultato. Era un dittatore prima. Lo era durante. La sconfitta non l’aveva reso democratico retroattivamente.
I politologi Steven Levitsky e Lucan Way hanno chiamato questi regimi “autoritarismi competitivi”: istituzioni formalmente democratiche combinate con un abuso sistematico del vantaggio del detentore del potere. Le elezioni ci sono. Sono truccate a monte.
Freedom House ha classificato l’Ungheria “parzialmente libera” nell’edizione 2024, con un punteggio di 65 su 100: era 90nel 2010. Il V-Dem Institute di Göteborg la definisce “autocrazia elettorale”, prima classificazione del genere mai attribuita a uno Stato membro dell’Unione europea.
I fatti sono documentati. Nel 2011 Fidesz ha riscritto i collegi elettorali: nel 2014 Orbán ottenne la super maggioranza dei due terzi con il 43,5% dei voti, nel 2018 la replicò con il 47,4%. La quasi totalità dei media ungheresi è finita sotto il controllo di imprenditori filogovernativi. Il Parlamento europeo ha aperto la procedura dell’articolo 7 dei Trattati. Orbán nel 2014 aveva dichiarato apertamente di voler costruire uno “Stato illiberale”. La parola è sua.
Magyar ha vinto con il 53,6% perché ci voleva quella percentuale: sedici anni di vantaggio strutturale richiedono una valanga per essere superati. La sconfitta di Orbán non certifica la democraticità del sistema. Certifica sedici anni di autoritarismo.
Se il criterio di Salvini per escludere l’autoritarismo è la semplice esistenza di elezioni, che fare con Lukashenko, con Putin, con i plebisciti di Mussolini, con Milošević che tentò di rigiocarsi il risultato?
Del resto, viene da chiedersi se le elezioni in generale pesino a Salvini. Governare senza dover passare ogni tanto per il voto degli italiani sarebbe, forse, la sua vera idea di Europa fondata sulla pace.
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«Babbo, alzati. Per favore alzati.» Lo ha detto un bambino di undici anni stringendo la mano al padre che moriva in piazza Felice Palma a Massa. Giacomo Bongiorni, 47 anni, aveva chiesto a un gruppo di ragazzi di smettere di lanciare bottiglie contro una vetrina. Lo hanno ammazzato. Il figlio undicenne ha visto tutto. Cinque gli identificati dai carabinieri: due maggiorenni di 19 e 23 anni…
Ieri mattina il Centcom — U.S. Central Command — ha annunciato il blocco navale di tutti i porti iraniani, in vigore dalle dieci Edt. Il comunicato recita: “sarà applicato imparzialmente alle navi di tutte le nazioni”. La parola scelta è “blocco”. La stessa parola che Israele applica a Gaza dal 2009: sedici anni di chiusura che la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del luglio 2024, ha inserito nel quadro di un’occupazione dichiarata illegale dal diritto internazionale.
Il 7 aprile ne è la prova. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore americano Mike Waltz ha condannato il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz perché “impedisce l’accesso di aiuti medici e forniture alle crisi umanitarie in Congo, Sudan e Gaza”. Gaza nominata come vittima di un blocco da un Paese alleato di quello che la blocca per via navale da sedici anni. Nella stessa settimana, secondo i dati del ministero della salute di Gaza, i morti dall’inizio del “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 hanno superato 738 unità. Ieri, un raid aereo israeliano ha ucciso almeno tre palestinesi nel quartiere di Al Mazraa, a Deir al-Balah, nella Striscia centrale: lo ha comunicato l’ospedale dei martiri di Al-Aqsa.
La Global Sumud Flottilla è in mare per rompere esattamente quel blocco. Domenica la nave madre ha lasciato Barcellona, per ricongiungersi con circa cento imbarcazioni in rotta da Italia e Grecia. La street artist Laika ha dipinto sullo scafo Hind Rajab, uccisa da 355 colpi di artiglieria, e Ritaj Rihan, 9 anni, freddata mentre studiava con i compagni di classe. Sotto di loro, la rotta.
Due blocchi, una parola, standard opposti. L’ambasciatore Waltz ha concluso: «Nessuno dovrebbe tollerarlo. Stanno tenendo in ostaggio l’economia mondiale a mano armata». Si riferiva a Teheran.
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Sul letto d’ospedale c’è un uomo esausto. Al suo capezzale, in vesti bianche e rosse, con la mano sulla fronte del malato, c’è Donald Trump. Dietro: la bandiera americana, aquile, aerei da caccia, fuochi d’artificio, la Statua della Libertà. L’immagine è generata dall’intelligenza artificiale e pubblicata domenica 13 aprile su Truth Social. Stesso giorno in cui il presidente degli Stati Uniti ha attaccato frontalmente Papa Leone XIV, nato Robert Francis Prevost, chicagoano, settantenne, primo pontefice americano della storia: “È debole sulla criminalità e pessimo per la politica estera”.
La sequenza è rivelatrice quanto il contenuto. Prima il post contro il Papa, poi l’immagine di Trump-guaritore che impone le mani. La religione come randello e come trono.
Leone XIV è all’undicesimo mese di pontificato e Trump ha deciso di regolare i conti. Il pretesto diretto: il Papa aveva definito “inaccettabile” la minaccia americana all’Iran, aveva convocato una veglia di preghiera per la pace, aveva detto alla Via Crucis del 3 aprile che «c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti». Frasi senza nomi. Sufficienti.
Il post su Truth stila le accuse. Leone avrebbe trovato accettabile l’Iran nucleare. Ha criticato l’offensiva americana in Venezuela. Ha incontrato David Axelrod, stratega democratico ed ex consigliere di Barack Obama, che Trump chiama “un perdente della sinistra”. La logica interna è quella dello scrutinio di fedeltà: il Papa non è giudicato sulla dottrina ma sulla lealtà alla piattaforma MAGA. Trump lo scrive esplicitamente: preferisce il fratello del pontefice, tale Louis Prevost, “perché è totalmente MAGA. Lui ha capito tutto”.
La parte più densa del testo è quella finale. “Leone dovrebbe essermi grato”, scrive Trump. “La sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non era in nessuna lista per diventare papa ed è stato scelto dalla Chiesa solo perché era americano. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Il Conclave del maggio 2025, in questa lettura, è una mossa tattica pensata per gestire Trump. La risposta di Trump è rivendicare il merito dell’elezione.
Massimo Faggioli, storico della religione alla Villanova University di Philadelphia, ha pubblicato nel 2025 “Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana” (Scholè). La tesi centrale: il carisma di Trump è una forma di messianismo politico in cui i difetti personali del leader contano meno della missione salvifica che gli è stata attribuita. Faggioli descrive un protestantesimo teologicamente svuotato che ha colonizzato l’immaginario conservatore americano, trasformando la fede in appartenenza identitaria. Trump, scrive Faggioli, è «praticamente ateo non solo rispetto al cristianesimo ma ateo anche rispetto ai dogmi di fede dell’America». La sacralizzazione è però un’industria: la corona di spine, la Bibbia griffata. Il guaritore di domenica ne è il capitolo più recente.
Mons. Paul S. Coakley, arcivescovo di Oklahoma City e presidente della Conferenza episcopale statunitense (Usccb), ha risposto in una sola frase: «Papa Leone non è il suo rivale. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo».
Mentre Trump calpesta il papato, a Roma Giorgia Meloni e Matteo Salvini rispondono. In modi che tradiscono il rispettivo imbarazzo.
In mattinata Palazzo Chigi dirama una nota con gli auguri al Papa per il viaggio in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, auspici di pace, parole sul «nuovo modello di cooperazione con il Continente africano». Senza una volta il nome di Trump. Solo nel tardo pomeriggio, la presidente del Consiglio che ha costruito un’identità politica sul Dio, patria e famiglia, quando il caso è ormai deflagrato, è costretta ad integrare: «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza. Trovo inaccettabili le parole del Presidente Trump nei confronti del Santo Padre».
Salvini, dal canto suo, l’aveva anticipata a TeleLombardia: «Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale per miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare». Omette il nome dell’autore. Una critica senza soggetto, elementare come una cartolina. Salvini, che del rosario ha fatto una bandiera elettorale, liquida l’offensiva al vicario di Cristo come mossa “poco intelligente”. Solo questo.
Leone XIV è in viaggio apostolico verso l’Algeria, primo Paese di un tour africano di undici giorni incentrato su pace e dialogo tra i popoli. Trump, intanto, guarisce i malati.
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