Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Stava cercando una gelateria. Aveva appena mangiato con il compagno in un ristorante lungo via Ostiense, i fazzoletti rossi dell’Anpi ancora al collo. È in quel momento che Rossana Gabrieli ha visto fermarsi lo scooter. Honda Sh bianco. Casco integrale. Giubbotto mimetico. «Ho visto quel giovane puntare la pistola con il braccio teso. Ci siamo messi a correre mentre lui sparava. Lo avrà fatto almeno quattro volte».
Era il pomeriggio del 25 aprile 2026 nei pressi di Parco Schuster. Nicola Fasciano, il compagno di Rossana, colpito al collo e a una mano. Lei alla spalla. Pallini ad aria compressa ad altezza d’uomo, da meno di dieci metri. I due, militanti di Sinistra Italiana ad Aprilia, avevano partecipato al comizio del corteo per la Liberazione.
Quattro giorni dopo la Digos ha fermato Eithan Bondì, 21 anni, viale Marconi. Tentato omicidio, porto e detenzione abusiva di armi. Fermo disposto dal procuratore capo Francesco Lo Voi, indagini coordinate dall’antiterrorismo. In casa diversi coltelli sequestrati. La pistola softair non è stata trovata: avrebbe detto di essersene disfatto. Ha confessato.
Decisivi i frame delle telecamere. Una ripresa in via delle Sette Chiese immortala il momento degli spari. Una seconda, sul Lungotevere di Pietra Papa, inquadra la targa dello scooter. Quel dato incrociato con le banche dati della motorizzazione ha portato al proprietario. Determinante anche una busta di un’azienda di delivery visibile nelle immagini. Studente in architettura, agente immobiliare part-time.
Durante la perquisizione ha dichiarato di appartenere alla Brigata Ebraica. Smentita in poche ore: Davide Riccardo Romano, direttore del Museo della Brigata di Milano, ha dichiarato che l’associazione «ribadisce con forza di non conoscerlo» e di non avere «alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma».
Quello che Bondì dichiari di sé è dato processuale. Quello che il gesto racconta del clima è già scritto. Rossana Gabrieli ha detto al Corriere: «Non provo odio ma provo tanta tristezza al pensiero di un giovane di 21 anni già così imbevuto d’odio. Questo è il risultato dell’odio nel confronto politico.»
L’Anpi ha segnalato qualcosa di più largo: “Da tempo assistiamo a una deriva estremistica e intimidatoria di parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma. In passato dirigenti nazionali Anpi hanno ricevuto minacce dalla sigla GSE, Gruppo Sionistico Giovanile”. L’associazione ha chiesto alla magistratura di accertare eventuali mandanti e aprire un’inchiesta sui “presunti gruppi paramilitari”, al governo di andare fino in fondo, alla presidente del Consiglio di “prendere posizione, dopo il suo colpevole e gravissimo silenzio”.
Quel silenzio è documentato. Dopo il 25 aprile Meloni aveva trovato parole per la solidarietà a Trump, aveva condannato l’allontanamento della Brigata ebraica da Milano. Sui due manifestanti Anpi a Roma: zero. Il giornalista Gad Lerner ha scritto su Facebook: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che minacciano chi individuano come nemico di Israele. Basta omertà dall’alto.» Ha chiesto lo scioglimento dei “nuclei paramilitari” e ha concluso: «Chi ha accusato l’Anpi di antisemitismo chieda scusa.»
Nel pomeriggio centinaia di persone davanti alla Basilica di San Paolo. Natale Di Cola, segretario Cgil Roma e Lazio: «Quando ci attaccano reagiamo unendoci, alla luce del sole». Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha condannato il gesto chiedendo di «evitare ogni strumentalizzazione». Gli inquirenti lavorano ancora: Bondì ha agito da solo? I fazzoletti dell’Anpi come bersaglio dichiarato. Il 25 aprile 2026 si chiude così: una pistola ad aria compressa, dieci metri, due sessantenni col fazzoletto partigiano al collo.
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Beatrice Venezi chiama da Los Angeles con la serenità di chi ha già perso tutto e sa esattamente di chi è la colpa. «Se tornassi indietro non cederei alla richiesta insistente di Meloni di suonare a un convegno di FdI», dice al Corriere della Sera. «Sono stata fatta carne da macello, nessuno mi ha tutelata». La direttrice d’orchestra, defenestrata il 27 aprile 2026 dalla Fondazione Teatro La Fenice con un’e-mail del sovrintendente Nicola Colabianchi, offre la mappa di un abbandono che in questo governo ha già una logica consolidata. È la storia di un simbolo esaurito.
La meccanica è sempre la stessa. Prima il riconoscimento: Venezi riceve dalle mani di Federico Mollicone (Fratelli d’Italia), presidente della commissione Cultura alla Camera, il premio Atreju 2021. Nel novembre 2022 l’allora ministro Gennaro Sangiuliano la nomina consigliera per la Musica. Meloni definisce le sue parole sulla cultura identitaria «orgogliose e coraggiose». A marzo 2025 figura tra i relatori di «Spazio Cultura», la due giorni di FdI a Firenze, sul palco accanto a Mollicone e al sottosegretario Gianmarco Mazzi. Poi, quando il licenziamento diventa imbarazzante, il ministro Alessandro Giuli certifica l’abbandono: la decisione è «insindacabile, pur condivisa appieno». Il governo prende le distanze e al tempo stesso le sposa.
Venezi ha una lucidità che le fa onore: «Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via». Descrive il modo in cui questo governo ha sempre inteso la cultura: un arsenale di simboli da agitare nella guerra all’egemonia immaginaria della sinistra, da riporre nello sgabuzzino quando diventano scomodi.
Il caso Venezi non è il primo. Vittorio Sgarbi, nominato sottosegretario alla Cultura come bandiera dell’anticonformismo di destra, lascia l’incarico nel febbraio 2024 dopo che l’Antitrust giudica incompatibili le sue attività esterne. Il governo osserva senza intervenire. Poi tocca allo stesso Sangiuliano, demolizionista in carica dell’«egemonia culturale della sinistra»: le dimissioni arrivano il 6 settembre 2024, quando la storia con l’imprenditrice Maria Rosaria Boccia travolge ogni argine. Meloni lo ringrazia per «lo straordinario lavoro svolto» e lo sostituisce con Giuli, lo stesso che oggi condivide il licenziamento di Venezi.
L’ossessione per l’egemonia gramsciana, storpiata fino all’irriconoscibilità, ha prodotto una politica culturale che assomiglia a una gestione di palinsesto: si mettono in onda certi volti e si tolgono dall’aria quando gli ascolti calano. Venezi lo dice con franchezza: «Perché il governo non mi ha difesa Perché io non ho tessere e non sono funzionale». La parola «funzionale» è la più precisa di tutta l’intervista. La cultura, in questa visione, non ha autonomia: è funzionale o non è.
Il meccanismo non si ferma alla cultura. Daniela Santanchè, ministra del Turismo e simbolo della fedeltà identitaria al melonismo, viene difesa per tre anni contro ogni mozione di sfiducia. Poi, il 25 marzo 2026, Meloni le chiede le dimissioni via comunicato pubblico. Santanchè si adegua con una lettera in cui scrive «obbedisco» e aggiunge di essere «abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Tre anni di scudo, poi un comunicato. La fedeltà non è mai stata un investimento: è una cambiale con scadenza mobile.
Nella stessa mattinata del licenziamento, Giuli interviene in diretta da Fiorello su Radio 2 e promette che, se il ministero riuscirà ad acquistare il Teatro delle Vittorie, «nominerò Beatrice Venezi alla direzione». Il cerchio si chiude? Scaricata dalla Fenice via e-mail, riciclata come pedina su un palco radiofonico poche ore dopo? Si vedrà. Di sicuro, per ora, c’è che l’avvocato di Venezi sta già valutando la causa contro la Fondazione.
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Un uomo di 33 anni ieri strappa un manifesto in via Amadeo, zona Città Studi, poco prima di mezzanotte. Una Golf si ferma. Alcune persone scendono. Lo circondano e lo colpiscono con calci, pugni e colpi di casco fino a spaccagli il sopracciglio. Poi risalgono in macchina e ripartono. Fin qui, una spedizione punitiva come se ne vedevano in certi anni che ci siamo raccontati chiusi.
Il giorno dopo, a margine della commemorazione di Sergio Ramelli, Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) spiega l’accaduto: «È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere. Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… non aggiungo altro». De Corato non aggiunge altro, appunto. Ha già detto tutto.
La logica è limpida: strappi un manifesto, ti picchiano, te la sei cercata. Una grammatica che altrove si chiama giustificazionismo; qui circola tranquillamente davanti alle telecamere, senza bisogno di abbassare la voce.
Nel pomeriggio lo stesso deputato fa dietrofront: aveva «erroneamente compreso» che l’aggressione fosse «solamente qualche parola grossa». Aveva capito male.
Alessandro Capelli, segretario metropolitano del Partito democratico, ha definito l’aggressione «un fatto grave e inaccettabile», ricordando che da anni Città Studi viene tappezzata di manifesti firmati «i camerati», con corteo che chiude ogni anno coi saluti romani. Quest’anno c’è stata la novità del pestaggio.
Quando un parlamentare dice che chi viene picchiato se l’è cercata perché ha strappato un manifesto, la soglia è già oltre.
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Il bambino nasce nel 2017 a Maldonado, Uruguay. Padre in carcere. Madre indigente: così povera da non permettersi un avvocato, tanto che il tribunale le riconosce l’ausiliatoria de pobreza. Il giudice dispone l’affido all’Inau con un mandato: ricongiungere madre e figlio. Un bambino con una famiglia, non un orfano. Questa è la notizia. Quasi sepolta sotto lo scontro Nordio-Quirinale. Nell’…
Il 17 ottobre 2025, qualcuno ha piazzato quasi un chilo di esplosivo sotto l’auto di Sigfrido Ranucci a Pomezia. L’ordigno ha distrutto anche la macchina della figlia. La Procura di Roma ha concluso che non era un avvertimento: era un tentativo di omicidio. Gli investigatori della Dda seguono la pista dei Casalesi.
Ranucci vive sotto scorta dal 2021. Il Liberties Media Freedom Report 2026, uscito il 28 aprile, lo colloca in una statistica che dovrebbe far discutere: venti giornalisti italiani vivono sotto protezione a tempo pieno. Il numero più alto d’Europa.
Il rapporto, il quinto della Civil Liberties Union for Europe con 43 organizzazioni civili in 21 paesi, analizza il 2025 in 22 stati membri. Classifica l’Italia tra i “dismantlers”: governi che sistematicamente indeboliscono lo stato di diritto, insieme a Bulgaria, Croazia, Ungheria e Slovacchia. Per Orbán vale un discorso a parte; il deterioramento è così avanzato da non fare più paragoni. L’Italia occupa la fascia di mezzo di questa classifica che nessuno vorrebbe guidare.
Sul fronte della sicurezza, Mapping Media Freedom ha registrato 118 violazioni della libertà di stampa in Italia nel 2025: in maggioranza verbale, in 15 casi di violenza fisica. A maggio Luciana Esposito, giornalista che scriveva di criminalità nella zona est di Napoli, ha ricevuto la scorta: sesta giornalista campana sotto protezione. Sul capitolo spyware: Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, e Ciro Pellegrino, capocronaca dello stesso giornale, sono stati spiati con Graphite, il software israeliano di Paragon Solutions venduto esclusivamente a governi. Il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha certificato entrambi gli attacchi. Il Copasir ha confermato l’uso di Graphite su attivisti di Mediterranea ma ha negato di aver preso di mira Cancellato. Paragon ha rescisso il contratto con l’Italia. Le indagini delle procure di Roma e Napoli restano aperte.
L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di cause strategiche contro il giornalismo nel 2025, secondo la coalizione Case. Il capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, ha intentato causa contro Report e contro Domani. Anche il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha depositato azioni legali contro entrambe le testate. Il recepimento della Direttiva Anti-Slapp, con scadenza al 7 maggio 2026, è apparso come intenzione di governo solo a dicembre 2025, dopo le mozioni parlamentari seguite all’attentato Ranucci. Anni di silenzio, poi qualche settimana prima della scadenza.
Sulla Rai, il modello di finanziamento viola i requisiti di sostenibilità dell’Emfa, l’European Media Freedom Act entrato in vigore nell’agosto 2025. La nomina della presidente sostenuta dal governo, Simona Agnes, è rimasta bloccata: la Commissione di Vigilanza non ha raggiunto il quorum dei due terzi per la ratifica. La Rai ha operato per mesi senza un presidente nominato. L’emendamento alla legge di bilancio 2026 prevede un taglio di 30 milioni di euro nei contributi pagati dalle imprese commerciali tra il 2026 e il 2028.
L’Agcom ha pubblicato il report sul pluralismo del 2022 nel 2024. Il rapporto Liberties lo registra senza sconti: l’autorità non tratta l’indipendenza editoriale come un concetto distinto dal pluralismo. Due cose separate nella realtà, fuse nel regolamento. La fiducia degli italiani nei media era al 34% nel 2024, è risalita al 36% nel 2025. Chi si informa sui social scende al 27%.
Venti giornalisti sotto scorta. Nessuna legge contro le cause bavaglio. Una Rai senza presidente. Uno spyware militare puntato sulle redazioni. Il rapporto descrive l’Italia senza perifrasi: un Paese in cui esercitare il giornalismo è diventato strutturalmente pericoloso. Agcom pubblica i numeri con due anni di ritardo. Il governo assicura di rispettare le leggi.
L’articolo L’Italia dei giornalisti sotto scorta: non solo Ranucci, in venti sotto tutela. Ecco il rapporto europeo che ci mette tra i “dismantlers” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
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