Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Quattro anni al Coni sotto Giovanni Malagò, un marito che ha girato i video della Leopolda di Renzi per tre edizioni, un comunicatore già portavoce dello stesso Renzi. E adesso il titolo di “anti-Meloni” su Bloomberg come se fosse nato spontaneamente dai sampietrini del porto vecchio. Silvia Salis è sindaca di Genova da meno di un anno e già proiettata verso Palazzo Chigi.
All’interno del Pd, in molti la raccontano così: un’operazione riformista. L’area che non ha mai digerito la stagione Schlein avrebbe trovato il suo contenitore. Giovane, mediatica, senza tessera, capace di far ballare la sinistra sulla techno di Charlotte De Witte e di comparire su Bloomberg nello stesso fine settimana.
Fausto Brizzi, marito di Salis, ha firmato i filmati della Leopolda 2012 per Renzi. Nel 2025 ha curato la comunicazione della campagna genovese della moglie. Il regista di “Notte prima degli esami” è il collegamento ideale tra la stagione renziana e il progetto Salis. Il Palazzo Ducale di Genova, partecipato dal Comune che lei guida, lo ha celebrato a febbraio scorso nella Sala del Maggior Consiglio. Sull’opportunità dell’evento era nata una polemica sollevata dai rilievi di Ferruccio Sansa e della Lega: Palazzo Ducale ha risposto chiarendo che i costi, inferiori a tremila euro, erano coperti da uno sponsor privato.
A costruire l’immagine pubblica di Salis c’è Marco Agnoletti, portavoce di Renzi negli anni d’oro: Comune di Firenze, Nazareno, Palazzo Chigi. Da settembre gestisce la comunicazione della sindaca con un metodo preciso: sottrazione. Meno esposizione, immagine costruita con la pazienza di una campagna politica lunga.
Renzi ha già scelto. “Io voterei Silvia Salis”, ha dichiarato a La7. La sintesi è leggibile: l’ex premier spinge, il suo ex portavoce gestisce la comunicazione, il marito della sindaca ha girato la Leopolda. Chi vuole può non chiamarla operazione. Dovrebbe però spiegare con quale altro nome si chiama.
Salis ha detto no alle primarie, “tecnicamente sbagliate”. Poi, nell’intervista a Bloomberg del 10 aprile, ha aggiunto: “Di fronte a una richiesta unitaria non posso dire che non la prenderei in considerazione, sarebbe una bugia”. Il lessico è quello del federatore: figura che non si candida ma è disponibile, che respinge la corsa senza escluderla.
Il Pd è spaccato. Chiara Braga (Pd), capogruppo alla Camera: “Non mi pare che questo sia il tempo di federatori o di personalità esterne al perimetro dei partiti”. Dario Franceschini (Pd) invece la definisce “uno dei leader di primo piano dei prossimi anni”. Due posizioni incompatibili dentro lo stesso partito.
Il quotidiano diretto da Claudio Cerasa le ha dedicato un ritratto ammirato. Lo stesso Foglio che non ha mai avuto tenerezze verso chi usa la parola “genocidio” per Gaza. Salis quella parola l’ha rivendicata, e alle manifestazioni pro-Palestina a Genova c’era. Eppure Il Foglio la celebra.
Sansa aveva posto la domanda: perché quella stampa che prima corteggiava Toti adesso punta su di lei? La risposta che circola è quella del contenitore: figura abbastanza nuova da non portare il peso del vecchio centrosinistra, abbastanza affidabile per un campo largo moderato che include Renzi e un pezzo di establishment che con Schlein non ha mai trovato pace.
Malagò non è sfondo ma struttura. Salis è diventata vicepresidente vicaria del Coni nel 2021 sotto la sua presidenza: “Silvia è una persona alla quale sono molto affezionato”, ha dichiarato. Il Comune di Genova gli ha poi conferito un Premio Internazionale dello Sport alle celebrazioni colombiane. Il cerchio si chiude: il mentore ottiene un’onorificenza dall’istituzione che il suo ex vice adesso governa. La questione era stata sollevata. È rimasta senza risposta.
L’operazione è costruita con intelligenza. La domanda che un centrosinistra credibile dovrebbe porsi è: per chi?
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«Modestissima mazzetta»: due parole che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha scritto nel suo libro, difeso ieri alla Camera con una logica semplice quanto rivelatrice. Se il nostro ordinamento parla di tenuità del fatto, se la legge prevede la “modesta quantità” per la droga, perché mai la corruzione dovrebbe fare eccezione? Il ragionamento fila. Fila talmente bene da far capire dove porta.
Il Consiglio Affari Esteri dell’UE ha chiuso il 21 aprile a Lussemburgo senza alcuna misura contro Israele. Nessun voto, nessuna sospensione dell’Accordo di Associazione del 2000. Kaja Kallas: «Non abbiamo visto un accordo politico, ma le discussioni continueranno». Spagna, Irlanda e Slovenia chiedevano la sospensione totale. Germania e Italia si sono opposte.
Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International, ha definito la decisione «un fallimento morale» che «resterà come un capitolo vergognoso nella storia dell’UE». Un milione di europei aveva firmato la petizione. Settantacinque ONG e quattrocento ex diplomatici avevano chiesto la stessa cosa. Nessun esito.
Lo scarto italiano è documentabile. Il governo Meloni ha sospeso a marzo il memorandum di cooperazione militare con Israele. Quello stesso governo, a Lussemburgo, ha bloccato l’unico strumento multilaterale disponibile. Albares: «L’Unione Europea deve dire oggi con chiarezza a Israele che è necessario un cambiamento». Wadephul, per Berlino: la proposta era «inappropriata».
Dal cessate il fuoco di ottobre 2025, oltre 740 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia. Il West Bank Protection Consortium — guidato dal Norwegian Refugee Council — ha pubblicato Sexual Violence and Forcible Transfer in the West Bank: sedici casi di violenza sessuale in Area C della Cisgiordania occupata, attribuiti a soldati e coloni israeliani, su 83 interviste.
Cinque soldati della Force 100, accusati di aggressione sessuale su un detenuto a Sde Teiman, erano stati reintegrati la settimana precedente, dopo l’archiviazione. Amnesty International: «Un altro capitolo inconcepibile nell’impunità strutturale del sistema legale israeliano». Flotilla Sumud: la nave arriva oggi in Sicilia. Domani 24 aprile salpa da Siracusa verso Gaza.
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Giulio Cavalli è un giornalista, teatrante e scrittore di Lodi, che tifa per il Toro soprattutto per un motivo, adora la figura di Gigi Meroni, che ha portato anche in teatro nelle sue varie opere, essendo un personaggio poliedrico. Tra le sue attività scrive per La Notizia, è editorialista di Left, collabora a Domani, per Tag24 e conduce una trasmissione per RadioCusano
La redazione di TorinoGranata l’ha intervistato per parlare del Toro e soprattutto chiarire i suoi pensieri sull’operato di Cairo.
A Torino molti tifosi non vogliono più Cairo. Qual è il suo parere?
“C’è un problema di fondo. Alla mediocrità ci si abitua, per quella vecchia storia della sindrome della rana bollita. Così il Torino che brillava per risultati e per tremendismo oggi è stato messo nel cassetto delle leggende da gustarsi mentre le raccontiamo ai nostri figli, come se fossero non più alla nostra portata. Cairo è riuscito nell’impresa di educare una tifoseria alla mediocrità, spinge a pensare che forse poteva andare peggio, che comunque ci si è salvati, che comunque abbiamo visto qualche manciata di minuti godibili. Ma l’acquiescenza non ha nulla a che vedere con il tifo. Ci si accontenta già nella vita, allo stadio ci si va per credere che Davide possa sconfiggere Golia, ci si va se c’è la convinzione che al di là del risultato si vedrà una squadra all’altezza della sua storia e dei suoi tifosi. Da anni invece il tifoso del Toro cova speranza solo quando il campionato si ferma, oppure per qualche giornata. Poi c’è l’improvvisa discesa nella realtà. Una cosa non perdono a Cairo: è riuscito a spaccare i tifosi, spaccandoli tra accontentabili e mai contenti che si sono messi a fare la guerra tra loro. E il Toro invece era una comunità, prima di tutto”.
Da tempo si dice che Cairo abbia guadagnato più di quanto abbia investito nel Toro, quindi è lecito domandarsi se ha giovato di più il Toro a Cairo che viceversa?
“Cairo da presidente del Toro ha lanciato la sua carriera, mentre la squadra (e la società) ha continuato a galleggiare sull’acquitrino. Al di là dell’aspetto economico c’è l’accreditamento personale che ha ottenuto grazie alla sua presidenza. Mi pare che continui a essere convinto che gestire una squadra di calcio – soprattutto questa squadra – equivalga a gestire una qualsiasi azienda. Ma il capitale sociale del Toro non sono i giocatori, volendo ben vedere non sono nemmeno le strutture. Il capitale sociale del Torino è la passione e quella vertiginosa storia che si porta sulle maglie. Se risparmi sulla passione il bilancio è sempre in rosso, anche se i conti tornano. Se invece vogliamo fare un discorso prettamente aziendale allora direi che siamo di fronte a un’impresa che non ha mai avuto continuità, che non ha mai avuto un respiro più lungo di un prestito con diritto di riscatto non esercitato. È una società che galleggia vendendo i suoi giocatori più forti, almeno uno all’anno e che intende la crescita dei suoi calciatori solo sotto l’ottica della plusvalenza. Il Torino era un giovane ragazzo precario, assunto con un traballante contratto prorogato di anno in anno, pieno di speranze. Sono passati vent’anni ed è sempre lì, sempre con quel contratto capestro…
Il calcio italiano è in crisi, come si deduce con l’Italia eliminata dai prossimi mondiali e il flop nelle coppe europee. Eppure per il dopo Gravina si parla di Abete, nuovamente, e Malago’. Come dire che non c’è voglia di cambiare.
“Il calcio è lo specchio del Paese: militarizzato contro i tifosi e con maglie larghissime invece per i furbi, gli accattoni, i furbastri. La nazionale è il suo specchio perfetto: come possono crescere giocatori italiani in un campionato in cui i presidenti usano le loro squadre per spostare soldi, costruire relazioni in altri settori o sfogare le loro ansie immobiliari? In tutto questo dov’è il calcio, quello con la palla a terra?”
Pensa che il Toro possa cambiare dirigenza a breve? A questo punto meglio un gruppo straniero?
“Spero di sì, temo di no. Cairo insiste nel dirci che per un passaggio di mano ci deve essere un’offerta convincente ma non è così: una transazione ha bisogno di volontà di sintesi da entrambe le parti. Per formazione professionale (il berlusconismo) lui è uno che non vuole lasciare se non da vincente, non tollera di dare l’impressione di lasciare da sconfitto nel suo rapporto con i tifosi. E così per narcisismo si rischia di logorarsi in una mediocrità sempre più stanca, sempre più mediocre. Eppure avrebbe una grande occasione: lasciare il Toro prendendosi la responsabilità di cedere la società a qualcuno che possa fare meglio di lui. Ma ci vorrebbe umiltà, la vedo dura”.
Non trova che il nostro calcio sia anche malato perché se ne parla troppo anche a sproposito? Da giornalista che ne pensa dei troppi opinionisti che parlano senza essere effettivamente esperti per farlo?
“Accade in tutti i settori. Il giornalismo sostituito dall’opinionismo, le notizie sostituite dalla viralità. Sembrano contare sempre meno i fatti e sempre più le narrazioni. Solo che nel calcio poi basta andare allo stadio per accorgersi che la propaganda lì fuori può funzionare per un promo, per un reel su Instagram ma intanto il calcio si è incagliato. E gli influencer del calcio quando non ci sarà più calcio finiranno in mutande. Guarda solo l’effetto delle domande del giornalista di Tuttosport di Marco Bonetto come hanno spezzato l’incantesimo delle conferenze stampa come cerimonie dell’autoincensarsi. Tutti stupiti, tutti disabituati a vedere un giornalista che fa il giornalista”.
Al Salone del Mobile, Giorgia Meloni ha liquidato lo scontro istituzionale più grave della legislatura con una parola: buonsenso. “Una norma di assoluto buonsenso”, ha detto dell’articolo 30-bis del decreto sicurezza, quello che il Quirinale ha giudicato in contrasto con l’articolo 24 della Costituzione e che Mattarella ha minacciato di non firmare. Il buonsenso, appunto. In uno Stato di…
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