Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Riannodiamo il filo. Prima la sindaca di Genova Silvia Salis ha risposto a Bloomberg con una frase calibrata su una sua corsa a Palazzo Chigi per il centrosinistra: «Sarebbe una bugia dire che non ci penserei». Niente candidatura, solo disponibilità a investitura unitaria: ovviamente senza primarie. Al Nazareno hanno ostentato tranquillità. Poi hanno cominciato a contare i segnali e le altre interviste, a valanga.
Un appunto che conta: Salis, eletta a Genova nel maggio 2025 con il 51,6 per cento senza tessera di partito, ha assunto Marco Agnoletti, già spin doctor di Renzi. Schlein le ha mandato un messaggio: «Così ti bruci». Più che un consiglio, una diagnosi.
A fine marzo 2026, Dario Franceschini si è presentato a Genova per un pranzo con Salis alla Locanda Spinola. Al Corriere della Sera ha poi detto che Salis «sarà uno dei leader di primo piano del nostro campo nei prossimi anni», precisando però che alle primarie appoggerà Schlein. Le smentite troppo precise indicano esattamente l’operazione che si cerca di non ammettere.
Salis non corre alle primarie. Franceschini non la candida ma la posiziona. Schlein aveva firmato due accordi di pace interna, con Franceschini nel 2023 e con la corrente bonacciniana a dicembre 2025. È lo stesso Franceschini che ora pranza con la candidata alternativa. Gli accordi di pace nel Pd del resto durano finché chi li ha firmati non trova qualcosa di più conveniente.
Dall’altra parte il 14 aprile 2026, Enrico Costa è stato eletto per acclamazione capogruppo di Forza Italia alla Camera: già ministro con Renzi e Gentiloni, poi vicesegretario di Azione di Calenda, uscito da Azione nel settembre 2024, rientrato in Forza Italia. Pochi hanno ricordato, tra gli applausi, che alle ultime politiche era stato eletto con Calenda.
La nomina è arrivata in scia al vertice di Cologno Monzese, dove Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno trascorso oltre quattro ore con Tajani e Gianni Letta. Risultato ufficiale: FI resta nel centrodestra, Tajani confermato. Ma quando un partito sente il bisogno di precisare dove si trova, significa che qualcuno ha cominciato a chiedersi dove potrebbe andare. Voci su un interesse di Marina Berlusconi per un polo centrista intorno a Salis: smentite ma mai del tutto dissolte.
Il 20 aprile Carlo Calenda ha presentato il suo libro con Guido Crosetto, ministro della Difesa, all’Acquario Romano. Crosetto: «Da ministro non posso parlare, ogni tanto ritwitto Carlo». Il tour prevede palchi con moderati proprio del Pd, tra Picierno, Gori e Gentiloni, e ovviamente con Salis a Genova. Li chiama «i volenterosi». Ha smentito «una virata a destra». Il che conferma che qualcuno la sta vedendo.
Intanto Conte ha lanciato le primarie all’indomani della vittoria referendaria di marzo. Le vuole dopo un programma condiviso: «Il vincitore sarà colui che dovrà attuare il programma», dice. Sequenza logica, mai rispettata, perché il chi condiziona sempre il cosa. Salis si è sfilata: «Non voglio partecipare». Eppure i sondaggi Youtrend la accreditano al 25 per cento in un’ipotetica sfida ai gazebo, terza dietro Schlein al 41 e Conte al 26. Una candidata che non si candida è già terza in una gara che non esiste ancora.
Stando così le cose forse ogni settimana passata senza definire la coalizione lavora contro Schlein. Salis cresce senza muoversi. Franceschini manovra senza dichiararsi. Renzi, con lo stesso spin doctor di Salis, costruisce il suo posizionamento come leva per spostare il baricentro verso il centro. Conte spinge le primarie perché nei gazebo Schlein parte avvantaggiata, ma Salis, se entrasse, sottrarrebbe voti alla segretaria.
Quindi, prima il programma o prima la coalizione? Una coalizione si sta già formando: attraverso pranzi, tour di libri, cambi di partito, candidature che non sono candidature. Il rischio vero è che quando ci si metterà a tavolino, gli equilibri saranno già stati decisi altrove.
Il martello, nello sport, si lancia. In politica, spesso, viene usato per smontare qualcosa.
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Ottantuno anni. Corona, applausi, discorso. Poi il resto. Giorgia Meloni: tre 25 aprile da presidente del Consiglio, la parola “antifascismo” mai pronunciata. Nel 2023 scrisse al Corriere di “incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo.” Nel 2024 rispose: “Quello che ho da dire sul fascismo l’ho detto cento volte.” Nel 2025, un post. Tre anni, zero parola. Ignazio La Russa: 2018…
Il 25 aprile 2026, nell’ex capannone Caproni di Predappio Alta, Forza Nuova aveva organizzato un convegno intitolato “La fine dell’antifascismo”. Ieri sera la prefettura di Forlì-Cesena ha vietato l’iniziativa: l’area, l’ex stabilimento L’Arte, «versa in condizioni di grave e generale degrado e pericolosità» ed è priva di agibilità. Il sindaco di Predappio ha adottato un’ordinanza. Il capannone fu voluto da Mussolini nel Ventennio, nella sua città natale, per insediarvi l’azienda aeronautica Caproni. L’immobile è di proprietà di Domenico Morosini, nome noto nelle adunate in camicia nera: fu lui ad acquistare Villa Carpena, casa di campagna dei Mussolini, e ad aprirvi un museo dedicato al dittatore. Il titolo era già un programma. Il luogo era già un manifesto.
Roberto Fiore, fondatore e segretario di Forza Nuova, sarebbe stato il padrone di casa. Il tribunale penale di Roma lo ha condannato in primo grado, nel dicembre 2023, a otto anni e mezzo di reclusione per devastazione aggravata in concorso e istigazione a delinquere: sentenza sull’assalto alla sede della Cgil di corso d’Italia, il 9 ottobre 2021. Nelle motivazioni i giudici certificano che da parte di Fiore ci fu “manifesta incitazione e manifesta approvazione” all’assalto. Il processo è pendente in appello. Tra i relatori annunciati c’era Nick Griffin, già presidente del Partito Nazionale Britannico, condannato nel 1998 per incitamento all’odio razziale. E Ioannis Zografos, avvocato di Alba Dorata, il movimento neofascista greco sciolto dopo la condanna come organizzazione a delinquere.
Tra i nuclei tematici, accanto a massoneria, sionismo e Mercosur, figurava il “9 ottobre 2021”. La sede della Cgil devastata come argomento di dibattito. Gli organizzatori preannunciavano 150 presenze. Il giorno dopo i militanti avrebbero marciato al cimitero per commemorare la morte di Mussolini.
Il convegno bloccato arrivava alla fine di un piano inclinato fatto riconoscibile anno dopo anno. Quest’anno Ignazio La Russa, presidente del Senato, ha dichiarato a margine del Salone del mobile che da ministro della Difesa andava a rendere omaggio sia ai partigiani sia ai caduti della Repubblica Sociale Italiana al Campo X del cimitero monumentale. «Mi sembrava un momento doveroso di una pacificazione», ha spiegato. E lo rifarei. Partigiani e repubblichini sullo stesso piano: una formula che ritorna ogni aprile, ogni volta con un registro più alto.
Il governo Meloni ha ridotto i fondi ai luoghi della Memoria della Resistenza. Il contributo del ministero della Cultura, fissato per legge a 2,5 milioni di euro annui, è sceso con il decreto legge 33 del marzo 2026 a 1.819.738 euro: 363.947 euro per ciascuno dei cinque enti. Marzabotto, Fossoli, il Museo Cervi, Sant’Anna di Stazzema, la Risiera di San Sabba. Il campo di Fossoli perde quasi 87mila euro. Tagli inseriti in un decreto sui prezzi petroliferi, a marzo, a settimane dal 25 aprile.
Il presidente dell’Anpi di Forlì-Cesena, Miro Gori, aveva commentato: «Dire che l’antifascismo è finito è mettere una bomba a orologeria sulle basi di questa Repubblica». La portavoce di Forza Nuova Gloria Callarelli, piccata, aveva invece spiegato che a Predappio «vorremmo porre fine a questo algoritmo antifascista, che scatta tutte le volte che qualcuno la pensa diversamente». L’algoritmo. Il termine scelto per liquidare l’antifascismo dice di chi lo usa: non un valore fondante della Repubblica, non una scelta di campo costituzionale, ma un meccanismo da disattivare.
La Costituzione vieta la ricostruzione in qualsiasi forma del disciolto Partito fascista. Quella norma esiste. Il convegno è stato bloccato su parere unanime della prefettura, per inagibilità dell’edificio. Per ora il piano inclinato si è fermato su una questione di agibilità edilizia.
Il che, a pensarci, dice tutto.
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Mercoledì sera, vicino alla moschea di Al-Qassam a Beit Lahia, nel nord della Striscia, un drone israeliano ha colpito un gruppo di civili. Cinque morti. Tre erano bambini. I corpi sono stati portati all’ospedale Al-Shifa di Gaza City. Ieri mattina, altri tre morti in un attacco a un’auto all’ingresso del campo profughi di Maghazi. Il Ministero della Salute di Gaza comunica: 6 morti e 18 feriti nelle ultime 24 ore. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 è formalmente in vigore. Da quella data sono stati uccisi più di 800 palestinesi. Cinque organizzazioni umanitarie internazionali — tra cui Oxfam e Save the Children — hanno scritto la settimana scorsa che il piano sta fallendo su tutti gli obiettivi dichiarati.
Ormai sono aggiornamenti, non sono nemmeno più notizie. Che è peggio.
Il governo italiano sa. Non è un sospetto: lo sa. Il deputato Marco Grimaldi (AVS) ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI). Tajani ha risposto ammettendo che gli aiuti umanitari donati dagli italiani — raccolti da “Music for Peace”, consegnati a “Food for Gaza” — sono fermi in Giordania. Non in transito: fermi. Il governo non li sblocca, non interviene, non pretende. Grimaldi lo ha detto ieri alla Camera: «La risposta a chi chiede perché la Flotilla riparte è nella complicità del nostro governo con quello di Israele».
Oggi alle 10.00, la flotta salpa verso Gaza: oltre 50 imbarcazioni, circa 500 persone da decine di Paesi. Parte dall’Italia perché le istituzioni non fanno quello che cento barche di civili cercano di fare.
Il portavoce ONU Stéphane Dujarric, interrogato sulle scuse di Netanyahu per la profanazione di una statua di Gesù e sul silenzio israeliano rispetto alle moschee rase al suolo a Gaza, ha risposto: «Lascio a te trarre i parallelismi o l’ironia». Era la frase più dura che un portavoce ONU potesse pronunciare. Un atto d’accusa nascosto dentro una domanda retorica.
Oggi è la vigilia del 25 Aprile, la Liberazione.
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Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato, ha un’idea semplice: se uno straniero rischia la vita per dire la verità allo Stato, lo Stato potrebbe almeno smettere di ignorarlo. Dal 20 aprile quella proposta ha un numero di protocollo parlamentare. Il Partito democratico ha depositato in entrambi i rami del Parlamento un disegno di legge che modifica l’articolo 9, comma 2, della legge n. 91 del 5 febbraio 1992: chi denuncia estorsioni e ricatti in contesti di criminalità organizzata può accedere a un percorso accelerato verso la cittadinanza italiana. A presentarlo: il capogruppo in commissione antimafia Walter Verini, il capogruppo in commissione giustizia Federico Gianassi, la responsabile Legalità Enza Rando e Debora Serracchiani.
Dal febbraio 2025 al febbraio 2026, a Prato, 190 lavoratori stranieri e alcuni imprenditori cinesi hanno collaborato con la magistratura senza alcun incentivo. In poche settimane dall’appello di Tescaroli si erano presentati in Procura oltre cinquanta tra cinesi e pakistani. Era la prima volta.
Il distretto tessile pratese è il più grande polo manifatturiero europeo nel comparto dell’abbigliamento. Dentro, da decenni, funziona un circuito economico parallelo. Imprenditori inseriti in reti criminali di matrice cinese impiegano lavoratori sette giorni su sette, dodici-quattordici ore al giorno, senza ferie né garanzie, in dormitori precari.
La stessa dinamica che il 1° dicembre 2013 costò la vita a sette operai cinesi nel rogo della fabbrica in cui dormivano. Tescaroli chiama quel sistema con il nome che gli appartiene: una moderna forma di schiavitù. Il meccanismo “apri e chiudi” è collaudato: un’impresa funziona per due o tre anni senza pagare le imposte, poi viene abbandonata e se ne apre un’altra. Il 15 ottobre 2025 la Procura ha siglato un accordo che prevede canali preferenziali per i servizi linguistici e percorsi di protezione a costo zero.
La proposta del Pd nasce da un paradosso formale. L’Italia dispone di una normativa di protezione per i collaboratori e testimoni di giustizia, costruita nel 1991 dopo l’uccisione del giudice Rosario Livatino. Ma quella normativa presuppone la cittadinanza italiana. Chi collabora senza averla si trova fuori dal perimetro di tutela della legge 91 del 1992.
Il ddl interviene su quella stessa legge: i lavoratori stranieri regolarmente residenti, privi di misure di prevenzione, che presentino denunce attendibili su reati riconducibili alla criminalità organizzata, possono accedere a un percorso di cittadinanza accelerato. Se la collaborazione espone il dichiarante a rischi concreti, gli organismi preposti possono attivare i programmi di protezione già previsti per i testimoni italiani. C’è un limite: la misura vale solo per i regolari. Gli irregolari restano fuori.
Tescaroli aveva anticipato tutto sul Fatto Quotidiano: l’articolo 9 della legge 91 del 1992 già consente di concedere la cittadinanza allo straniero che fornisca eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato. Una denuncia attendibile costituisce, scriveva il magistrato, uno straordinario fattore di giustizia che ben può integrare tali presupposti. Sufficiente per smettere di fingere che la legge non lo preveda già.
Il governo si muove nella direzione opposta. Il disegno di legge approvato l’11 febbraio 2026 punta a recepire il Patto europeo su Migrazione e Asilo inasprendo le condizioni di ingresso, ampliando le possibilità di espulsione e ripristinando il sistema Albania. Spazio per chi collabora con la giustizia, in quel testo, non ce n’è. Il governo cita Tescaroli ogni volta che serve. Poi non risponde alle sue richieste. Quasi tredici anni dopo il rogo del 2013, Prato lo dimostra ancora.
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