Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Dal 1906 alle Officine Meccaniche di Villar Perosa si producono cuscinetti a sfera. Adesso i 355 dipendenti in organico aspettano che finisca il contratto di solidarietà prorogato fino al 10 marzo 2027: nel frattempo l’impianto è passato di mano tra fondi finanziari finché non l’ha comprato il gruppo siderurgico bresciano Ori Martin. La storia dell’industria italiana, letta da qui, somiglia a un inventario di traslochi verso l’irrilevanza.
L’ultimo “Diario della crisi” pubblicato da Collettiva è un documento di sessanta voci, settore per settore: automotive, industria, chimica, tessile, servizi, alimentari. Ogni voce ha un nome d’azienda, un numero di lavoratori, una data d’inizio degli ammortizzatori e una di fine. Letti in fila, disegnano la mappa di un paese che smette di produrre.
I due simboli sono Stellantis e l’ex Ilva. Stellantis ha annunciato 305 uscite incentivate dallo stabilimento di Atessa (Chieti) e 425 da Melfi (Potenza). In entrambi i casi la Fiom Cgil ha rifiutato di firmare. «È inaccettabile proseguire sulla strada delle uscite senza una chiara prospettiva industriale», ha detto il sindacato per Atessa. Per Melfi: «Queste uscite si sommano a quelle già annunciate a Pomigliano, Mirafiori, Atessa e Termoli, sono più di 1.000 i lavoratori che verranno espulsi». Gli incentivi vanno da 20 mila euro più 12 mensilità per chi ha tra i 35 e i 39 anni a 30 mila euro più 33 mensilità per gli over 55.
Il ministro Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), il 24 aprile, ha rivendicato i “primi segnali” del cosiddetto Piano Italia: la produzione nel primo trimestre 2026 è cresciuta del 9,5%, raggiungendo 120.366 unità. La Fiom-Cgil ha definito queste dichiarazioni «completamente slegate dalla realtà»: il Piano del dicembre 2024 prevedeva nuove produzioni a Cassino e la riattivazione della gigafactory di Termoli, nessuno dei due obiettivi si è concretizzato. Lo stabilimento di Cassino ha chiuso il primo trimestre con appena 17 giorni di attività effettiva e poco più di 2.500 vetture prodotte, contro i 19 mila dell’intero 2025.
L’ex Ilva è peggio. Il 22 aprile, al Ministero del Lavoro, la riunione sulla proroga della cassa integrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia si è chiusa senza accordo. La cassa, fino a 4.450 addetti di cui 3.800 a Taranto, decorrerà dal 1° marzo 2026 al 28 febbraio 2027. Solo che gli 11,4 milioni stanziati dal decreto del dicembre 2025 coprono l’integrazione al 70% soltanto fino a ottobre: gli ultimi due mesi del 2026 e i primi due del 2027 restano scoperti. «Ancora una volta è stata esperita la procedura per la proroga della cassa per 4.450 lavoratori senza l’accordo con il sindacato», ha detto Guglielmo Gambardella della Uilm. Sono quattordici anni di ammortizzatori sociali, per gli operai di Taranto. Quattordici anni in cui ogni accordo è un rinvio verso il prossimo.
La Fiom chiede che si costituisca «una società pubblica»: «Se vogliono starci anche i privati, ci stiano», ha detto Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia. Urso annuncia investitori americani, del Qatar, sempre «in corso di negoziazione», mai arrivati.
Il segretario confederale Gino Giove della Cgil ha sintetizzato: «Quanto stiamo vivendo è il risultato di trent’anni di progressivo smantellamento di una vera politica industriale». La Confederazione chiede un «piano industriale nazionale» di tre anni. Intanto i bilanci familiari dei lavoratori in cassa integrazione vedono alimentari, energia e trasporti assorbire oltre il 45% delle uscite: nel Mezzogiorno la quota supera il 50%. La Banca d’Italia ha certificato che nel 2026 un recupero salariale capace di compensare l’inflazione è improbabile. A Villar Perosa come a Taranto, il conto non torna.
L’articolo Da Stellantis all’ex Ilva, mille lavoratori espulsi e cassa integrazione senza copertura: la crisi infinita dell’industria italiana sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Il 9 aprile una petroliera di 250 metri, la Rong Lin Wan, scivolava lenta verso il porto di Rotterdam. Era tra le ultime partite dal Golfo Persico prima che lo Stretto di Hormuz chiudesse – smettendo di esistere come rotta praticabile – e la crisi energetica deflagrasse. Quando ha deposto il carico, l’Europa ha cominciato a fare i conti con una domanda: quanto carburante abbiamo? La risposta, secondo Politico che ha ottenuto i verbali di un vertice ministeriale riservato, è che nessuno lo sa.
La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha chiuso Hormuz, da cui transitava il 20% del greggio mondiale. Il Brent ha superato i 108 dollari al barile, il 50% in più dall’inizio del conflitto. La Commissione europea ha calcolato costi aggiuntivi di circa 500 milioni di euro al giorno, 27 miliardi in due mesi. I prezzi del jet fuel sono saliti dell’84%.
Quello che colpisce nell’inchiesta di Politico non è l’entità della crisi: è la struttura dell’ignoranza che la circonda. Un funzionario senior di un ministero dell’Energia europeo ha spiegato, anonimato richiesto, che “la conoscenza di mercato su gas e petrolio è molto limitata”. Un secondo: sapere cosa i Paesi hanno in stock “in un dato momento” è qualcosa che “non possiamo davvero conoscere”. Alain Mathuren, di FuelsEurope, ha aggiunto che si tratta “purtroppo di informazioni che i membri non condividono”.
Eurostat aggiorna i dati saltuariamente: l’ultimo set completo risale a gennaio 2026. Per il jet fuel è peggio: i dati arrivano quasi esclusivamente da comunicazioni volontarie. Un funzionario della Commissione ha detto a Politico che le informazioni “sono buone quanto quelle che ci vengono fornite”. La Grecia ha chiesto un canale WhatsApp o Signal tra Paesi membri e Commissione. È il livello della governance energetica europea nel 2026.
L’Italia è il primo Paese in Europa per dipendenza dal gas, che copre il 35,1% del fabbisogno energetico totale. Il Qatar ha subito un danno grave al suo principale stabilimento nelle fasi iniziali del conflitto in Iran: il 54% del gas qatariota verso l’Europa arrivava qui. Oxford Economics proietta un’inflazione aggiuntiva dell’1,1% per il 2026, la più alta tra i grandi Paesi europei. Confindustria stima costi aggiuntivi per le imprese tra 7 miliardi, se la guerra terminasse a giugno, e 21 miliardi a fine anno.
Le scorte strategiche sono gestite dall’Ocsit, affidate ad Acquirente Unico spa. La norma europea prevede riserve per 90 giorni di prodotti petroliferi, senza obbligo specifico per il jet fuel. Il rifornimento degli aeromobili è gestito dal “into-plane fueling”, dominato da tre operatori: Carboil, Levorato Marcevaggi e Nautilus. A Brindisi, il 7 aprile, un fornitore ha esaurito le scorte. Salvini ha detto alla Camera, il 29 aprile, che le scorte tengono “fino a fine maggio”: l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima carenza entro giugno se l’Europa sostituisce solo la metà delle forniture ricevute normalmente.
Il 22 aprile la Commissione europea ha presentato il piano AccelerateEu, annunciando un “Osservatorio sui carburanti” per maggio 2026, che mapperà produzione, importazioni, esportazioni e scorte nell’Unione. Il commissario Apostolos Tzitzikostas ha detto che il lavoro inizierà dai carburanti per aerei. Il modello dichiarato è la statunitense Energy Information Administration: l’Europa la cita come aspirazione nel 2026, mentre le scorte di cherosene si contano a settimane. La portavoce Anna-Kaisa Itkonen ha detto a Politico che è “troppo presto per dichiarare come funzionerà”. Quanto alle regole per obbligare i Paesi a informare Bruxelles in tempo reale, la risposta è: “Troppo presto per dire”.
Sulla Rong Lin Wan che il 9 aprile entrava a Rotterdam c’era l’ultimo cherosene ordinato prima della chiusura. L’osservatorio arriva a maggio. L’estate è a giugno.
L’articolo Crisi energetica, l’estate si avvicina e l’Europa non sa quanto carburante ha: lo rivela un’inchiesta di Politico sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Un soldato armato sale a bordo nel buio. L’equipaggio con le mani alzate. Le comunicazioni interrotte. Il Mediterraneo, a 960 chilometri da Gaza, trasformato in acque di occupazione israeliana. La Global Sumud Flotilla è stata abbordata nella notte. Mentre scrivo almeno 22 imbarcazioni intercettate, circa 50 sequestrate, 400 persone dichiarate «in arresto» dalla marina di Tel Aviv.
Il documento si chiama “La frontiera, ovunque” e vale la pena partire dal titolo. La frontiera, per il governo italiano, ha smesso di essere un confine geografico: è diventata un metodo, un principio che attraversa l’intero sistema di accoglienza, dalla spiaggia di sbarco alla caserma dove un minore aspetta mesi un trasferimento che non arriva. Il report “La frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026”, prodotto da ActionAid con Fondazione Openpolis e pubblicato il 28 aprile, è costruito su oltre 70 richieste di accesso civico tra ministeri e prefetture, molte respinte, alcune ottenute per via giudiziaria.
I dati documentano una scelta politica coerente. Il numero da cui partire è 134.549. Le persone accolte nel sistema italiano al 31 dicembre 2024: lo 0,23% della popolazione residente, due ogni mille abitanti. Gli arrivi via mare nel 2025, 66.296, corrispondono allo 0,11%. Questi numeri non descrivono un’invasione. Descrivono un fenomeno gestibile che il governo ha scelto di trattare come emergenza permanente perché l’emergenza consente deroghe, opacità, irresponsabilità. La responsabilità rimane pubblica, è il prodotto di capitolati e proroghe.
I centri di accoglienza straordinaria, i Cas, ospitano il 71,9% degli accolti. Il Sai, in capo ai comuni, si ferma al 24,7%. I Cas nascevano come risposta temporanea, da attivare solo a saturazione del sistema ordinario, che non è mai stato potenziato perché farlo avrebbe richiesto programmazione. Tra 2022 e 2024 i posti gestiti da soggetti for profit sono passati da 7.089 a 14.813, +109%, mentre il sistema cresceva del 38,6%. Medihospes gestisce il 54,61% dell’accoglienza nel solo comune di Roma: concentrazione che il report chiama “rischio di cattura istituzionale della Prefettura di Roma.” Su 6.024 strutture attive nel 2024, solo il 19,1% è stato ispezionato almeno una volta, contro il 40,5% del 2019. Trentatré prefetture senza controlli visibili, contro le 13 del 2019, e sanzioni ai gestori per 676.847 euro concentrate in pochi territori.
Il punto più grave riguarda i minori stranieri non accompagnati. Il decreto-legge 133/2023 ha introdotto la possibilità di collocare ultrasedicenni in centri per adulti per un massimo di 90 giorni, solo in caso di comprovata indisponibilità di strutture dedicate. ActionAid ha monitorato 29 prefetture: almeno 823 transiti fino a novembre 2025, di cui 138 prima che la legge entrasse in vigore. Il decreto non ha inventato la prassi: le ha dato una cornice di legalità. In almeno 16 prefetture le permanenze superano i 90 giorni consentiti; in 13 si va oltre i 150. I picchi: 1.413 giorni a Torino, 927 a Brescia, 883 a Imperia.
Questi numeri smontano la giustificazione dell’indisponibilità. Al 31 dicembre 2024, nelle stesse 29 prefetture, esistevano 91 posti liberi nel Sai-Msna e 35 nei Cas minori. In 9 prefetture c’erano posti dedicati liberi nello stesso comune. I minori finiscono nei centri per adulti non perché non esistano alternative, ma perché il sistema non è programmato per trasformare la disponibilità in presa in carico. Almeno 407 uscite per abbandono o revoca, 312 solo a Torino. Ragazzi scomparsi nel nulla perché il sistema li aveva già abbandonati prima.
Lo scenario 2026 stringe ancora. Il decreto-legge 23/2026 ha anticipato il Patto europeo su migrazione e asilo, rafforzando identificazione e gestione di frontiera in deroga fino al 2028. Il disegno di legge immigrazione dell’11 febbraio 2026 condiziona l’accoglienza alla permanenza nel centro assegnato, con revoca in caso di violazione. In un sistema già segnato da trasferimenti arbitrari e informazione legale assente, questo significa trasformare l’accoglienza in controllo sociale. La frontiera stringe ancora un po’.
L’articolo Migranti, il rapporto che smonta la narrazione dell’invasione. Da ActionAid-Openpolis la foto dell’emergenza come metodo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Il 17 aprile 2026, due autisti di autocisterne sotto contratto Unicef sono stati uccisi dal fuoco israeliano alla stazione di Mansoura, nel nord di Gaza. Altri due sono rimasti feriti. Le operazioni si svolgevano senza variazioni di percorso o procedura, ha attestato Unicef. Mansoura è l’unico punto di rifornimento per le autobotti della linea Mekorot che serve Gaza City. Dopo l’attacco Unicef ha sospeso le operazioni fino al ripristino della sicurezza, bloccando l’acqua a centinaia di migliaia di persone.
Non è un episodio isolato. MSF documenta, dall’ottobre 2023, la distruzione di 725 pozzi e 1.400 chilometri di tubature. Secondo Ocha, entro luglio 2025 l’89% dell’infrastruttura idrica era demolita o danneggiata. I relatori speciali Onu hanno scritto che Israele usa «la sete come arma per uccidere i palestinesi». Laureline Lasserre, responsabile Medici Senza Frontiere a Gaza, ha dichiarato il 28 aprile a The National: «È un problema creato bloccando le alternative».
Jad Isaac, direttore dell’Applied Research Institute–Jerusalem, ha definito la situazione «matrice di controllo»: «I palestinesi non hanno sovranità su un centimetro della propria terra, nemmeno sull’acqua. Tutto richiede l’approvazione israeliana». Zakariya Amayreh, del Norwegian Refugee Council, ha confermato che lubrificanti e ricambi per le pompe idriche «sono rarissimi». Israele ha respinto le accuse.
Dal 26 aprile la Global Sumud Flotilla — 59 imbarcazioni più Arctic Sunrise di Greenpeace — ha lasciato Augusta diretta verso le coste di Gaza via Grecia e Turchia, con arrivo previsto nelle prime settimane di maggio.
Al 22 aprile, secondo Ocha e il Ministero della Salute di Gaza, dall’annuncio del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 sono stati uccisi 786 palestinesi e feriti 2.217. La stazione di Mansoura rimane chiusa.
L’articolo L’arma della sete contro Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
... | 150 | 155 | 160 | 165 | 170 | 175 | 180 | 185 | 190 |...
AgoraVox Italia