Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il ministro della Giustizia porta in tribunale l’emittente del proprio alleato di governo. La vicenda che genera la mossa – la grazia a Nicole Minetti, la puntata di Cartabianca, le scuse di Ranucci e il silenzio di Berlinguer – è già nota. Quello che vale capire è altro: perché il bersaglio è Mediaset e non Sigfrido Ranucci. Ranucci si era scusato. Bianca Berlinguer no. Fin qui la cronaca.
Qualche decina di sindaci della Lega ieri era a Bruxelles, cartelli in mano, davanti al Parlamento Europeo. La causa: difendere i fondi di coesione dalla riforma che li centralizza. Per la sola Lombardia si rischierebbero circa 4,4 miliardi di euro. Un problema c’è: il commissario europeo con delega alla Coesione e alle Riforme si chiama Raffaele Fitto. È di Fratelli d’Italia. Il governo di cui la Lega fa parte ogni giorno, con ministri, viceministri e sottosegretari.
La delegazione lombarda, guidata dal senatore Massimiliano Romeo e dall’assessore Guido Guidesi, prendeva di mira un alleato di coalizione. Era anche previsto un incontro con Fitto in persona, nel medesimo pomeriggio della manifestazione. Si protestava davanti al Parlamento europeo e poi si andava a stringergli la mano nell’ufficio accanto.
Facciamo un passo indietro. La riforma riguarda il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. La proposta della Commissione punta a ridurre gli attuali circa 540 programmi regionali a 27 Piani nazionali, uno per stato membro, togliendo alle regioni la programmazione diretta dei fondi. Il modello è il Pnrr: fondi gestiti centralmente, regioni a eseguire. Contro questa impostazione si sono schierate 149 regioni di venti paesi, il Comitato europeo delle Regioni, e ora anche i sindaci leghisti. Fitto è però un alleato, il commissario scelto dal governo Meloni, che ha indicato in più sedi il metodo Pnrr come strada per la coesione post-2027. La Lega lo sa. Eppure eccoli a fare opposizione a una politica che il loro governo produce.
Il perché non è oscuro. Serve un nemico per l’elettorato del nord: il centralismo, i burocrati, lo Stato che sottrae risorse ai territori virtuosi. Che quel centralismo abbia oggi il volto di Fratelli d’Italia è scomodo, e quindi si aggira. Si alzano i cartelli, si fa scena, si torna a Roma e si vota la fiducia.
È la fotografia di questa maggioranza. Partiti che si fanno opposizione tra loro per nutrire le rispettive propagande, poi governano insieme. Fa rumore, non fa danni e non disturba il sistema ma vi partecipa.
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Il documento arriva il primo maggio. Dentro ci sono le osservazioni conclusive del Comitato Onu contro la tortura (Cat) sull’Italia, settima revisione periodica, 47 paragrafi. L’ultima volta era il 2017. In mezzo ci sono stati tre governi e la stabilizzazione di ciò che un tempo si chiamava postfascismo.
A metà aprile una ventina di funzionari di Palazzo Chigi era a Ginevra, davanti alla 84esima sessione del Cat. Antigone e Medici Senza Frontiere portavano le osservazioni della società civile. La presenza governativa, insolitamente folta, segnalava che le domande sarebbero state pesanti. Non è bastata: quasi tutti i rilievi iniziali sono entrati nel documento finale. Si percepiva, ha scritto Antigone, «l’amarezza di fronte a un’antica e solida democrazia europea oggi incurante dell’idea universalista dei diritti umani».
Il punto d’ingresso è tecnico: il reato di tortura esiste nell’ordinamento italiano dal 2017. L’art. 613-bis del Codice Penale rimane inadeguato: omette intenzionalità e scopo, e configura la tortura come reato commettibile da chiunque, non da un pubblico ufficiale come richiede la Convenzione. Il Cat registra quindi la preoccupazione per i tentativi parlamentari di abolire il reato. A Ginevra la delegazione aveva rassicurato: i disegni di legge erano fermi dal 2023. Rassicurazione accantonata.
Al 7 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 63.940 persone a fronte di 46.331 posti disponibili: sovraffollamento al 138%, con punte del 246% a Lucca e del 231% a Milano San Vittore. Il piano di edilizia penitenziaria varato nel 2025 ha prodotto 460 posti in meno. Il Cat segnala un numero “persistentemente alto di morti durante la detenzione” e indagini sui suicidi condotte con “ritardo significativo”. Le carceri minorili sono sovraffollate per la prima volta. Due processi per tortura a carico di minorenni sono aperti, uno a Milano e uno a Roma.
Il reato di rivolta penitenziaria, introdotto dalla legge 80/2025, è configurabile anche in caso di resistenza passiva a un ordine. Il Cat ne ha chiesto la depenalizzazione: serve a togliere la parola ai detenuti, a impedire denunce. Sulla stessa legge le riserve sono più ampie: 14 nuovi reati, poteri di polizia rafforzati, criminalizzazione della resistenza civile nonviolenta. Lo stesso impianto del cosiddetto “decreto flussi” (legge 15/2023), che ha criminalizzato le Ong nei salvataggi in mare. Il Cat li legge in sequenza.
Il governo era andato a Ginevra con un documento redatto insieme alla Danimarca: le garanzie dell’art. 3 della Convenzione europea, quello che vieta tortura e trattamenti inumani, non dovrebbero valere allo stesso modo per i migranti. Il Cat ha chiesto, con stupore dichiarato, se questo significasse rispedire persone verso paesi dove rischiano torture.
Il memorandum con la Libia del 2017, più volte rinnovato, finanzia la cosiddetta “guardia costiera libica” per intercettare i migranti. Che in Libia tortura e pestaggi siano prassi è stato sancito dall’esito di alcuni processi. L’elenco dei “paesi sicuri” include Tunisia, Egitto e Bangladesh. I Cpr in Albania finiscono nel documento come luoghi dove il diritto d’asilo viene esternalizzato. All’interno del territorio italiano le strutture di trattenimento registrano molteplici accuse di violenza eccessiva.
I 47 paragrafi non hanno forza vincolante. Il governo può leggerli e continuare. Il Garante nazionale dei detenuti è stato bacchettato dallo stesso Cat per la tendenza alle presenze cerimoniali senza incidenza: una garanzia diventata ufficio stampa. Il diritto internazionale, aveva detto il ministro Tajani, vale “fino a un certo punto”. Il Comitato non ha la forza di un tribunale. Sa però come si chiama quello che ha trovato, e lo ha scritto in 47 paragrafi che l’Italia avrebbe preferito non ricevere.
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Duecentodiciotto euro. Tanto manca, in media, ogni mese, al salario minimo legale per coprire l’affitto di un appartamento con due camere in una capitale europea. Lo certifica la Ces, la Confederazione europea dei sindacati, il 5 maggio, mentre la Commissione europea e il Parlamento si riunivano a Bruxelles per discutere dell’European Affordable Housing Plan: il primo piano dell’Unione sulla crisi abitativa, presentato a dicembre 2025 dal commissario Dan Jørgensen e già emendato nella plenaria di marzo 2026. Un piano che rischia di essere la risposta sbagliata a una domanda giusta.
A Praga, Lisbona e Dublino il divario tra affitto e salario minimo supera i 700 euro al mese. Ad Atene e Bratislava va oltre i 400. In cinque paesi, Malta, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo ed Estonia, i lavoratori a basso reddito spendono più della metà dello stipendio per un tetto. In un decennio i prezzi delle abitazioni nell’Ue sono saliti di oltre il 60 per cento, gli affitti di oltre il 20. Nel 2024 mancano 9,6 milioni di alloggi. L’Italia non compare: il salario minimo legale non esiste, e l’incidenza dell’affitto sul reddito da lavoro è incalcolabile perché il riferimento manca.
Il piano risponde con quattro pilastri: semplificazione burocratica, revisione degli aiuti di Stato, piattaforma paneuropea di investimento, regolamentazione degli affitti brevi. L’obiettivo è aggiungere 650.000 alloggi l’anno per un decennio, a 150 miliardi annui di costo stimato. La Commissione ha mobilitato 43 miliardi nell’attuale ciclo di bilancio e prevede 10 miliardi tramite InvestEU per il biennio 2026-2027. Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha fissato la cifra reale davanti al Parlamento: servono almeno 153 miliardi l’anno. Con 10 miliardi si copre meno del 7 per cento del fabbisogno. Il problema non è la contabilità: è il modello. Denaro pubblico come leva per mobilitare fino a 375 miliardi dal settore privato entro il 2029. Giusi Milazzo del Sunia nazionale ha detto che «non si garantisce la casa a chi ha redditi medio-bassi» affidandosi agli investitori. Sorcha Edwards di Housing Europe ha ricordato che la crisi dipende da «investimenti speculativi mal concepiti», non da carenza di capitali.
Dal 20 maggio 2026 è in vigore il regolamento europeo sugli affitti brevi, che obbliga le piattaforme a condividere i dati sulle locazioni con le autorità nazionali. Un passo, non una soluzione. Gli affitti brevi sono cresciuti del 93 per cento tra il 2018 e il 2024. In alcuni quartieri di Barcellona, Parigi e Roma occupano tra il 17 e il 25 per cento di tutte le unità disponibili. La risoluzione del Parlamento di marzo chiede di analizzare le «prove disponibili di speculazioni potenzialmente abusive». Chiede.
L’europarlamentare Benedetta Scuderi di Alleanza Verdi e Sinistra ha votato contro perché «non c’è traccia del diritto all’abitare». Il governo Meloni ha approvato il 30 aprile un piano casa da 10 miliardi per 100.000 alloggi in dieci anni: stessa logica privata, stessa reticenza sul ruolo dello Stato. Daniela Barbaresi della Cgil ha avvertito che il partenariato pubblico-privato «non può avere una funzione sostitutiva» rispetto all’edilizia residenziale pubblica.
La Ces chiede che il denaro pubblico rafforzi la contrattazione collettiva, non sovvenzioni l’insicurezza. Solo 6 studenti fuori sede su 100 accedono a posti letto a prezzi convenzionati in Italia. Esther Lynch della Ces ha chiesto che il denaro smetta di essere «sottratto attraverso la speculazione finanziaria sulle case». Il commissario Jørgensen ha concluso esortando a non perdere la determinazione. Duecentodiciotto euro di distanza ogni mese, tra un salario e un affitto. La piattaforma paneuropea di investimento si costruisce lo stesso.
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Il 6 maggio il Times of Israel pubblica un documento firmato da Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Board of Peace, e da Aryeh Lightstone, funzionario del Dipartimento di Stato. Indirizzato ad Ali Shaath, capo del Comitato per l’amministrazione di Gaza, contiene questa frase: “Il rifiuto di Hamas renderà tali impegni nulli e privi di effetto.”
I “tali impegni” sono quelli di Israele: sospendere le operazioni, garantire gli aiuti, aprire Rafah, ritirare le truppe fino alla Linea Gialla. Sono gli obblighi della prima fase del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, dichiarati subordinati al disarmo di Hamas. Se Hamas rifiuta, Israele non è tenuto a rispettarli.
Il documento elenca otto punti in cui Israele si è “nuovamente impegnato”. “Nuovamente” riconosce che quegli obblighi non erano stati onorati. Il Board of Peace non certifica la violazione: ne chiede la ripetizione come garanzia. Hamas ha risposto che nessuna trattativa può cominciare finché la prima fase non è eseguita. Un alto funzionario ha detto alla BBC che Mladenov deve fornire un calendario degli obblighi israeliani inevasi. Israele ha comunicato che non si ritirerà oltre la Linea Gialla. Fonti di sicurezza israeliane, citate da KAN News: «Se Hamas non si disarma, l’IDF tornerà a combattere a Gaza.»
La Global Sumud Flotilla aggiorna: Ávila e Abukeshek restano detenuti a Shikma. Il 5 maggio è morta Teresa Regina de Ávila e Silva, madre di Thiago; la famiglia ha chiesto il rilascio per il funerale, prorogato all’11 maggio. L’OHCHR ha chiesto il 6 maggio la liberazione immediata: «Non è un crimine portare aiuti alla popolazione di Gaza.» I due «continuano a essere trattenuti senza accusa».
“Nulli e privi di effetto”: formula del Board of Peace, applicata non alle violazioni di Israele ma al rifiuto di Hamas.
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