Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Benedetta Fiorini è già stata deputata di Forza Italia poi passata alla Lega, senza precedenti nel settore cinematografico, nel CdA di Enac e appena eletta in quello di Eni. Fino a poche settimane fa era nella sottocommissione del Ministero della Cultura che ha bocciato i 131.000 euro chiesti dal film “Tutto il male del mondo” su Giulio Regeni. Ieri mattina al Quirinale il ministro Giuli ha…
Tredici milioni e duecentosessantacinquemila. È il numero di italiani a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2025, secondo l’Istat. Il 22,6% della popolazione. Ieri la Commissione europea ha presentato la sua prima strategia per affrontare il problema. Zero euro aggiuntivi.
Roxana Mînzatu, vicepresidente esecutiva con delega ai diritti sociali, ha annunciato misure per l’esclusione abitativa, la povertà minorile, i diritti delle persone con disabilità. Solo che il documento, come ha anticipato Politico in esclusiva, non prevede nessun finanziamento fresco. La logica è questa: esistono già circa 100 miliardi nel prossimo bilancio UE destinabili a politiche sociali. Il problema, secondo un funzionario della Commissione che ha parlato in anonimato, è che i governi non usano bene i fondi disponibili. Niente soldi nuovi, più coordinamento.
Nella stessa settimana, l’Europa discute di portare la spesa militare a 800 miliardi entro il 2030. Il piano ReArm Europe, annunciato da von der Leyen il 4 marzo 2025, prevede fino a 150 miliardi in prestiti europei per la difesa, con altri 650 da bilanci nazionali esclusi dal Patto di Stabilità. Per la difesa si attiva la clausola di salvaguardia per 17 Stati membri. Per i poveri si chiede efficienza.
Il funzionario è onesto su un punto: prevenire la radicalizzazione e “mantenere la fiducia nell’Ue” sono tra le motivazioni che spingono Bruxelles sul tema della povertà. Il problema non è la sofferenza in sé. È che alimenta la destra. Marit Maij (S&D), vicepresidente dell’intergruppo del Parlamento europeo per la lotta alla povertà, lo dice esplicitamente: «Le persone che vivono in povertà sono troppo spesso ignorate, e questo alimenta una crescente sfiducia. La destra estrema sfrutta questo vuoto».
«Non c’è strategia senza soldi», ha detto Juliana Wahlgren, direttrice della Rete europea contro la povertà. Marie Toussaint (Verts/Ale), europarlamentare francese, ha chiesto «misure concrete e finanziamenti mirati» e che la Commissione «si assuma un ruolo guida». Il nodo è questo: delegare ai governi significa accettare le disuguaglianze tra i paesi. Romania e Bulgaria hanno ridotto di circa un terzo la quota a rischio nell’ultimo decennio. Germania, Francia e Austria hanno invece registrato aumenti. In Germania la quota è salita dal 17,3% del 2019 al 21,2% nel 2025.
L’obiettivo Ue era ridurre di 15 milioni le persone a rischio esclusione entro il 2030. A metà percorso la cifra è scesa di soli 3,4 milioni. Il dato europeo è fermo al 20,9%. In Italia i 13 milioni includono il 31,6% dei nuclei monogenitoriali, il 30,6% delle famiglie con tre o più figli. La grave deprivazione materiale è aumentata dal 4,6% al 5,2% in un anno. I redditi familiari reali restano inferiori del 4,9% rispetto al 2007. Nel frattempo l’Italia ha accettato al vertice Nato dell’Aia l’obiettivo del 5% del Pil in spesa militare entro il 2035, con quasi 23 miliardi aggiuntivi già programmati.
Ema Popovici, progettista dell’Ong Bucovina Institute in Romania, ha raccontato il problema concreto: «È molto difficile accedere ai sussidi a causa della burocrazia. Il sistema in sé è molto difficile da navigare». Il documento di Mînzatu riconosce: «I progressi sono stati lenti e dobbiamo riconoscerlo». Un avviso preventivo: questo non basta, ma per ora è tutto.
Sulla carta, per l’appunto. La Commissione ha presentato un documento. I governi hanno ricevuto un invito a coordinarsi. I tredici milioni di italiani a rischio povertà hanno ricevuto ancora una volta una strategia senza copertura. Per i carri armati c’è la clausola di salvaguardia. Per il cibo, per la casa, per l’affitto, il sistema “in sé è molto difficile da navigare”: lo dice qualcuno che ci è dentro, non un funzionario che parla in anonimato da Bruxelles.
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Alla libreria Rizzoli di Milano, il 4 maggio, Ignazio La Russa ha trovato le parole. Per la Flotilla: «manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Per il sequestro in acque internazionali: «La fortuna» che ti permette di «gridare che sei stato torturato». Matteo Piantedosi ha sottoscritto «pienamente». Il ministro presentava il loro libro, Dalla parte delle divise.
Nella Striscia di Gaza la produzione di pane è scesa del cinquanta per cento. I tagli a farina e diesel hanno ridotto la produzione da trecento a duecento tonnellate al giorno, ha dichiarato a The National Abdel Al Ajrami, dell’Associazione dei proprietari di panifici. Se il Programma alimentare mondiale riduce i finanziamenti, come previsto, il prezzo potrebbe triplicare. Mohammed Al Majdhoub ha avvertito: «Stiamo tornando verso la carestia». Non è un’ipotesi: l’IPC aveva certificato la carestia nel Governatorato di Gaza nell’agosto 2025 e quella fase era finita grazie al sistema che ora si smonta.
La Russa ha chiesto quanti bambini siano rimasti in vita grazie alla Flotilla. Oxfam documenta come quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio abbia distrutto la capacità di Gaza di sfamarsi. I due ministri trovano le parole contro civili su barche; le perdono quando una marina militare abborda navi in acque europee, ferisce trentuno persone e trattiene attivisti nel carcere di Shikma senza accuse formali. Adalah ha documentato percosse fino alla perdita di conoscenza. Israele: «False e infondate affermazioni preparate in anticipo».
La Global Sumud Flotilla si riorganizza a Creta con nuovi equipaggi da tutta Europa e una ventina di imbarcazioni dalla Turchia. «Ripartiremo e saremo ancora di più rispetto a quando siamo partiti dalla Sicilia», ha dichiarato uno degli attivisti. Dalla parte delle divise è una scelta. Anche quella di salpare lo è.
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Sono cinque miliardi ma manca la ricevuta. Il Canada spende in difesa cinque miliardi di dollari in più di quanto il Sipri riesca a calcolare. La Nato certifica la cifra ma non spiega nulla: nessun dato disaggregato, nessun dettaglio tecnico, nessuna categoria resa pubblica. Così la trasparenza diventa un optional.
Il rapporto annuale del Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, pubblicato il 27 aprile 2026, registra un record: 2.887 miliardi di dollari di spesa militare globale nel 2025, undicesimo anno consecutivo di crescita. Ma la notizia che conta è in un box del documento tecnico: nel 2025 si sono registrate “notevoli divergenze” tra i calcoli del Sipri e quelli della Nato. E poiché l’Alleanza non pubblica dati disaggregati né dettagli tecnici, la verifica indipendente “sta diventando più difficile”. La traiettoria è quella.
Il problema nasce al vertice dell’Aia del 24-25 giugno 2025: i 32 Paesi si impegnano al 5 per cento del Pil entro il 2035, con il 3,5 per la difesa e l’1,5 per spese legate alla sicurezza il cui confine è tutt’altro che delineato. Cifre che possono travisare la capacità militare reale, distorcere le valutazioni dell’equilibrio delle forze, influenzare la percezione delle minacce “sulla base di livelli di spesa che non riflettono accuratamente la capacità operativa”. L’impossibilità di controllo indipendente apre alla “contabilità creativa”: l’espressione è del Sipri stesso.
L’Italia conosce bene questa porta. Nel novembre 2024 il ministro Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) dichiarava in audizione che la spesa si sarebbe attestata all’1,6 per cento del Pil nel 2025-2027. Il 15 maggio 2025 comunicava alla Nato il raggiungimento del 2 per cento: un salto di 0,4 punti, circa 12 miliardi, senza legge di bilancio. L’Osservatorio Cpi dell’Università Cattolica scompone i numeri: solo 0,1 punti vengono da un reale incremento; gli altri 0,4 da una riclassificazione: Guardia di finanza, Capitanerie, spazio e cyber, “ambiti che finora non avevamo calcolato”, ammissione di Crosetto stesso. L’Osservatorio Mil€x stima la spesa italiana nel 2025 all’1,5 per cento del Pil; il 2,01 per cento è un perimetro contabile allargato.
Il Ponte sullo Stretto è il caso emblematico: citato dal Sipri come tentativo di “militarizzazione di progetti civili”. Tredici virgola cinque miliardi di euro stimati, opera difesa con argomenti “dual use” da diversi esponenti del governo. L’ambasciatore statunitense alla Nato Matthew Whitaker ha risposto che il Ponte “non ha alcun valore strategico militare”. L’Italia non è sola: Belgio, Slovenia, Spagna, Canada erano tutti sotto il 2 per cento nel 2024 e tutti sopra nel 2025, con aumenti concentrati nella categoria residuale “altro”, la meno verificabile.
Nel 2025 la spesa europea sale del 14 per cento a 864 miliardi, la Germania tocca 114 miliardi (+24 per cento), la Cina 336 miliardi al trentunesimo anno consecutivo di crescita. L’Italia è dodicesima con 48,1 miliardi, +20 per cento, ma il Sipri la colloca all’1,9 per cento del Pil, non al 2 dichiarato a Bruxelles.
Un’alleanza che rappresenta il 55 per cento della spesa militare mondiale non pubblica i criteri con cui calcola i propri dati. I numeri sulla capacità militare servono a prendere decisioni reali: su dove allocare risorse, su chi si fida di chi, su quale minaccia giustifica quale risposta. Se non sono verificabili, le decisioni poggiano su basi che nessuno può controllare.
Cinque miliardi canadesi senza ricevuta. Un ponte siciliano diventato per qualche settimana spesa militare. Guardia di finanza e Capitanerie improvvisamente reclassificate come difesa. Dettagli, visti uno per uno. Messi insieme, raccontano un’alleanza che ha fissato obiettivi sempre più alti senza costruire un sistema di verifica all’altezza, e che chiede ai propri membri di spendere di più, in fretta, su definizioni che lei stessa non pubblica.
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Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha rilasciato un’intervista a Libero nella quale afferma che i gruppi Antifa sono «intolleranti come lo furono i comunisti». L’occasione: ottant’anni dall’Assemblea Costituente. La tesi la firma un ministro nel giorno in cui si celebra la Costituzione. È cattiva storia e cattiva fede.
Il Partito Comunista Italiano (Pci) che Valditara cita non fu il partito che «sostituì le piazze alle urne». Organizzò il 60% delle formazioni partigiane nella Resistenza. Con la svolta di Salerno nel 1944 scelse di collaborare con tutte le forze democratiche. Con Umberto Terracini appose la firma alla Costituzione nel 1947. Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, varò un’amnistia che liberò numerosi ex fascisti. Il Pci rimase all’opposizione per quasi cinquant’anni. Novecento.org lo definisce «strenuo difensore dei valori della Costituzione». Confondere il comunismo sovietico con il Pci italiano non regge sul piano storico: regge su quello polemico, per delegittimare l’antifascismo senza nominarlo.
Valditara cita Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli, Piero Gobetti: Matteotti fu ucciso dai fascisti nel 1924, Rosselli in Francia nel 1937, Gobetti morì in esilio. Non uno fu colpito dagli Antifa. Usarli per equiparare i manifestanti ai fascisti che li assassinarono sfiora il falso storico. Il ministro denuncia «la sostituzione delle piazze alle urne» e «la demonizzazione dell’avversario»: applicate con la stessa misura, quelle parole descrivono bene il governo attuale.
A marzo 2026 il referendum sulla separazione delle carriere è stato bocciato con il 53,74% dei No. La legge Calderoli sull’autonomia differenziata, a novembre 2024, è stata colpita in sette punti dalla Corte Costituzionale per violazione dei principi di unità della Repubblica e garanzia dei diritti fondamentali. Il «modello Albania» ha accumulato sconfitte sistematiche: il Tribunale di Roma, nell’ottobre 2024, non convalidò il trattenimento dei dodici migranti nei centri albanesi; il 1° agosto 2025 la Corte di Giustizia Ue, nelle cause C-758/24 e C-759/24, ha stabilito che la designazione dei Paesi sicuri deve poter essere contestata dai giudici. Gjader è rimasto praticamente vuoto. Meloni, dopo la sentenza, scrisse che la giurisdizione «rivendica spazi che non le competono». Le regole valgono finché danno ragione al governo.
Nel luglio 2023, quattro puntate di «Insider» di Roberto Saviano, già registrate per Rai3, furono cancellate cinque giorni dopo che lo scrittore aveva definito Salvini «ministro della mala vita». Lega e Fratelli d’Italia presentarono formale richiesta in Commissione di Vigilanza. Le Federazioni internazionale ed europea dei giornalisti (IFJ e EFJ) definirono la cancellazione una lesione della libertà di espressione; il programma tornò in onda un anno dopo, sotto la pressione delle associazioni antimafia.
Il 25 aprile 2024 Antonio Scurati doveva leggere un monologo sul fascismo su Rai3: il contratto fu annullato all’ultimo minuto; Serena Bortone, che lesse il testo da sola, fu sospesa per sei giorni. I sindacati internazionali scrissero alla Commissione europea che il governo aveva «censurato programmi critici» ed «estromesso conduttori televisivi». Nello stesso anno l’Italia è scesa al 46° posto nell’indice di Reporters Sans Frontières. La querela di Meloni contro Domani è rimasta aperta fino al luglio 2024, quasi due anni dopo.
La Costituzione che Valditara evoca nacque dalla Resistenza. La scrissero comunisti, cattolici, liberali, azionisti. La firmò Terracini, dirigente del Pci. Il ministro la invoca mentre il governo accumula sconfitte. Il dissenso di piazza non è un pericolo per la democrazia: è il suo combustibile. Chi gestisce il potere e non sopporta il rumore non ha un problema con gli intolleranti. Ha un problema con chi non gli obbedisce.
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