Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Il 20 aprile il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha scritto ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo (FdI): la riforma delle intercettazioni produce effetti “oltremodo gravi e allarmanti” sul contrasto alla criminalità organizzata. Una lettera che Colosimo avrebbe tenuto nel cassetto, stando alle accuse M5S.
Il maggiore generale Avi Bluth, comandante del Comando Centrale israeliano in Cisgiordania, ha dichiarato il 4 maggio a Haaretz che i soldati non sparano ai coloni ebrei che lanciano pietre perché farlo «ha profonde conseguenze sociologiche». Ai palestinesi si applicano norme di ingaggio allentate per creare un «effetto deterrente». Ha aggiunto: «Stiamo uccidendo come non uccidevamo dalla fine del 1967».
Ha parlato con un giornalista, non in sede riservata. Ha usato il 1967 come metro del fuoco attuale in Cisgiordania. Ha chiamato «monumenti zoppicanti nei villaggi» i palestinesi menomati in modo permanente: segnale deliberato del prezzo da pagare. Nessuna affermazione è stata smentita dall’esercito israeliano.
Amnesty International documenta che sparare a chi lancia pietre non è risposta proporzionata: il diritto internazionale ammette la forza letale solo davanti a minaccia imminente di morte o ferimento grave. Il Consiglio per i diritti umani ONU ha registrato dal 28 febbraio 2026 almeno 22 palestinesi uccisi in Cisgiordania da forze israeliane o coloni. Bluth non contesta: rivendica.
Il 9 aprile la Commissione d’inchiesta ONU sui Territori Palestinesi Occupati ha avvertito che Israele «continua a perpetrare atti genocidari a Gaza» e che la crisi cisgiordana è oscurata dall’attenzione internazionale. Il comandante ha scelto questo momento per esporre sulla stampa una dottrina di fuoco che discrimina per nazionalità.
Flotilla Sumud: il tribunale di Ashkelon ha prorogato al 5 maggio la detenzione di Thiago Avila e Saif Abukeshek. Il team legale ha depositato ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro l’Italia come Stato di bandiera. La flottiglia si prepara a ripartire da Creta.
Haaretz, 4 maggio 2026: «Stiamo uccidendo come non uccidevamo dalla fine del 1967».
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Il governo Amato, nel 1992, introdusse l’Ici e già allora esentava gli enti non commerciali per le attività non lucrative. Poi arrivò Berlusconi.
Nel dicembre 2005 la legge 248 estendeva l’esenzione anche agli immobili con attività commerciali: alberghi, scuole paritarie, ospedali. Bastava che l’attività non fosse «esclusivamente commerciale». Da quella data al 2011 la Chiesa cattolica non paga l’Ici sugli immobili in concorrenza con operatori privati laici. Un albergo diocesano e un albergo privato sullo stesso isolato, stesso mercato, hanno tassazione diversa.
Il governo Monti introdusse l’Imu nel 2012, limitando le esenzioni agli immobili privi di finalità economiche. Il pregresso restava: sei anni di agevolazioni illegittime. La Commissione europea qualificò l’esenzione come aiuto di Stato, poi riconobbe all’Italia “l’assoluta impossibilità” di recuperare le somme, perché i dati catastali non consentivano di ricostruire l’imposta per ogni immobile. La vicenda sembrava chiusa.
Nel 2013 la scuola Montessori di Roma presentò ricorso, con il sostegno dei Radicali. Il 6 novembre 2018 la Grande Sezione della Corte di Giustizia Ue ribaltò tutto: l’impossibilità di riscossione erano «mere difficoltà interne» imputabili alle autorità nazionali. L’Italia doveva recuperare le somme per il 2006-2011. Le stime dell’Anci parlavano di 4-5 miliardi.
Seguirono quasi cinque anni di silenzio. Nel marzo 2023 la Commissione europea intimò all’Italia di procedere almeno a un recupero parziale, pena una procedura di infrazione. Il governo Meloni era al potere da cinque mesi. Non fece nulla.
Nel settembre 2024 arrivò il decreto-legge 131, il «Salva infrazioni», convertito in legge il 14 novembre 2024. L’articolo 16-bis limitava il recupero agli enti che negli anni 2012 o 2013 avevano dichiarato un’imposta Imu/Tasi superiore a 50.000 euro annui. Sotto quella soglia: nessun obbligo. La maggior parte delle parrocchie rimase fuori. Dai 4-5 miliardi originari si scese, secondo il Corriere della Sera, a una forchetta tra 200 e 500 milioni. Un funzionario dell’Anci confessò al Post che il totale potrebbe attestarsi intorno ai 150 milioni.
Il 23 dicembre 2025 un decreto della Presidenza del Consiglio fissò la scadenza: 31 marzo 2026. Il 26 marzo, cinque giorni prima, Palazzo Chigi firmò un nuovo decreto: proroga al 30 settembre 2026, per «limitata disponibilità di strumenti informatici adeguati». Il Ministero dell’Economia aveva approvato il modello di dichiarazione solo il 4 febbraio 2026. Era già il secondo rinvio: la prima scadenza era quella del settembre 2025, già slittata al 31 marzo. Otto anni dopo la sentenza, l’incasso reale potrebbe collocarsi in autunno 2026.
Ogni rinvio non è neutro. Sulle somme dovute maturano interessi calcolati secondo i criteri europei sugli aiuti di Stato, a partire dalla data in cui i benefici furono concessi.
La storia di questa vicenda disegna una continuità bipartisan che ha pochi eguali. Il privilegio fiscale lo creò Berlusconi nel 2005. Lo lasciò in piedi Prodi, modificandolo nel 2006. Lo smontò formalmente Monti nel 2012, ma solo per il futuro. Il silenzio post-sentenza del 2018 attraversò Conte I, Conte II, Draghi e i primi anni di Meloni. Il decreto Salva infrazioni del 2024 è intervenuto per ridurre l’esposizione degli enti religiosi, non per massimizzare il recupero.
Rimane una domanda che nessuno pone ufficialmente: quanto vale il rapporto con la Santa Sede rispetto a 200 milioni di gettito? La risposta implicita, iterata da maggioranza a maggioranza, è che vale di più. Ogni governo ha trovato la propria tecnica: chi invocando l’impossibilità oggettiva, chi approvando soglie protettive di fatto, chi certificando l’assenza di software a cinque giorni dalla scadenza. La forma cambia ma la sostanza no.
E il 30 settembre 2026? Si vedrà.
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Diciotto anni dentro il Partito Democratico: dalla candidatura di Walter Veltroni nel 2008, quando era capolista nel Lazio 1, ai governi Renzi e Gentiloni come ministro per la Semplificazione. Marianna Madia lascia il Pd. Approda, da indipendente, al gruppo di Italia Viva. Per chi l’ha seguita, era questione di tempo.
Facciamo un passo indietro. L’11 marzo scorso, al Senato, un voto su una risoluzione di politica estera. Sul tavolo c’è anche la mozione di Italia Viva, Azione e Più Europa, che impegna il governo a rafforzare il sostegno all’Ucraina senza escludere la cessione di mezzi e basi militari ai partner del Golfo. Madia non firma la risoluzione dem. Firma quella del Terzo Polo, accanto a Pier Ferdinando Casini. Spiega: «Condivido tutto il testo, in vista del Consiglio Ue e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Poche settimane prima era alla Leopolda di Matteo Renzi, accolta con calore fuori protocollo. Il segnale era già lì, ma nel Pd ci si era abituati a leggerlo come pressione interna. Il disagio ha un nome: il Movimento 5 Stelle. Madia lo ha detto senza circonlocuzioni: con il M5s esiste «una incompatibilità di cultura politica». Una posizione che equivale a contestare l’impianto stesso del “campo largo” di Elly Schlein.
Madia non è sola. L’area che i giornali chiamano “riformista” si è data un logo, un account social e un nome: “I riformisti”. Lorenzo Guerini (Pd), presidente del Copasir, ne è il punto di riferimento. Giorgio Gori (Pd), europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo, co-organizza gli eventi. Attorno a loro: Graziano Delrio (Pd), Pina Picierno (Pd), Lia Quartapelle (Pd), Sandra Zampa (Pd), Filippo Sensi (Pd), Simona Malpezzi (Pd). Da ottobre 2025 compaiono insieme a Milano, Prato, Modena, Roma. Il filo è invariato: il Pd ha sterzato verso posizioni incompatibili con una vocazione di governo, l’alleanza con M5s e Avs è tattica non politica, sulla difesa europea la linea è “ambigua”.
Alla direzione del 6 febbraio 2026, la prima in lungo tempo a non finire all’unanimità, la relazione di Schlein ha raccolto 162 voti e 11 astenuti. Prima di Madia aveva già lasciato Elisabetta Gualmini, europarlamentare, passata ad Azione, denunciando la mancanza di «agibilità politica»: stop alle presenze televisive, marginalizzazione in aula. Il ddl sull’antisemitismo di Delrio, che recepiva la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), ha reso il fossato visibile: la dirigenza ha preso le distanze dal proprio senatore. Quartapelle ha risposto: «Se chi ha il ruolo di fare sintesi risponde come un caporale di caserma, con un abuso di autorità». Sul referendum sulla separazione delle carriere del 22 e 23 marzo 2026, il Pd ha indicato il No; parte dei riformisti ha votato Sì.
Guerini, Delrio, Gori, Quartapelle, Picierno, Sensi, Zampa, Malpezzi restano dentro, puntando al congresso di fine 2026. La loro permanenza non segnala una tregua: segnala un conflitto entrato in una fase più lunga, in cui ogni addio alleggerisce la pattuglia senza risolvere la questione di fondo.
Il tempo stringe. Le politiche sono previste nel 2027, Schlein costruirà le liste a propria immagine, riservando ai riformisti lo spazio “minimo indispensabile”. La legge elettorale in discussione, con liste bloccate su base proporzionale, elimina l’unica leva di autonomia per i parlamentari con radicamento locale.
Madia ha scelto di uscire prima che la porta si chiuda. Gli altri ragionano su quando farlo, o su come non doverlo fare. Dentro un partito in cui la minoranza descrive da mesi “aria irrespirabile”, l’alternativa all’uscita è diventare irrilevante. E l’irrilevanza, per chi è stato ministro della Repubblica, costa più di un cambio di casacca.
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Ventiquattro mesi fa Ursula von der Leyen salì sul palco del vertice sull’intelligenza artificiale di Parigi e annunciò InvestAI: 20 miliardi di euro per fare dell’Europa “un continente dell’IA”. Di questi, 20 miliardi destinati alle “gigafactory”, supercalcolatori da oltre 100mila chip ciascuno. L’annuncio fu accolto con il consueto entusiasmo istituzionale. Poi arrivò la realtà.
Politico ha ricostruito i termini di quello che definisce uno spreco potenziale da 20 miliardi: l’accusa è che l’Ue stia costruendo infrastrutture di calcolo che rischiano di non servire allo scopo. Le gigafactory non esistono ancora. Il bando è slittato all’inizio del 2026. Nel frattempo Amazon ha annunciato per quest’anno una spesa da 200 miliardi per l’IA. Google 185. Microsoft e Meta rispettivamente 145 e 135.
La spesa europea per infrastrutture cloud sovrane è stimata a 10,6 miliardi nel 2026, un aumento dell’83 per cento anno su anno che resta una frazione rispetto agli investimenti americani. Arthur Mensch, Ceo di Mistral AI, la sola azienda europea in partita sui modelli linguistici avanzati, ha sintetizzato: «L’Europa sta costruendo un’eccellente regolamentazione con l’AI Act, ma non ci si regola fino alla supremazia computazionale».
Su carta, InvestAI è un salto rispetto alle tredici AI Factory già selezionate, tre delle quali figurano tra i primi dieci al mondo: Jupiter a Jülich al quarto posto, Lumi a Kajaani al nono, Leonardo a Bologna al decimo. Un’analisi delle factory selezionate prima dell’ottobre 2025 rivela la tensione: adatte alla ricerca su modelli medi, non a generare innovazione commerciale a scala continentale.
I consorzi sono composti in larga parte da istituzioni di ricerca, il settore privato è quasi assente. La quota dell’Unione è fissata al massimo al 17 per cento dei costi di ogni gigafactory: il resto deve arrivare dai privati, che stanno a guardare.
Prima delle gigafactory c’era Gaia-X. Lanciata nel 2019 per sottrarre dati agli hyperscaler americani, è diventata il simbolo dell’impotenza travestita da ambizione strategica. Dispute interne e un’esecuzione lenta l’hanno ridotta a un palcoscenico per recitare la sovranità digitale senza realizzarla. Le aziende americane sono entrate nel progetto e lo hanno modellato: i tre grandi hyperscaler statunitensi gestiscono ancora il 70 per cento dei servizi digitali europei.
Il Chips Act 2 rilancia una strategia che nella prima versione non è riuscita ad aumentare la produzione continentale di semiconduttori. La spesa in ricerca e sviluppo nell’Ue è di 794 euro pro capite, contro i 2.051 degli Stati Uniti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto circa quaranta modelli di fondazione avanzati, la Cina quindici, l’Ue circa tre.
L’AI Act, entrato in vigore nell’agosto 2024, stava già scivolando prima di applicarsi. La Commissione non ha rispettato la scadenza del 2 febbraio 2026 per le linee guida sui sistemi ad alto rischio e molti Stati membri non hanno ancora designato le autorità competenti. La risposta è stata il “Digital Omnibus”, presentato il 19 novembre 2025: rinvio delle norme da agosto 2026 a dicembre 2027. Peter Norwood, ricercatore di Finance Watch, lo chiama “deregolamentazione per accelerare”, con i consumatori a pagarne il prezzo. Con 62 iniziative su 96 prive di budget dichiarato, è impossibile verificare se le risorse corrispondano alle ambizioni.
Galileo arrivò tardi e fuori budget. Gaia-X è rimasta su carta. Il bando per le gigafactory ha già slittato, e gli hyperscaler pianificano quasi 700 miliardi di dollari di investimenti per il solo 2026. L’Europa risponde con 20 miliardi, in parte pubblici, in parte sperati.
Qui non si tratta di pessimismo. Si tratta di aritmetica.
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