Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
L’8 aprile Alessandro Giuli era alla Camera a spiegare perché il ministero aveva negato i fondi al documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni: «Non condivido né sul piano ideale né morale la scelta. Ma il ministero non può intervenire senza violare il principio di terzietà». La commissione, ha ripetuto, è tecnica e indipendente. Orientarla sarebbe stato un reato. Il 10 maggio lo stesso Giuli…
Di notte i topi mordono i bambini nelle tende mentre dormono. È la frase del bollettino UNRWA del 5 maggio, riferita al monitoraggio nella Striscia di Gaza. L’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi documenta infestazioni di roditori nelle strutture sanitarie di Khan Younis. L’Ocha ha rilevato roditori e parassiti nell’81% degli oltre 1.600 siti per sfollati valutati a Gaza. Il 90% delle infrastrutture idriche è distrutto. Il 60% delle famiglie non ha acqua sufficiente.
Reinhilde Van de Weert, rappresentante Oms a Gaza, il 5 maggio ha dichiarato: «Questa è solo la sfortunata ma prevedibile conseguenza di una situazione in cui le persone vivono in un ambiente al collasso.» Nei primi quattro mesi del 2026 l’OMS conta 17.000 infezioni da ectoparassiti. I nati morti sono aumentati del 140% rispetto al 2022. La carenza di rodenticidi aggrava il rischio di leptospirosi. Israele ha consentito l’ingresso di mille trappole per topi. 680.000 minori vivono in campi dove roditori e parassiti sono strutturali. Le tende che avrebbero dovuto essere riparo temporaneo sono residenza permanente: Israele ha bloccato la ricostruzione.
Il Board of Peace di Donald Trump ha ricevuto 100 milioni dagli Emirati per addestrare 27.000 agenti di polizia palestinesi in Egitto e Giordania. Lo riporta il Times of Israel, citando un funzionario americano. Le reclute — inclusi gli ex funzionari civili di Hamas — devono essere approvate dallo Shin Bet. Il governo tecnico palestinese istituito per sostituire Hamas non ha ancora ricevuto da Israele il permesso di entrare nell’enclave.
Le flotte della Global Sumud Flotilla si muovono da Creta verso Marmaris, in Turchia. La detenzione di Thiago Ávila e Saif Abukeshek è prorogata fino al 10 maggio.
Di notte i topi mordono i bambini nelle tende mentre dormono.
L’articolo L’inferno dei bimbi di Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Centosessantacinque miliardi di euro. È la raccolta del gioco d’azzardo in Italia nel 2025, nuovo record confermato dalla Relazione ufficiale trasmessa alle Camere il 14 aprile dal Ministero dell’Economia. Più della spesa sanitaria pubblica. Per ogni euro che lo Stato incassa, qualcuno ha già scommesso venti su una probabilità costruita per perdere.
Sono 18 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno tentato la fortuna almeno una volta, secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Di questi, 1,5 milioni sono giocatori patologici, il 3% della popolazione adulta. Altri 1,4 milioni a rischio moderato. Per ogni giocatore patologico, altre sette persone sono coinvolte. Il dossier “Azzardomafie” di Libera stima che 20,4 milioni di cittadini subiscano l’”azzardo passivo”.
L’industria non vende intrattenimento: vende rinforzo intermittente. Ricompense casuali che mantengono alta l’aspettativa, lo stesso meccanismo che la letteratura scientifica associa alle dipendenze da sostanze. Slot machine, app, bonus, cashback: ogni elemento è progettato per prolungare l’esposizione. Chiamarlo “gioco” è una manomissione semantica. L’azzardo industrializzato è un condizionamento operante pensato per impedire di smettere.
Province povere e quartieri periferici registrano densità più alta di slot e perdite pro capite più pesanti. Prato nel 2024 ha toccato 4.298 euro di spesa per abitante, bambini compresi. I conti online attivi sono passati da 11 milioni nel 2020 a quasi 16 milioni nel 2024. Nel 2025 il canale digitale ha assorbito il 61% della raccolta, contro il 35% del 2019.
Poi c’è il mondo del gioco sommerso e illegale. Le relazioni della DIA e della Direzione Nazionale Antimafia documentano 147 clan attivi in 16 regioni, sotto 25 Procure antimafia. Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita, reti transnazionali: rendimenti elevati, rischi penali contenuti, riciclaggio dentro lo stesso circuito che genera il denaro sporco. Secondo la Dia, il gioco ha superato il narcotraffico come prima fonte di guadagno della criminalità organizzata italiana.
Nel primo semestre 2025, l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia ha ricevuto 6.433 segnalazioni sospette dal settore scommesse, per 728 milioni di euro, un incremento del 37% rispetto allo stesso semestre del 2024. Tra il 2023 e il 2025, 21 attentati e incendi a sale gioco. Il mercato parallelo vale tra i 20 e i 25 miliardi l’anno, secondo Agic e Luiss Business School.
Tornando al gioco legale, lo Stato è contemporaneamente concessionario, regolatore e beneficiario fiscale. Con la legge n. 41 del 2024 è stata istituita la Consulta permanente dei giochi pubblici al Ministero dell’Economia, con partecipazione diretta dei concessionari: i vigilati dentro l’organo di vigilanza. La legge di bilancio 2025, all’articolo 66, ha soppresso l’Osservatorio sul gioco d’azzardo patologico del Ministero della Salute, nato nel 2016, e il fondo vincolato di 50 milioni l’anno per prevenzione e cura. Le risorse sono confluite in un fondo generico in cui alla voce azzardo spetta il 34,25%.
La Corte dei Conti nel 2024 aveva segnalato le incongruenze tra volumi del giocato, gettito erariale e costi sociali. Nessuna correzione. Il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha dichiarato che la linea è “mantenere un equilibrio costante tra regolazione, innovazione e tutela dell’interesse erariale.” L’interesse erariale: 11,4 miliardi a fronte di 165 di raccolta. Meno di 7 euro ogni 100 giocati.
L’azzardo cresce dove arretrano i salari, dove il welfare è debole, dove la mobilità è bloccata. Il profilo del giocatore abituale si sovrappone a quello del lavoratore povero, del precario cronico, del pensionato con assegno insufficiente. Dove lo Stato smette di assicurare certezza, il mercato vende l’illusione della sorte. Solo che l’illusione è un prodotto industriale, calibrato per essere persa.
L’articolo Italia paese del gioco d’azzardo: 165 miliardi, tre milioni di dipendenti. E un mercato illegale parallelo dove operano 147 clan sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
L’Ucraina come randello. Il 6 maggio, su Rete 4, Roberto Vannacci e Carlo Calenda si sono seduti uno di fronte all’altro per parlare dell’Ucraina. Hanno parlato di loro stessi. Vannacci ha detto che l’Unione europea ha “regalato 90 miliardi” all’Ucraina, sottraendoli agli ospedali italiani. Calenda ha risposto che è un prestito garantito dagli asset russi congelati. Poi si sono accusati di mentire.
Pagella Politica ha ricostruito la vicenda. Il quadro è più scomodo di quanto entrambi vogliano ammettere.
Il 23 aprile 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha adottato l’atto finale per il prestito da 90 miliardi all’Ucraina. La decisione era stata approvata dal Consiglio europeo il 18 dicembre 2025, bloccata dal veto di Viktor Orbán e sbloccata dopo la vittoria di Péter Magyar il 12 aprile, che ha chiuso sedici anni di governo orbaniano. I 90 miliardi sono un prestito emesso sui mercati tramite debito comune europeo: 30 miliardi al bilancio ucraino, 60 alla difesa. Il servizio del debito lo copre il bilancio europeo: un miliardo per il 2027, tre all’anno dal 2028. Su questo Calenda ha ragione. Solo che poi esagera.
Il rimborso è legato alle riparazioni che la Russia dovrà corrispondere all’Ucraina. Finché non paga, Kiev non restituisce nulla. I 210 miliardi di asset russi congelati sono una garanzia possibile, non automatica. Lo ribadisce Pagella Politica: l’utilizzo degli asset è un’ipotesi. Vannacci non sbaglia quando dice che il rimborso è incerto. Sbaglia a chiamarlo regalo: il costo reale oggi è il servizio del debito.
Vannacci semplifica per eccesso, Calenda per difetto. Entrambi usano i numeri come clava.
Sui tecnicismi del Regolamento europeo la questione è aperta. La cosa interessante è perché abbiano scelto di litigare su questo, in questo modo.
Vannacci è europarlamentare e fondatore di Futuro Nazionale, partito lanciato il 3 febbraio 2026 dopo aver abbandonato la Lega. Si rivolge a chi percepisce i soldi europei per Kiev come soldi sottratti agli italiani. L’argomento dei “13 miliardi sottratti agli ospedali” è un’emozione impacchettata in un numero. Chi controlla che gli ospedali siano sottofinanziati per il prestito all’Ucraina e non per trent’anni di tagli?
Calenda è senatore e segretario di Azione. Il sostegno a Kiev è per lui un marcatore identitario, una separazione dal “populismo” di destra e di sinistra. Quando corregge Vannacci, lo fa per costruire la scena del “serio contro il demagogo”, non per precisione tecnica. Solo che la sua versione presenta come certa una garanzia che il regolamento descrive come eventuale. Il risultato è che due politici hanno discusso di una guerra usando i morti ucraini come sfondo per una lite di cortile.
L’Ucraina è un paese sotto attacco dal febbraio 2022, con infrastrutture distrutte e civili sfollati. I 90 miliardi serviranno anche a pagare stipendi di insegnanti e medici in un paese il cui bilancio è tenuto in piedi dagli alleati perché la guerra assorbe risorse che in tempo di pace andrebbero ai servizi. Discutere se siano un “regalo” o un “prestito” senza menzionare a cosa servano è espungere gli ucraini dalla conversazione. Ridurli a occasione contabile.
Vannacci li espunge per ideologia: confini e interessi nazionali. Nessuna solidarietà transnazionale. Calenda li espunge per eccesso di tecnicità: talmente concentrato a smontare l’avversario che il paese aggredito diventa il pretesto, non il soggetto. Entrambi parlano come se lì non ci fosse nessuno. Quando la guerra viene presentata solo come un costo, qualcuno inizia a chiedersi se valga la pena pagarlo. La risposta che forniscono è la stessa: dipende da quanto ci costa. Gli ucraini muoiono. Ma quello, in fondo, è affare loro.
L’articolo Vannacci e Calenda, confronto-scontro sull’Ucraina. Ecco il fact checking del botta e risposta: hanno torto tutti e due sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
A Palazzo dei Normanni la conferenza stampa dell’addio ha la forma di un regolamento di conti. Sonia Alfano, già europarlamentare, già presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento europeo, figlia di Beppe Alfano, il giornalista assassinato da Cosa Nostra a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993, legge la sua uscita da Azione con la precisione di chi ha imparato a pesare le parole in ben altre aule. Carlo Calenda non le ha neanche risposto al telefono. E la frase con cui ha aperto la conferenza vale come sentenza: «Doveva commissariare la Sicilia e ha finito per commissariare se stesso».
Dentro c’è tutto: la pretesa verticistica, la nomina che ha fatto esplodere la crisi. Azione in Sicilia non si sgretola per una questione di caratteri. Si sgretola perché i dirigenti locali non riconoscono più la direzione politica come propria. Quando hai costruito tutto sulla legalità e sulla distanza dal centrodestra siciliano, nomi e silenzi diventano manifesti politici.
Con Alfano lasciano Vincenzo Faraone, dirigente della sezione palermitana, e Damiano Motta, segretario provinciale di Ragusa. Il gruppo di Trapani sarebbe già sull’uscio. Azione perde in un pomeriggio quasi tutta la propria classe dirigente regionale, a un anno dall’avvio della campagna per le Regionali 2027.
La nomina che ha rotto gli argini è quella di Francesco Italia, sindaco di Siracusa, a commissario regionale di Azione. La direzione nazionale ha formalizzato la scelta circa due settimane prima. Italia è in Azione dal 2019, fa parte del comitato promotore del partito in Sicilia fin dall’inizio. Per i dirigenti uscenti la nomina rimane «inspiegabile».
Il punto è dove si colloca Azione rispetto al governo regionale di Renato Schifani. Per mesi, Calenda aveva riempito i propri social di critiche alla gestione della sanità siciliana. Poi il silenzio. I dirigenti aspettavano l’opposizione che avevano costruito. Trovavano il vuoto. Alfano: «Non ho più visto nel partito quei valori e quella linearità che ci avevano convinto ad aderire. Sono state abbandonate battaglie che avevano alimentato speranze ed entusiasmo».
C’è poi la questione interna. Il vertice, secondo Alfano, «impedisce di fare politica libera». Un partito che si presentava come alternativa alla politica dei notabili, gestito con la stessa verticalità che contestava negli avversari. Calenda, durante un viaggio in Sicilia, avrebbe preferito «un bagno a mare» a incontrare i dirigenti. Una metafora che i fuoriusciti non hanno lasciato cadere.
In sala stampa è presente Ismaele La Vardera, deputato regionale, fondatore di Controcorrente e candidato alla presidenza della Regione, che rivolge ad Alfano una «dichiarazione d’amore» politica: «Può essere la tua casa naturale». Alfano chiede «qualche ora di riflessione». Faraone e Motta escludono un assorbimento in blocco. La scena racconta un mercato in movimento: ogni fuoriuscita apre una contrattazione. Solo che Alfano viene da una storia in cui la legalità è una biografia, non un posizionamento.
La «furbizia di Schifani» sta qui: allontanare le elezioni sgonfia la pressione accumulata dopo il referendum di marzo, in cui il no aveva superato il 60% in Sicilia. Più tempo c’è, più i pezzi si disperdono. Controcorrente è fuori dal tavolo del campo progressista da gennaio. Azione perde i suoi dirigenti. Italia Viva di Davide Faraone non sfonda. Il centro siciliano che dovrebbe raccogliere il voto anti-Schifani è, sostanzialmente, ancora un titolo di giornale.
Calenda non risponde al telefono. La Sicilia anticipa qualcosa che si capirà tra qualche mese. Non è detto che sia qualcosa di buono.
L’articolo Azione, Sonia Alfano molla Calenda: il leader nomina un commissario regionale e in Sicilia il partito si sgretola sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
... | 120 | 125 | 130 | 135 | 140 | 145 | 150 | 155 | 160 |...
AgoraVox Italia