Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Dentro al ministero della Cultura, in queste ore, si decide chi sta con chi. Il ministro Alessandro Giuli ha revocato due figure chiave del suo staff: Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica e vicinissimo al sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, ed Elena Proietti, capo della segreteria personale e dirigente di Fratelli d’Italia in Umbria. La motivazione ufficiale per Merlino è il caso del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti, escluso dai contributi selettivi del Mic in aprile nonostante 76 atenei italiani avessero aderito alla proiezione promossa dalla senatrice Elena Cattaneo. Per Proietti, una missione a New York saltata.
La sostanza è altra. Tutti raccontano una guerra interna a Fdi che ha trasformato il dicastero in arena di regolamento dei conti. L’11 maggio Giorgia Meloni ha convocato Giuli a Palazzo Chigi per quella che le fonti del partito definiscono “una strigliata” durata un’ora. In questo clima da regolamento di conti dentro al partito, la premier prova a fare da paciere. Resta fuori dal campo, intanto, un’emergenza che i numeri certificano da anni: la povertà educativa.
L’Osservatorio povertà educativa di Openpolis e Con i Bambini hanno pubblicato il 12 maggio un’analisi sull’accesso dei minori ai luoghi della cultura. Italia primo paese al mondo per siti Unesco, con 61 beni iscritti nel 2025: davanti a Cina, Germania, Francia. Eppure chi vive in una famiglia a basso reddito con figli, nel 2022, ha visitato un sito culturale solo nell’11,3% dei casi. La media nazionale è il 22,6%. Tra le famiglie ad alto reddito con figli si sale al 36,9%: tre volte tanto.
I divari territoriali sono altrettanto netti. In Trentino oltre il 60% dei minori ha visitato un museo almeno una volta nel 2022. In Calabria il 23,3% nel biennio 2022-2023, ultima in classifica. La Campania ha una densità museale altissima (3,46 musei per cento chilometri quadrati) ma vi accede solo il 28,9% dei minori. Nei comuni polo oltre il 54% dei musei resta aperto per più di 250 giorni l’anno; nelle aree interne solo il 33,5%. Tradotto: dove vivono i bambini più fragili, i luoghi della cultura sono spesso turistici e a singhiozzo.
I musei italiani che hanno attivato vere e proprie partnership con la scuola sono il 30,1%. Quelli coinvolti in progetti di inclusione rivolti a chi vive in povertà economica, educativa o culturale appena l’11,8%. Dati Istat rielaborati da Openpolis. Pubblici, accessibili, ignorati.
Meloni ha convocato Giuli per ricomporre la frattura con Fazzolari. Risulta più difficile ricordare una convocazione fatta per chiedere conto di questi numeri. Il fondo per il contrasto della povertà educativa minorile esiste dal 2016, oggi gestito da Con i Bambini, e produce rapporti annuali. Il ministero della Cultura, intanto, dispone di quattordici milioni di contributi selettivi per il cinema, distribuiti da commissioni i cui criteri sono diventati materia di interrogazione parlamentare proprio sul caso Regeni.
In Italia un milione e quattrocentomila minori vivono in povertà assoluta. Altri 2,2 milioni in povertà relativa, sempre secondo Con i Bambini. La povertà educativa, scrivono, è legata a quella economica: si alimentano a vicenda, si trasmettono di generazione in generazione. Andrebbe trattata con la stessa urgenza dell’altra.
Intanto la macchina ministeriale diventa uno strumento per pesare le proprie correnti da un lato e per ricucire gli strappi dall’altro. Le bambine e i bambini che a Reggio Calabria o a Lampedusa hanno visto un museo solo nei libri restano fuori dal perimetro politico. Senza fazione, senza chat interne, senza missioni a New York da saltare.
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Mentre Bruxelles vende il sogno della difesa comune, ottocento miliardi per il piano di Riarmo Ue e centocinquanta miliardi dello strumento Safe, succede una cosa che dovrebbe fermare tutti per un attimo: i governi nazionali si rifiutano di dire alla Commissione cosa stanno comprando, da chi, a che prezzo. Lo racconta Politico Europa in un’inchiesta firmata da Jacopo Barigazzi sul “data denial”, il rifiuto sistematico di comunicare le informazioni di base sugli acquisti militari. Stiamo per spendere mille miliardi per riarmare il continente, e ignoriamo cosa stiamo comprando.
Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, rispondendo per iscritto a un’interrogazione del Parlamento europeo, ha dovuto ammettere che sui ventisette Stati membri solo dodici hanno trasmesso i dati sugli acquisti collaborativi all’Agenzia europea per la difesa. Senza quei numeri, riconosce lo stesso commissario, valutare se la strategia funzioni è “impossibile”. Il benchmark del 35% di acquisti congiunti, fissato dall’Agenzia nel 2007, resta indimostrato in vent’anni di rilevazioni. Nel 2022, ultimo dato disponibile, era al 18%. La Strategia industriale europea della difesa del 2024 alza il target al 40% entro il 2030. Solo che è una semplice comunicazione, priva di forza legale: obblighi di reporting volontari, sanzioni inesistenti, l’unica leva della Commissione è denunciare pubblicamente chi non collabora.
Insomma, gli Stati diffidano della Commissione e diffidano l’uno dell’altro, e protestano per il principio. Wouter Beke, eurodeputato belga del Partito popolare europeo nella commissione Difesa, lo dice a Politico: la sfiducia è uno dei principali ostacoli a una vera unione europea della difesa. Hannah Neumann, verde tedesca nella stessa commissione, è più precisa: senza i dati salta il controllo democratico sulla spesa militare. Kubilius può ripetere quanto vuole che il joint procurement riduce i costi: i ministeri annuiscono e poi firmano contratti bilaterali con i fornitori storici.
A Varsavia la frattura è esplosa in chiaro. A marzo il presidente Karol Nawrocki ha posto il veto sulla legge che doveva consentire alla Polonia di attingere ai 43,7 miliardi di prestiti Safe, la quota più grossa dell’intero strumento. Il premier Donald Tusk ha risposto annunciando un piano alternativo per ottenere comunque i fondi, e difendendo l’operazione con un argomento che, di fatto, smonta l’idea stessa di acquisto europeo: l’89% dei soldi resterà in Polonia. Una difesa europea finanziata dall’Europa che però spende a casa propria, certificata dal premier più europeista del consiglio. Sostanzialmente: tutti vogliono il prestito agevolato, nessuno vuole condividere il mercato.
Studi convergenti misurano il prezzo della frammentazione. Il think tank Ecipe ha calcolato che tre quarti dei contratti finiscono ad aziende nazionali, e solo circa il 10% della spesa risulta nel database europeo Ted. Il resto è buio. Bruegel stima che la mancanza di un mercato unico fa lievitare i costi unitari del 30%, e che una vera integrazione dimezzerebbe i prezzi. Una quota di quel migliaio di miliardi è già destinata a evaporare in rendite di posizione, pagate a imprese che hanno interesse opposto a una difesa europea integrata.
Sostanzialmente la difesa europea, per come la stanno costruendo, è una macchina che converte denaro pubblico in margine privato: gli Stati firmano, la Commissione presta, le imprese incassano, i Parlamenti scoprono dopo. La retorica della sicurezza serve a chiudere il dibattito prima che si apra. Quando un governo rifiuta di dire alla Commissione cosa sta comprando, dice qualcosa di preciso: la spesa militare è uno spazio politico in cui la trasparenza è un fastidio, e l’Europa un’astrazione utile a giustificare il bilancio. Mille miliardi al buio, da pagare ventisette volte.
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Si discute di Vannacci sì, Vannacci no. Di Calenda dentro o fuori. Di soglie alzate per tenere alla larga il generale o abbassate per accoglierlo. Di Forza Italia cuscinetto, dell’ammucchiata che verrà. Intanto, alla Camera, scorre il testo della nuova legge elettorale, l’A.C. 2822, e a smascherare la vera operazione sono 126 costituzionalisti. L’appello promosso da Articolo21 l’11 maggio…
Novantatré voti su novantatré. Lunedì 11 maggio la Knesset ha approvato un tribunale speciale autorizzato a comminare la pena di morte ai palestinesi condannati per l’attacco del 7 ottobre 2023. Lo riporta l’Associated Press. I processi saranno trasmessi in diretta. Il paragone con il processo del 1962 al criminale nazista Adolf Eichmann lo fanno gli stessi proponenti.
Tre organizzazioni israeliane per i diritti umani — il Centro per la difesa dell’individuo, il Centro legale Adalah e il Comitato pubblico contro la tortura — in una nota dell’11 maggio definiscono la legge «uno spettacolo punitivo e retributivo» che subordina «ogni principio di giustizia penale equa». Le sentenze potranno essere pronunciate a maggioranza.
Lo stesso giorno il New York Times pubblica l’inchiesta di Nicholas Kristof, “The Silence That Meets the Rape of Palestinians”: quattordici testimoni descrivono stupri e abusi sessuali sistemici nelle carceri israeliane. Tre di loro minorenni. Risposta del ministero degli Esteri israeliano: «calunnia del sangue». Secondo il Comitato pubblico contro la tortura, Israele detiene oggi 1.300 palestinesi di Gaza senza accusa formale.
La rima Eichmann vale per ciò che la legge mostra. Ciò che la legge non mostra resta fuori inquadratura: i detenuti senza accusa, le testimonianze di Kristof, le condizioni del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, detenuto dal 27 dicembre 2024 e descritto «quasi irriconoscibile» da tre prigionieri rilasciati.
A Marmaris cinquantasette imbarcazioni della Global Sumud Flotilla si sono riunite l’11 maggio in assemblea per decidere se ripartire. Saif Abukeshek e Thiago Ávila, liberati dopo dieci giorni di detenzione, ricordano che restano dentro 9.500 palestinesi. Nessuno di loro avrà un processo in diretta.
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Lo dice il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha all’Euractiv, e lo dice in inglese perché il messaggio è diretto a Bruxelles più che a Roma: il protocollo sui migranti firmato tra Italia e Albania da Edi Rama con Giorgia Meloni il 6 novembre 2023 si chiude nel 2030 senza proroghe. «Non ci sarà alcuna estensione perché saremo membri dell’Unione europea», ha detto Hoxha. L’accordo dura cinque anni e a quella data Tirana punta a essere seduta al tavolo del Consiglio. Una volta dentro, i centri di Gjadër e Shëngjin smettono di essere territorio extraterritoriale: diventano suolo comunitario. Un Cpr italiano dentro l’Unione, su concessione di un altro Stato membro, sarebbe una contraddizione, è il senso del ragionamento.
Sebbene in serata il premier albanese Edi Rama, dopo che la notizia è rimbalzata per quasi tutta la giornata sui media italiani, decida di intervenire sulla questione per precisare che “il protocollo con l’Italia durerà fintantoché l’Italia lo vorrà” parlando di “citazione fuorviante” attribuita al suo ministro degli esteri.
La calendarizzazione è precisa. Il 17 novembre 2025 Tirana ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali in tredici mesi, un record assoluto per i Balcani occidentali. La commissaria all’Allargamento Marta Kos indica la fine del 2027 come orizzonte per la chiusura tecnica del negoziato. Tra la chiusura tecnica e l’adesione passano almeno due anni di ratifiche nei ventisette parlamenti: il margine coincide, a spanne, con la scadenza del protocollo. Hoxha sostanzialmente lo certifica: «Tutti hanno fatto lo stesso calcolo».
Roma ha letto la dichiarazione come un atto amichevole. Il ministro albanese ha avuto cura di precisare che Tirana è un partner affidabile, che «l’Italia aveva bisogno di aiuto, l’abbiamo aiutata». Solo che il messaggio politico ribalta il tono diplomatico: l’orizzonte del modello Albania è già scritto, e finisce entro il 2030. Da lì qualunque governo italiano provasse a estendere l’accordo dovrebbe chiederlo a uno Stato membro, con tutte le conseguenze giuridiche del caso.
La premier Giorgia Meloni ha venduto i centri come modello replicabile per l’Europa intera. Il 13 novembre 2025 ha firmato con Rama nuovi protocolli bilaterali. Il 23 aprile 2026 l’avvocato generale della Corte di Giustizia Ue Nicholas Emiliou ha giudicato l’impianto «compatibile con il diritto dell’Unione», a patto che siano rispettate le tutele individuali dei trattenuti. Il governo ha esultato. Hoxha, una settimana dopo, ha tirato il freno.
Restano aperti due fronti giudiziari pesanti: la Cassazione, che a giugno 2025 ha rimesso il protocollo alla Consulta, e il rinvio pregiudiziale della Corte d’appello di Roma del 22 ottobre 2025, che chiede a Lussemburgo se uno Stato membro abbia titolo a firmare un accordo bilaterale in materia di asilo.
“Da ‘fun-zio-ne-ran-no’ a ‘chiu-de-ran-no’. L’annuncio del governo di Tirana di non voler rinnovare l’accordo con l’Italia sui centri per i migranti è la pietra tombale sul fallimentare quanto costosissimo spot albanese di Meloni”, hanno attaccato, prima della smentita di Rama, i capigruppo M5S delle Commissioni Esteri e Politiche Ue di Senato e Camera, i senatori Alessandra Maiorino e Pietro Lorefice e i deputati Francesco Silvestri e Filippo Scerra. “Centinaia di milioni buttati via e centinaia di agenti sottratti al presidio delle città italiane per fare la guardia a poche decine di migranti – concludono -. Dopo essere stata scaricata perfino dall’Albania, Meloni chieda scusa agli italiani per questo flop e per aver ridotto l’Italia a una nazione-barzelletta che nessuno più rispetta”.
Intanto, i conti dell’operazione sono diventati materia da Corte dei conti. La relazione tecnica allegata alla legge di ratifica stimava costi complessivi attorno ai 653 milioni di euro in cinque anni. ActionAid il 5 dicembre 2025 ha depositato un esposto di sessanta pagine documentando affidamenti diretti e un contratto da 133 milioni ad una cooperativa mai formalmente firmato. La manovra 2026 stanzia altri 71,4 milioni sul triennio 2026-2028. Nel 2024, per cinque giorni effettivi di operatività, la Prefettura di Roma ha versato 570 mila euro.
Dall’apertura della seconda fase, l’11 aprile 2025, fino al 20 aprile 2026 sono transitati a Gjadër 527 stranieri, tutti già destinatari di provvedimenti di rimpatrio. Per oltre la metà i giudici non hanno convalidato il trattenimento. Quaranta sono rientrati per inidoneità sanitaria. Capienza operativa: 96 posti. Shëngjin in standby. L’intento dichiarato parlava di trentaseimila persone l’anno.
Hoxha quindi ha messo una data sopra un esperimento che a Tirana ha sempre convinto a metà, e che a Roma resta l’unica vetrina della stagione migratoria di questo governo. Sostanzialmente, il modello che Meloni voleva vendere all’Europa lo manda in pensione l’Europa stessa, attraverso la porta dell’allargamento.
Aggiornato alle 18:10
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