Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Lafi al-Najjar, palestinese cieco di trentasei anni, vive in una tenda tra le macerie di Khan Younis. Suo figlio Adel, nove anni, è stato ucciso il ventotto aprile in un attacco israeliano. A Reuters, l’undici maggio, al-Najjar ha detto: «La guerra è ancora in corso. Si è fermata negli annunci, sul terreno non si è fermata».
Il dato lo conferma. Il rapporto mensile di Acled, Armed Conflict Location and Event Data Project, pubblicato ieri, registra ad aprile un aumento del trentacinque per cento degli attacchi israeliani sulla Striscia rispetto a marzo. Dal cessate il fuoco con l’Iran dell’otto aprile il Ministero della Salute di Gaza conta centoventi palestinesi uccisi, di cui otto donne e tredici bambini: il venti per cento in più delle cinque settimane precedenti, quando l’aviazione israeliana bombardava Teheran. Dal cessate il fuoco di ottobre, mediato da Stati Uniti e Qatar, i palestinesi uccisi sono ottocentocinquanta, contro quattro soldati israeliani.
Ieri, alla Sala del Mappamondo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha riferito alle Commissioni Esteri e Difesa: «Il governo continua a prestare la massima attenzione operativa nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, con l’obiettivo di arrivare a due Stati». Sulle misure commerciali contro Israele frena: «Otto Paesi dell’Unione hanno espresso dubbi, perché il rischio è colpire la popolazione civile israeliana, non il governo Netanyahu». Resta aperta l’ipotesi di sanzioni sui prodotti dei coloni.
Stamane salpa da Marmaris la Global Sumud Flotilla: cinquantaquattro imbarcazioni e oltre cinquecento attivisti.
Khdour, ricercatore Acled: «Bombardamenti, droni e fuoco di artiglieria continuano lungo la linea di armistizio, colpendo militanti e civili, donne e bambini». La guerra si è fermata solo negli annunci.
Occhi su Gaza, diario di bordo #209
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Marsiglia, marzo 2026. Elezioni amministrative. Sui muri compaiono dei codici QR. Chi li scansiona finisce su un blog firmato “Sophie”, che racconta una storia di abusi sessuali attribuiti a Sébastien Delogu, deputato della France Insoumise e candidato sindaco. La storia è falsa, il blog fasullo, il dominio sparirà nel giro di settimane. A Tolosa, contro François Piquemal, escono inserzioni sponsorizzate su La Dépêche du Midi. A Roubaix, contro David Guiraud, partono pagine Facebook a grappolo. Tre città, tre candidati, lo stesso copione.
Il 10 marzo Le Monde pubblica l’inchiesta: campagna di interferenza coordinata, fotografie generate con intelligenza artificiale, marcatori tecnici stranieri nei metadati. Viginum, il servizio governativo francese che si occupa di interferenze digitali, conferma. Le Monde nomina il sospettato: una lobby pro-israeliana attiva in Europa, in conflitto aperto con Mélenchon.
Il 13 maggio Reuters fa un altro passo: l’agenzia che avrebbe materialmente eseguito parte dell’operazione sarebbe una società israeliana sconosciuta, definita sul proprio sito “compagnia d’élite di influenza, cyber e tecnologia costruita per l’era moderna della guerra dell’informazione”.
Il sito è stato chiuso poco dopo le domande dei giornalisti. Anche LinkedIn. Meta ha rimosso una rete di account “originaria di Israele” e diretta “principalmente contro la Francia”. Google e TikTok hanno confermato in via indipendente.Solo che è la geometria della storia a meritare attenzione.
Pochi giorni prima dell’inchiesta sui candidati insoumis, lo stesso Viginum aveva attribuito a un network russo, una campagna di disinformazione contro Pierre-Yves Bournazel, candidato di centro-destra alla mairie di Parigi. Un video fasullo lo accusava di voler trasformare il Centre Pompidou in centro per migranti. AFP, fact-checker, redazioni: smentita compatta in poche ore, allarme per la “guerra ibrida” russa. Le visualizzazioni erano sotto le ventimila.
L’operazione contro tre candidati di sinistra dura settimane, mobilita siti, blog, QR code in strada, sponsorizzate su carta stampata, immagini AI, account a sciame. Conseguenza politica reale: Delogu si ritira al ballottaggio per non spaccare il voto, Piquemal perde Tolosa di un soffio, Guiraud passa solo a Roubaix. Reazione: tiepida. Il governo francese tace, il ministero degli Esteri israeliano si chiama fuori. Mélenchon chiede una legge più severa sulle interferenze straniere. Risposta, ora, zero.
Sul piano delle prove i due casi sono equivalenti: Viginum ha fatto il suo lavoro in entrambi. È il nome del committente a cambiare il trattamento. Russia è una parola politicamente spendibile e diventa apertura di tg, Israele no,resta dossier d’élite.
Vale la pena ricordare che, nella stessa settimana, in Honduras continuano a circolare i trentasette audio dell’inchiesta Hondurasgate, in cui l’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato a quarantacinque anni a New York per quattrocento tonnellate di cocaina e graziato da Trump il 1° dicembre 2025, evoca il “primo ministro di Israele” come parte attiva nella sua liberazione. Le testate italiane di area moderata, che sulle ingerenze russe hanno fatto i titoli, sull’asse Trump-Netanyahu in America Latina hanno girato la testa, e sulla società israeliana che ha provato a influenzare il voto francese stanno facendo lo stesso: poche righe da Reuters, qualche colonna di servizio, fine.
Si chiama guerra ibrida quando viene da Mosca. Quando viene da Tel Aviv diventa anomalia tecnica.
Sostanzialmente è questo il punto: si è scelto, in Europa, di quali ingerenze occuparsi. E davanti a quali, ugualmente documentate, abbassare la voce. Le presidenziali francesi sono ad aprile 2027. Le prove generali sono finite.
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Trentasette audio in WhatsApp, Signal e Telegram. Una voce identificata come quella di Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras condannato a quarantacinque anni di carcere a New York per aver coperto il transito di oltre quattrocento tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti, racconta come è stato liberato. “Il denaro della grazia è uscito da una giunta di rabbini e da gente che appoggiava Israele”. E ancora: “Il primo ministro di Israele ci darà sostegno. Hanno avuto tutto a che fare con la mia uscita”. Data: 20 gennaio 2026.
Si chiama Hondurasgate. Inchiesta firmata da Valeria Duarte, pubblicata dal portale hondurasgate.ch insieme a Canal Red e Diario Red, la testata diretta da Pablo Iglesias. I file sono passati per la perizia forense del software Phonexia Voice Inspector, che attribuisce alla voce una probabilità di sintesi del sei per cento. El País, Middle East Eye, Democracy Now, Washington Monthly, Afp, Efe: copertura ampia. In Italia se ne sono accorti il Fatto Quotidiano e Inside Over.
Donald Trump grazia Hernández il primo dicembre 2025, due giorni dopo le elezioni vinte con il quaranta per cento dei voti da Nasry Asfura, candidato del Partito Nazionale. Trump in campagna elettorale lo aveva sostenuto pubblicamente, minacciando di tagliare gli aiuti a Tegucigalpa in caso di vittoria della candidata di sinistra Rixi Moncada.
Negli audio Hernández parla con Asfura, con la vicepresidente María Antonieta Mejía, con il presidente del Parlamento Tomás Zambrano. Chiede centocinquantamila dollari per affittare un appartamento negli Usa dove ospitare una “unità di giornalismo digitale” pensata per colpire Gustavo Petro in Colombia e Claudia Sheinbaum in Messico.
Dice di aver parlato con Javier Milei, che avrebbe stanziato trecentocinquantamila dollari. Si discute di basi militari, di espansione delle Zone economiche speciali, di una legge per gli investimenti Usa-Israele in intelligenza artificiale. Sugli oppositori interni: “Se bisogna ammazzare gente per stare tranquilli, si farà.”
Bill Scher, su Washington Monthly, scrive che l’Hondurasgate, se autentico, è peggio del Watergate e dell’Iran-Contras messi insieme: un presidente Usa che grazia un narcotrafficante per rimetterlo al potere e usare il suo Paese come piattaforma contro due democrazie vicine. Duarte, all’Afp, parla di “una rete di corruzione” sviluppata da Washington e Tel Aviv per fare di Hernández “un operatore per posizionare la propria ingerenza nella regione”. Il consorzio Reactionary International collega l’operazione al budget hasbara israeliano del 2026, settecentotrenta milioni di dollari, e a Brad Parscale, ex stratega di Trump il cui studio Numen ha consigliato la campagna di Asfura.
Iglesias tiene il punto sul verificabile: la voce di Hernández è autenticata, il pagamento di Milei è ciò che Hernández stesso dichiara nell’audio, il resto è circostanza. Cautela utile. Eppure i giornali italiani che si esercitano ogni giorno su Maduro narcotrafficante e Putin capomafia, su questa storia tacciono. La grazia di Trump a un narcotrafficante condannato è fatto giudiziario. L’autopsia forense degli audio è pubblica. La replica di Hernández, “non è la mia voce”, è quella di un condannato che da Manhattan firma la propria condanna. Asfura tace dall’inizio.
Sostanzialmente, Hondurasgate dimostra che l’asse fra Trump e Netanyahu è un metodo prima ancora che una variabile mediorientale. La rete è la stessa delle inchieste su Gaza, sulle Zedes come laboratori di sovranità ceduta, sulle campagne digitali contro chi prova a votare a sinistra in America Latina. In Italia se ne tace perché parlarne significa nominare i protagonisti, e i protagonisti sono nostri alleati. Si scrive di narco-Stati solo quando il narco-Stato è scomodo. Quando è amico, è partner strategico.
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Federico Freni, sottosegretario all’Economia, ha rinunciato ieri alla corsa per la presidenza Consob. Giancarlo Giorgetti, il suo ministro, anche lui leghista, il proponente della candidatura in Consiglio dei ministri lo scorso 20 gennaio, è uscito di corsa dalla Camera dopo il question time e ha liquidato i giornalisti così: «Sono contentissimo, Federico continua a lavorare con me.
Ventuno giorni di carcere militare per il soldato dell’esercito israeliano fotografato a Debel, sud del Libano, mentre infila una sigaretta in bocca a una statua della Vergine Maria. Quattordici giorni per il commilitone che ha scattato la foto. La sentenza è dell’IDF, comunicata l’11 maggio. Il giorno stesso, nell’intervista al Messaggero pubblicata oggi, il ministro degli Esteri Antonio Tajani definisce l’immagine «uno choc per me e per tutti i cristiani» e sottolinea che «quei militari di Idf sono stati subito condannati, così come il soldato che ha messo la sigaretta in bocca alla Madonna in Libano». La parola condanna entra qui per la prima volta.
Nella stessa intervista non compare l’attacco di lunedì alla clinica Al Tayeb di Beit Lahia, due colpi di artiglieria israeliani che hanno ferito dodici persone mentre Medici Senza Frontiere prestava soccorso. Non compaiono gli ottocento palestinesi uccisi dal cessate il fuoco, computo MSF. Non compare il rapporto OCHA pubblicato oggi: nelle linee di assistenza della Striscia le chiamate per intenzioni suicide sono salite del novanta per cento, quelle per violenze fisiche di genere del quarantasei, l’ansia del trentaquattro. Novemilaseicento in un mese. Non compaiono i settanta bambini uccisi in Cisgiordania dal 2025, novantatré per cento da forze israeliane, secondo James Elder, portavoce Unicef a Ginevra.
A Marmaris la Global Sumud Flotilla riunisce cinquantasette imbarcazioni in assemblea. Thiago Ávila, espulso da Israele dopo dieci giorni di detenzione, ieri è atterrato a San Paolo denunciando torture e abusi subiti.
«Stiamo continuando ad aiutare Gaza», dichiara Tajani nella stessa pagina. La condanna che la Farnesina ha pronta sa la grammatica del crocifisso. Non quella del corpo.
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