Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Caso Garlasco. Andrea Sempio, solo in auto. È il 14 aprile 2025, una cimice registra. “Lei mi ha messo giù… Ah ecco, fai la la dura”. Il 6 maggio 2026 la procura di Pavia chiude le indagini per omicidio volontario pluriaggravato. Il 7 maggio quella frase è sui giornali, in tv, dentro il Tg1. Sono 212 intercettazioni e gli avvocati di Sempio non le hanno ancora ascoltate: gliele hanno lette a voce i pm. Il difensore Liborio Cataliotti lo dice in diretta: “Alla faccia del segreto istruttorio”. Dal ministro della Giustizia nessuna reazione.
Il punto è qui. Le stesse intercettazioni che, quando riguardano un politico, diventano a seconda della convenienza “tritacarne”, “porcheria”, “gogna”, quando riguardano Sempio diventano notizia da prima serata. Il garantismo è un taxi: si prende quando serve e si lascia quando piove.
Settembre 2021, Matteo Salvini sull’inchiesta per droga al suo capo della comunicazione: “Sono disgustato dalla schifezza mediatica che condanna le persone senza che ci sia un giudice o un tribunale a farlo”. 8 maggio 2026, lo stesso Salvini in piena ondata Sempio: “I quotidiani hanno raccontato per anni che Stasi era colpevole. Io seguo le vicende giudiziarie”. Nessuna parola sui brogliacci pubblicati prima che la difesa li ascoltasse, nessuna parola sul “sistema che condanna prima del tribunale” quando il tribunale, stavolta, condanna un commesso di Garlasco.
Carlo Nordio, dicembre 2022, in aula al Senato: la diffusione di intercettazioni “non è civiltà, non è libertà, è una porcheria, una deviazione dei principi minimi di civiltà giuridica sulla quale questo ministro è disposto a battersi fino alle dimissioni”. Nel 2024 fa approvare la legge 114/2024: divieto di pubblicazione, anche parziale, del contenuto delle intercettazioni salvo quando “riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento”. Sempio è ancora in fase di indagini preliminari appena chiuse, né l’una né l’altra ipotesi. Maggio 2026, il ministro è occupato a rispondere al procuratore antimafia Giovanni Melillo che gli rimprovera la paralisi delle inchieste sui colletti bianchi, e a discutere dei costi delle intercettazioni saliti a 299 milioni. Sul caso Sempio, niente. Lo scorso ottobre, intervistato dal direttore del Giornale Alessandro Sallusti, su Garlasco aveva detto che dopo vent’anni “bisognerebbe avere il coraggio di arrendersi”.
Sallusti, intanto, ha intervistato Sempio nel suo programma “10 Minuti”. Il Giornale pubblica le intercettazioni del 14 aprile con titoli da svolta giudiziaria, mentre ospita come collaboratore Giovanni Toti, l’ex governatore della Liguria che nel 2024 sullo stesso quotidiano denunciava “intercettazioni a tappeto in cui non c’è confine tra la ricerca del reato e la curiosità morbosa”. Toti, dopo il patteggiamento, ha rilanciato la battaglia contro lo “strapotere delle toghe” e oggi firma editoriali. Per Sempio, invece, brogliacci in apertura di pagina.
Su Rai 2 il caso Garlasco fa il record di Ore 14 Sera con il 9,6% di share, su Rete 4 Quarto Grado al 9%. Si processano frammenti di audio definiti dagli stessi atti “non comprensibili”, trascritti male, registrati mentre l’indagato ascoltava un podcast sul caso Garlasco. La difesa parla di brogliacci, mai di trascrizioni ufficiali. Tutto fuori, prima del dibattimento, esattamente come la legge Nordio dovrebbe vietare. Il ministro della Giustizia ha taciuto. Il vicepremier ha commentato il merito.
Sostanzialmente, il garantismo finisce dove inizia il signor nessuno. Scatta per i potenti, scarica Sempio. E poi ci si chiede da dove venga la sfiducia nello stato di diritto. Viene da chi, di quel diritto, ha fatto un menù à la carte.
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Quindici colpi contro una nave umanitaria che aveva appena soccorso novanta persone, due svenute. La motovedetta che spara è italiana: l’ha consegnata Roma a Tripoli col memorandum del 2017, l’equipaggio è addestrato con soldi italiani ed europei, la manutenzione passa per una nave officina della Marina militare ormeggiata nel porto libico. Quando la Sea-Watch 5 ha chiesto aiuto, lunedì…
L’ottavo fronte. Così Benjamin Netanyahu, premier israeliano, ha definito domenica sera nell’intervista a “60 Minutes” della CBS i social media. Il fronte dove Israele combatte «con la cavalleria polacca contro chi attacca con gli F-35». L’analogia è sua, citata dal transcript CBS del 10 maggio: il riferimento è alla disfatta polacca del settembre 1939.
Major Garrett gli chiede conto delle accuse della Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra a Gaza. Il premier risponde: «In guerra gli eserciti a volte sbagliano e i civili muoiono. Sono errori, non azioni deliberate.» Errori. La parola arriva mentre l’analisi pubblicata ieri da Nove Colonne sui dati OHCHR rilanciati dall’ONU fissa le vittime accertate a 72.737. Mortalità del 3,46% sulla popolazione iniziale. L’80% non combattenti. Donne e minori il 70% dei decessi identificati. Feriti oltre 172.000. Operatori umanitari uccisi 560, i giornalisti 270.
Errori. Garrett mostra il sondaggio Pew: il 60% degli americani ha un’opinione sfavorevole d’Israele, venti punti in più in quattro anni. Netanyahu attribuisce il crollo «quasi al 100% all’ascesa geometrica dei social media». Diversi paesi, dice, «hanno manipolato i social. E questo ci ha danneggiati gravemente.»
Il rovesciamento è perfetto. Conta l’immagine del corpo, il corpo stesso conta meno. Quando il premier di uno Stato sotto procedura davanti alla Corte internazionale di giustizia per quello che la Corte definisce plausibile genocidio chiama “ottavo fronte” il proprio isolamento, sta dicendo che il problema sono le telecamere. Le macerie restano fuori inquadratura.
A Marmaris la Global Sumud Flotilla ha chiuso ieri l’assemblea internazionale; Saif Abukeshek e Thiago Ávila, espulsi domenica da Israele come «provocatori professionisti», sono il primo fronte.
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C’è un aeroporto militare a Pisa da cui, fra il 28 ottobre 2024 e il 25 ottobre 2025, sono decollati trentotto voli di C-130J della 46ª Brigata Aerea diretti in Libia. Misurata soprattutto, qualcuno a Tripoli, qualcuno a Bengasi. Lo certifica un documento delle Nazioni Unite: il rapporto finale S/2026/224 del Panel di esperti incaricato di vigilare sull’embargo libico, trasmesso al Consiglio di sicurezza il 24 marzo 2026 e firmato dalla coordinatrice Salma Arka. L’allegato 20 elenca registrazioni, date, rotte e numeri di volo: dieci velivoli identificati uno per uno, dalle matricole MM62177 a MM62223. Il Panel ha chiesto all’Italia di chiarire la natura di quei voli.
La questione è rilevante. La Libia resta sotto embargo dal 2011, in forza delle risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di sicurezza. La risoluzione 2769 (2025) che disciplina oggi il regime sanzionatorio prevede un’eccezione precisa: gli aerei militari introdotti temporaneamente in territorio libico restano fuori dall’embargo solo se consegnano beni o agevolano attività esentate. Per beneficiarne, lo Stato di bandiera deve fornire spiegazioni. Cinque Paesi hanno operato voli verso scali libici nel periodo monitorato dal Panel: Russia, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, Italia. Tre hanno risposto, in modo giudicato insufficiente dagli esperti. Due hanno taciuto davanti al Panel: Washington e Roma. Il Panel ha quindi dichiarato l’Italia «non conforme» ai paragrafi 24 e 25 della risoluzione 2769.
Le matricole elencate nel rapporto sono tutte di C-130J Hercules dell’Aeronautica Militare in dotazione alla 46ª Brigata Aerea di Pisa-San Giusto, unico reparto italiano per il trasporto tattico aereo. Quasi tutti i voli atterrano a Misurata, città dove l’Italia ha un distaccamento permanente della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT). Alcuni a Tripoli. Tre a Bengasi, in Cirenaica, ossia nell’area controllata dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est libico che né l’Onu né l’Unione Europea né, ufficialmente, l’Italia stessa riconoscono come legittimo.
La Farnesina ha replicato il 21 aprile 2026, un mese dopo la pubblicazione del rapporto, con una nota stampa: «Restiamo convinti del concreto rispetto dell’impianto sanzionatorio da parte dell’Italia, anche considerando che le più recenti risoluzioni dell’Onu introducono delle misure di esenzione per le attività addestrative, pur da notificare preventivamente». Una replica a istruttoria chiusa, di fatto un comunicato. Il Panel attesta il silenzio italiano davanti alle richieste tecniche. La Farnesina, in quella stessa nota, sostiene di avere risposto. Le due versioni sono inconciliabili.
Lo stesso rapporto Onu accerta una seconda violazione. Il 26 dicembre 2024, presso l’Accademia militare di Tripoli, si è concluso un corso di Metodo di Combattimento Militare condotto da istruttori del Centro Addestramento Paracadutismo (CAPAR) di Pisa e del 184° Reparto Comando «Nembo». Ventisette allievi ufficiali libici hanno ricevuto formazione su tecniche di combattimento corpo a corpo. Il Panel parla esplicitamente di «sessione di addestramento militare fornita ad attori armati libici in violazione del paragrafo 9 della risoluzione 1970 (2011)». La Farnesina respinge la qualifica e parla di «Forze Armate libiche», categoria potenzialmente esente. La differenza lessicale qui è giuridica: «attori armati» ricade nell’embargo, «forze statali» rientra nelle deroghe.
Il dato pesa di più se incrociato con un’inchiesta de Il Post del 24 luglio 2025. Le foto raccolte dall’account social Streaking Delilah documentano militari libici fedeli a Haftar fotografati al Centro Addestramento Paracadutismo della «Folgore» di Pisa e al settore militare dell’aeroporto militare San Giusto, gli stessi due luoghi da cui parte il flusso aereo verso la Libia. Una carta d’imbarco rilasciata dal Covi, il Comando operativo di vertice interforze, il certificato di brevetto firmato dal direttore del Capar, lo stemma dell’unità al-Saiqa, forze speciali fedelissime al generale della Cirenaica. La fonte della Difesa citata dal Post ha confermato.
Roma riconosce solo il governo di Tripoli. Roma forma militari del governo che ignora ufficialmente. Il Panel chiede spiegazioni. Roma tace.
L’aereo di Stato che il 21 gennaio 2025 ha riportato in Libia Osama Almasri Njeem, colpito da mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, partiva nello stesso periodo in cui da Pisa si moltiplicavano i voli elencati nel rapporto Onu: il primo è del 28 ottobre 2024, gli altri si distribuiscono per tutto il 2025. È la stessa Libia dove il 29 aprile 2026 il Copasir, presieduto da Lorenzo Guerini (Pd), ha incontrato a Tripoli Abdulhamid Dabaiba, Mohamed Takala e Aguila Saleh discutendo di gas, immigrazione e «cooperazione in settori vitali», con il direttore di Eni Libia presente in ambasciata prima degli incontri politici. Lo stesso comitato che nella relazione di febbraio 2025 aveva definito «proficui» i rapporti con i servizi libici, e aveva annotato come in Tripolitania «le diverse fazioni e milizie presenti si dividono il controllo delle varie città coinvolte in questo traffico» di esseri umani.
I trentotto voli da Pisa restano una scatola nera. Il Panel non dice cosa trasportassero: registra invece la scelta italiana di occultarne il contenuto. La risposta esiste e qualcuno la conosce. Il governo italiano preferisce custodirla. L’Onu prende atto.
L’articolo Voli militari da Pisa alla Libia, l’Onu ha chiesto spiegazioni (che Roma non ha dato) e ha dichiarato l’Italia “non conforme” all’embargo. La replica della Farnesina un mese dopo il report sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
A pagina tre della 2026 United States Counterterrorism Strategy, sopra la firma di Donald Trump, c’è una frase che vale la pena leggere due volte: “We Will Find You and We Will Kill You”. Vi troveremo e vi uccideremo. È la chiusura della Presidential Foreword del documento pubblicato dalla Casa Bianca il 6 maggio 2026, sedici pagine firmate dal presidente e materialmente redatte da Sebastian Gorka, Senior Director for Counterterrorism al Consiglio di sicurezza nazionale. Una minaccia di morte stampata sopra la firma del capo di Stato dentro il documento che fissa le priorità di sicurezza nazionale del secondo mandato.
La strategia individua “tre principali tipi di gruppi terroristici”: “narcoterroristi e gang transnazionali”, “terroristi islamisti classici”, e “estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e antifascisti”. L’ordine è gerarchico. I cartelli messicani vengono prima di al-Qaeda e dell’ISIS. Al terzo posto, equiparati ai jihadisti, ci sono cittadini americani che protestano: “gruppi politici secolari violenti la cui ideologia è anti-americana, radicalmente pro-transgender e anarchica”. Il governo userà “tutti gli strumenti costituzionalmente disponibili” per “mapparli in patria, identificarne i membri, mappare i loro legami con organizzazioni internazionali come Antifa”.
Il punto giuridico è quasi criminale: negli Stati Uniti manca qualsiasi autorità legale per designare un gruppo come “organizzazione terroristica domestica”. Lo ha ricordato Faiza Patel del Brennan Center: manca lo statuto. Esiste solo per le organizzazioni terroristiche straniere, gestite dal Dipartimento di Stato. Cosa fa quindi l’amministrazione? Designa quattro gruppi europei come “Antifa-linked” tra novembre e dicembre 2025, fabbrica un nesso estero, e usa quel nesso per sorvegliare cittadini americani.
Il documento di maggio si appoggia su NSPM-7, il memorandum di sicurezza nazionale firmato il 25 settembre 2025, tre giorni dopo l’omicidio di Charlie Kirk e l’ordine esecutivo che designava Antifa “organizzazione terroristica domestica”. È il provvedimento più radicale dai tempi del Patriot Act e la stampa mainstream l’ha quasi ignorato. Identifica come “indicatori” di terrorismo una lista di opinioni: “anti-americanismo, anti-capitalismo, anti-cristianesimo”, “estremismo su migrazione, razza e genere”, ostilità verso le “visioni tradizionali americane su famiglia, religione e moralità”. Opinioni protette dal Primo Emendamento, ora segnali di pericolo.
Il memorandum dirige le Joint Terrorism Task Force dell’FBI, circa 200 strutture sul territorio, a investigare “tutti i partecipanti a queste cospirazioni”: nonprofit, fondazioni, donatori, attivisti, chiunque “fomenti” violenza politica prima che si verifichi. Il principio del pre-crimine è esplicito. Stephen Miller l’ha definito “il primo sforzo nella storia americana di smantellamento del terrorismo di sinistra”. La sproporzione si misura con un dato che NSPM-7 omette: il 6 gennaio 2021, l’unico recente assalto al sistema democratico americano, è assente.
Nel 2026 è stato costituito il NSPM-7 Joint Mission Center, struttura interforze dell’FBI con dieci agenzie federali integrate per “analisi finanziaria, supporto operativo e intelligence”. Un centro di sorveglianza politica col timbro del terrorismo. Il Tesoro indaga sui flussi delle nonprofit. L’IRS verifica la Open Society Foundations. La strategia di maggio assorbe questo perimetro e lo amplia: gli “estremisti di sinistra” diventano categoria ufficiale di terrorismo nazionale. Quando le etichette politiche diventano minacce alla sicurezza nazionale, il bersaglio cambia da un giorno all’altro. Oggi i cartelli, domani i dissidenti. La frase sopra la firma presidenziale è il manifesto operativo. Resta da capire chi deciderà, di volta in volta, chi va trovato.
L’articolo Strategia antiterrorismo Usa: “Vi troveremo e vi uccideremo”. Anarchici e antifascisti equiparati a cartelli e jihadisti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
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