Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Questa volta alla luce del sole. Lunedì la marina militare israeliana ha abbordato in acque internazionali le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, ripresa in diretta dagli attivisti con le mani alzate mentre i commando si affiancano. I precedenti assalti erano avvenuti di notte. Questo no.
Le cinquantaquattro imbarcazioni erano partite giovedì da Marmaris con attivisti da circa settanta paesi. La marina le ha fermate a ottanta miglia nautiche a ovest di Cipro, oltre duecentocinquanta da Gaza. Lo conferma la Farnesina. Un’ora prima il ministero degli Esteri israeliano aveva intimato su X di cambiare rotta. Circa cento persone trasferite verso il porto di Ashdod. Maria Elena Delia, portavoce italiana, parla di trentacinque italiani su otto barche battenti bandiera italiana, sette o otto già presi. Per l’articolo 4 del Codice della navigazione una nave italiana in acque internazionali è territorio dello Stato.
La Turchia parla di «un nuovo atto di pirateria». Israele non lo nasconde. Lo rivendica. Il ministero degli Esteri israeliano la definisce “una provocazione fine a se stessa” e accusa “due violenti gruppi turchi”. L’impunità esibita come diritto.
Dario Carotenuto, deputato M5S, unico parlamentare italiano imbarcato, lancia un appello da una nave in fuga verso le acque turche: «Intervenite per liberare subito questi equipaggi». Il 21 aprile, al Consiglio Affari esteri, Italia e Germania avevano bloccato la sospensione dell’accordo di associazione fra Unione europea e Israele chiesta da Spagna, Irlanda e Slovenia. Tajani: «La nostra posizione è identica alla Germania». Lo stesso governo che tiene aperto l’accordo che copre quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio chiede a Israele di «garantire la sicurezza» dei cittadini italiani sequestrati. Chiede al pirata di proteggere chi abborda.
L’atto è in acque internazionali. È nel salone di Palazzo Chigi. La luce del sole li illumina entrambi.
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L’hantavirus fa notizia da una settimana, con i suoi titoli a effetto e i suoi morti raccontati come una curiosità americana. Domenica 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità ha alzato l’allarme più alto che ha a disposizione, e non riguardava l’hantavirus.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha dichiarato l’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo e Uganda «emergenza sanitaria di rilevanza internazionale» (Pheic, nella sigla inglese del Regolamento sanitario internazionale del 2005). È il livello massimo che l’Oms può attivare prima della classificazione di emergenza pandemica, che per ora resta esclusa. A causarla è il virus Bundibugyo, un ceppo di Ebola raro: due soli focolai documentati prima di questo, in Uganda nel 2007 e a Isiro, in Congo, nel 2012. Per il Bundibugyo, a differenza del ceppo Zaire, mancano vaccini e terapie approvate.
I numeri ufficiali dicono già abbastanza. Al 16 maggio l’Oms conta otto casi confermati in laboratorio, 246 sospetti e 80 decessi sospetti nella provincia di Ituri, Congo orientale, distribuiti su almeno tre zone sanitarie: Bunia, Rwampara, Mongbwalu. L’Africa Cdc il 17 maggio porta i sospetti a 336 e i morti a 87. L’agenzia France-Presse, citata da diverse testate, parla di 88 decessi al momento della dichiarazione. Due casi confermati, uno mortale, sono comparsi a Kampalail 15 e il 16 maggio, in persone arrivate dal Congo. Un altro caso confermato è a Kinshasa, capitale a mille chilometri dall’epicentro.
Il primo caso sospetto noto è un uomo di 59 anni: sintomi il 24 aprile, morto in ospedale a Ituri il 27. Le autorità sanitarie sono state allertate via social media il 5 maggio, quando i decessi registrati erano già cinquanta. L’epidemia correva da settimane prima che qualcuno la guardasse. L’Oms scrive che l’alto tasso di positività dei primi campioni, otto su tredici, indica «un’epidemia potenzialmente molto più ampia di quella attualmente rilevata». Tradotto: i numeri ufficiali sono il pavimento, non il soffitto.
E qui finisce la cronaca e comincia la domanda politica. Una Pheic serve a far muovere donatori e governi. La risposta alle ultime dichiarazioni di questo tipo è stata fiacca: quando nel 2024 l’Oms dichiarò emergenza globale il mpox in Africa, gli esperti notarono che servì a poco per portare test e vaccini dove servivano.
Il contesto in cui arriva questo allarme è un’OMS in crisi di bilancio. Al World Health Summit di Berlino dell’ottobre 2025 si è messo a verbale che all’agenzia mancano quasi 1,9 miliardi di dollari su un budget previsto di 4,2 miliardi per il biennio 2026-27: il 45 per cento delle risorse necessarie. Il buco è figlio del ritiro statunitense deciso dall’amministrazione Trump, che ha azzerato i finanziamenti diretti e smantellato Usaid, l’agenzia federale per la cooperazione: 86 per cento dei programmi terminati secondo la testimonianza di Atul Gawande, ex responsabile salute globale dell’agenzia, davanti alla commissione Esteri del Senato.
L’Oms riferisce un calo del 40 per cento dei fondi per le emergenze rispetto al 2024. Oltre 5.600 strutture sanitarie in contesti umanitari hanno ridotto i servizi, più di 2.000 li hanno sospesi del tutto. Cinquantatré milioni di persone hanno perso accesso a cure essenziali. Ituri, dove l’Ebola corre adesso, è una delle aree più povere e meno coperte del pianeta, dentro un conflitto che dura da anni. Médecins Sans Frontières si prepara a rafforzare la risposta lì e parla di numeri e tempi «estremamente preoccupanti».
Il virus Bundibugyo ha una letalità stimata fra il 25 e il 40 per cento secondo Msf Senza vaccino, senza terapia, in una regione senza ospedali sufficienti e con i fondi internazionali tagliati di quasi metà. L’hantavirus, intanto, continua a vendere copie.
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Salim El Koudri è nato a Seriate il 30 marzo 1995. Italiano, laureato in Economia, residente a Ravarino. Sabato 16 maggio ha lanciato una Citroën C3 a folle velocità in via Emilia a Modena, falciando otto persone, quattro gravi, due donne con le gambe amputate. Un fatto atroce. E un cittadino italiano. Su quel “cittadino italiano” si è aperta la voragine. Matteo Salvini (Lega) ha rilanciato la…
Mercoledì 20 maggio l’Assemblea generale dell’Onu vota la risoluzione che dovrebbe trasformare in azione politica il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 23 luglio 2025: i giudici dell’Aia, all’unanimità, hanno stabilito che proteggere il sistema climatico è un obbligo giuridico per gli Stati, che il fallimento nella dismissione dei combustibili fossili può costituire atto illecito internazionale, che la mancata regolazione delle imprese sotto la propria giurisdizione apre la strada alla responsabilità statale. Una sentenza priva di vincolatività formale, che certifica però l’inazione climatica come violazione del diritto.
La risoluzione la guida Vanuatu, l’arcipelago del Pacifico che rischia di scomparire sotto il livello del mare e traina la diplomazia climatica dei piccoli Stati insulari. Il testo finale, pubblicato il 1° maggio 2026, è già il frutto di un’erosione. La bozza iniziale prevedeva un Registro internazionale dei danni per raccogliere prove di “perdite o lesioni attribuibili al cambiamento climatico”. È stato cancellato. A spingere per la cancellazione: Stati Uniti, Cina, Unione europea, Giappone, Paesi produttori di petrolio. La parte sui combustibili fossili è stata limata. L’indicazione della Unfccc e dell’Accordo di Parigi come “fori intergovernativi primari” è stata aggiunta come rassicurazione per chi temeva che il diritto internazionale potesse aggirare le Cop, ovvero il luogo dove da trent’anni si negozia senza decidere.
A febbraio l’amministrazione Trump ha fatto circolare un cablo del Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio: chiedeva agli alleati di pressare Vanuatu perché ritirasse la risoluzione, definita “ennesimo eccesso di potere dell’Onu”. Washington sosteneva che G7, Cina, Arabia Saudita e Russia condividessero le sue preoccupazioni. Il mese prima la Casa Bianca aveva revocato l’endangerment finding sui gas serra e annunciato l’uscita dal trattato Onu sul clima. La sequenza è leggibile: prima si smontano gli strumenti interni, poi quelli internazionali.
L’Unione europea, raccontano Human Rights Watch e i tavoli negoziali ripresi dalla stampa specializzata, ha spinto contro un’interpretazione “espansiva” del parere della Corte. Ovvero: ha contribuito a indebolire il testo. Lo ha fatto mentre Commissione e governi si presentano come avanguardia climatica del pianeta. È la stessa Unione che ha rinviato l’Ets sui trasporti, allentato i vincoli sulla deforestazione importata, riaperto il dossier sui motori a combustione. Il copione si ripete: si firma a Parigi, si negozia a Bruxelles l’eccezione per il proprio comparto. L’Italia manca dai co-sponsor del core group, gruppo che riunisce Paesi Bassi, Kenya, Sierra Leone, Singapore, Barbados, Isole Marshall, Micronesia, Palau, Giamaica, Filippine, Burkina Faso .
La risoluzione ha effetto politico, e solo riflesso giuridico. Serve a poco, allora Serve a molto, di fatto. Il parere della Corte, endorsato dall’Assemblea, diventa riferimento obbligato nei contenziosi climatici nazionali. In Italia, dove la riforma costituzionale del 2022 ha inserito all’articolo 9 la tutela dell’ambiente “nell’interesse delle future generazioni”, il pronunciamento dell’Aia potrà essere invocato da chi fa causa allo Stato per le politiche fossili. È quello che teme Washington, che fa Bruxelles, che ignora Roma.
Quando un piccolo Stato del Pacifico costringe i grandi inquinatori a tre anni di negoziati, a tavoli infiniti, a un cablo riservato del Segretario di Stato americano, qualcosa funziona. La risoluzione passerà, con voto largo, e tutti diranno di aver vinto. Solo che il mare di Vanuatu continua a salire e la Corte ha già scritto, nero su bianco, di chi è la responsabilità.
L’articolo Onu, verso il voto sulla risoluzione sul clima: gli Usa contro, l’Europa spinge per annacquare il testo. E l’Italia Assente sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Cinquantaquattro imbarcazioni, cinquecento attivisti da oltre quaranta paesi, una rotta calcolata perché la partenza da Marmaris cadesse alla vigilia del 15 maggio. La Global Sumud Flotilla è ripartita giovedì verso Gaza nel giorno in cui la diaspora palestinese commemora i settantotto anni della Nakba, settecentocinquantamila persone espulse dalle case nel 1948. Il comunicato della coalizione lo scrive chiaro: «la commemorazione senza azione non è più sufficiente».
A bordo, unico parlamentare italiano, il deputato M5S Dario Carotenuto. La sua dichiarazione da Marmaris è giuridica prima che politica: offrire alla missione «una garanzia istituzionale di protezione di fronte agli attacchi criminali e agli abusi delle forze armate israeliane». La rotta porterà le imbarcazioni vicino alle acque controllate da Israele entro quattro giorni.
La sequenza che precede la partenza è agli atti. La notte tra il 29 e il 30 aprile la marina israeliana ha abbordato in acque internazionali, a oltre seicento miglia nautiche, ventidue imbarcazioni della Flotilla. Una barca con bandiera italiana è sequestrata, due attivisti prelevati e portati in Israele. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. Il ministro Tajani tace.
Il rapporto OHCHR del marzo 2026 definisce ciò che accade in Cisgiordania «politica concertata di trasferimento forzato di massa, finalizzata allo sfollamento permanente, sollevando preoccupazioni di pulizia etnica». Trentaseimiladuecentotrentaquattro palestinesi sfollati in dodici mesi. A Gaza il Ministero della Salute conta oltre settantatremilasettecento morti palestinesi.
La Nakba che Carotenuto cerca di interrompere via mare è quella che le istituzioni italiane rifiutano di nominare. La rotta resta una commemorazione di mille miglia nautiche.
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