Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Martedì 19 maggio, mentre a Parigi il segretario al Tesoro Scott Bessent parla davanti alla conferenza ministeriale «No Money for Terror», il suo dipartimento firma le sanzioni dell’Office of Foreign Assets Control contro quattro organizzatori della Global Sumud Flotilla: Saif Abu Keshek, palestinese con cittadinanza spagnola e svedese, Hisham Abdallah Sulayman Abu Mahfuz, Mohammed Khatib di Samidoun Bruxelles e Jaldia Abubakra Aueda di Samidoun Madrid. Bessent in un comunicato del Tesoro definisce la spedizione «pro-terror». Nelle stesse ore, la marina militare israeliana abborda le dieci imbarcazioni che il giorno prima erano sfuggite all’intercettazione. A circa cento miglia dalla Striscia, denuncia la Flotilla, vengono esplosi proiettili contro sei barche, una italiana. Israele smentisce il fuoco vivo e ammette «mezzi non letali».
Alle 20:20 la portavoce Maria Elena Delia conferma che tutte le 54 imbarcazioni partite il 14 maggio da Marmaris sono state fermate: 426 attivisti di 39 nazionalità portati ad Ashdod. Fra loro 29 italiani e tre residenti, compresi il deputato M5s Dario Carotenuto e l’ex consigliera fiorentina Antonella Bundu. Il team legale Adalah deposita un esposto alla Procura di Roma per sequestro di persona, riferito agli abbordaggi fra il 29 aprile e il 19 maggio. Il ministro Antonio Tajani chiede all’ambasciatore a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza» e «un trattamento dignitoso».
Lo stesso 19 maggio, in via al-Shuhada a Gaza City, un drone israeliano colpisce un’auto. Wafa conta un morto. Dal cessate il fuoco di ottobre, secondo il ministero della Salute di Gaza, gli uccisi nella Striscia hanno superato 880.
Dal podio di Parigi, Bessent ha pronunciato anche un’altra frase: «Al loro nucleo, le sanzioni non sono atti di aggressione, sono strumenti di pace».
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A Mantova, il 3 maggio, l’aperitivo elettorale per il candidato consigliere comunale di Fratelli d’Italia Luca Viani dura abbastanza perché qualcuno, lì accanto, accenda il telefono. Un volume alto, una casa privata sul lago, e l’audio che Fanpage.it pubblica oggi: Ivan Sogari, vicepresidente del comitato Remigrazione e riconquista, parla di «sterminare il germe del comunismo» e aggiunge che si…
In Commissione Trasporti alla Camera, il 14 maggio, Forza Italia ha rimesso sul tavolo la proposta di legge del deputato Andrea Caroppo che alleggerisce i vincoli sugli Ncc e sposta le autorizzazioni dai comuni alle regioni. La Lega ha risposto con il «no alle liberalizzazioni selvagge», Fratelli d’Italia ha chiesto «una sintesi» prima di procedere. Nel centrodestra litigano sui tassisti. Litigano su una legge ferma dal gennaio scorso. Litigano, soprattutto, perché ormai litigano su tutto.
Il punto di rottura ha una data: 22 e 23 marzo 2026. Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia ha vinto con il 53,75%, oltre 27 milioni di votanti. Da lì la maggioranza ha smesso di muoversi come un corpo solo. Il giorno dopo il voto si dimettono il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI), travolto dalla vicenda della società che condivideva con la figlia di un condannato per reati di mafia, e la capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi. La sera stessa Giorgia Meloni diffonde una nota che auspica le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè, che il 26 marzo lascia con una lettera di una parola: «Obbedisco». Tre teste in tre giorni, dopo mesi di tolleranza. Bastava perdere un referendum.
Il resto è una sequenza. Le nomine: dal gennaio scorso il governo deve indicare il presidente della Consob, il candidato è il leghista Federico Freni, Forza Italia si oppone, lo stallo dura oltre due mesi (Freni alla fine si ritira dalla corsa) e si allarga all’Agcm. La legge elettorale, dossier a cui Meloni tiene moltissimo perché quella vigente complica la vittoria della destra nel 2027: dopo aver depositato un testo condiviso, Lega e Forza Italia avanzano obiezioni, l’iter alla Camera rallenta, il governo arriva a chiedere aiuto alle opposizioni. Il fine vita, dove Forza Italia spinge per un compromesso assecondando Marina Berlusconi, Lega e FdI reagiscono con fastidio, e Ignazio La Russa prende tempo fissando l’aula del Senato al 3 giugno.
La cultura. Alessandro Giuli litiga in Consiglio dei ministri con Matteo Salvini sul Piano casa, poi pubblicamente sulla Biennale e il padiglione russo. Salvini condivide nella chat WhatsApp dei ministri l’ennesimo attacco del collega e commenta «Mah». Il 10 maggio Giuli revoca gli incarichi a due dirigenti del suo gabinetto, entrambi vicini a FdI, dopo il caso dei fondi negati al documentario su Giulio Regeni. Meloni lo convoca a Palazzo Chigi: la nota parla di «gratitudine» e «totale sostegno». Si scrivono quelle cose quando la tensione è grossa.
E poi la politica estera, il terreno dove la coalizione va più visibilmente in ordine sparso. Sui vincoli di bilancio europei la Lega vagheggia un’uscita unilaterale dal Patto di stabilità, Forza Italia propone il Mes, Meloni e Giancarlo Giorgetti scelgono una terza via. Il ministro della Difesa Guido Crosetto accusa Giorgetti di voler ritardare le spese militari. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso chiede al Parlamento di sospendere un suo stesso decreto stravolto dalla Ragioneria. Sul gas russo Salvini si dice entusiasta dell’apertura dell’ad di Eni Claudio Descalzi, Meloni netta nella contrarietà. Tutto questo mentre la Lega, a febbraio, aveva già perso pezzi: Roberto Vannacci se n’era andato sbattendo la porta, con tre deputati al seguito (ieri si è aggiunta anche Laura Ravetto), per fondare Futuro Nazionale.
Cinquanta giorni dopo il referendum i tre partiti viaggiano su binari separati su giustizia, nomine, fine vita, legge elettorale, bilancio europeo, difesa, energia. I sondaggi lo fotografano: la Supermedia YouTrend/Agi di inizio maggio dà il centrodestra al 43,9%, il dato più basso dall’insediamento, con Lega e FdI in calo simultaneo. Il litigio sui tassisti è solo l’ultimo arrivato in fila. Bastava perdere un referendum, e la maggioranza si è scoperta tre maggioranze che si fanno dispetti a vicenda.
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Centoventinove pagine per dire una cosa che il Parlamento sapeva già. La relazione dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione sul decreto sicurezza è la struttura che estrae le massime dalle sentenze della Suprema Corte che mette nero su bianco i dubbi di costituzionalità di una legge bandiera del governo Meloni. Il 23 giugno 2025 quel testo, la relazione n. 33/2025, è uscito e da allora gira nelle aule, citato da giudici e avvocati. A maggio 2026 torna nei titoli, mentre l’esecutivo ne ha già varato un altro.
Il primo rilievo riguarda il metodo. Il decreto-legge 11 aprile 2025 n. 48, convertito senza modifiche dalla legge 9 giugno 2025 n. 80, in vigore dal 10 giugno, secondo il Massimario «riproduce quasi alla lettera» un disegno di legge che la Camera aveva approvato in prima lettura il 18 settembre 2024 e che il Senato stava per chiudere. La relazione registra un dato di prassi: solo due precedenti di trasposizione di un progetto di legge in discussione dentro un decreto, e nessuno in materia penale. La conclusione dei tecnici della Corte è la «(in)sussistenza dei presupposti giustificativi per il ricorso alla decretazione d’urgenza». Tradotto: mancava la straordinaria necessità prevista dall’articolo 77 della Costituzione, perché bastava lasciare al Senato l’esame finale.
C’è un punto che andrebbe ricordato a chi parla di toghe a orologeria. La relazione del Massimario raccoglie e ordina allarmi arrivati durante le audizioni, quelle che il governo aveva convocato e poi ignorato. Cita l’«Appello per una sicurezza democratica» firmato da 257 giuristi, che parla di «plateale colpo di mano» e di «vulnus causato alla funzione legislativa delle Camere». Riporta l’Associazione italiana professori di diritto penale, secondo cui il provvedimento è un «anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza in materia penale». Richiama l’Osce, che aveva segnalato «diverse criticità che potrebbero ostacolare l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali», e i relatori speciali dell’Onu, secondo cui il decreto rischia di limitare «la capacità degli individui di riunirsi pacificamente per proteste e manifestazioni» e di favorire «procedimenti arbitrari e pene sproporzionate». La Corte aggiunge un’immagine sua sul giudizio di pericolosità: «Un intuizionismo che tracima in arbitrio».
Sul merito, la parte più dura riguarda il carcere. Il nuovo 415-bis del codice penale, che introduce il delitto di rivolta in un istituto penitenziario, punisce anche la «resistenza passiva». Per il Massimario è «un novum senza precedenti nell’ordinamento penale», fin qui ancorato all’irrilevanza penale delle condotte di mera inazione. Da qui dubbi su materialità e offensività, e il rischio di scivolare verso un «diritto penale d’autore». Significa che lo sciopero della fame di un detenuto, o il rifiuto dell’ora d’aria senza violenza, può diventare reato.
La relazione non è vincolante, lo ripetono i sottosegretari. Vero. Solo che il Massimario «detiene un elevato valore interpretativo» e diventa la bussola con cui giudici e avvocati leggono le norme. La reazione del governo lo conferma: il ministro della Giustizia Carlo Nordio si disse «incredulo» e chiese di conoscere «l’ordinario regime di divulgazione» del testo, sospettando una fuga di documenti più che discutendone il contenuto. Maurizio Gasparri (FI) parlò di «invasione di campo», Fabio Rampelli (FdI) di «massimario della confusione».
E intanto la macchina è andata avanti. Il 24 febbraio 2026 il governo ha varato un nuovo decreto sicurezza, il n. 23, convertito con la legge 24 aprile 2026 n. 54. Stesso metodo, stessa filosofia. Centoventinove pagine restano lì, guida per chi dovrà decidere. Il governo le ha derubricate a opinione. Toccherà alla Consulta dire se erano un avvertimento.
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Ad aprile gli attivisti fermati in mare venivano scaricati a Creta. Centosettantanove furono lasciati su una banchina greca, due trattenuti e rilasciati dopo dieci giorni di interrogatori. Stavolta no. I governi francese e greco hanno comunicato agli organizzatori che i circa quattrocento fermati lunedì vanno direttamente in carcere ad Ashdod.
La stessa azione di un mese fa, con una conseguenza più dura. La marina israeliana ha abbordato in acque internazionali, a circa duecentocinquanta miglia da Gaza, la flotta civile più numerosa mai partita: una sessantina di imbarcazioni, oltre cinquecento persone da quarantacinque paesi, Sumud più Freedom Flotilla Coalition più l’associazione turca Mavi Marmara. Dodici italiani fermati, due stranieri residenti in Italia. Una ventina di piccole barche prosegue verso Gaza.
Antonio Tajani (FI), ministro degli Esteri, al Tg1 il 18 maggio: gli italiani «andranno in Israele e poi saranno espulsi». L’abbordaggio era «previsto». Guido Crosetto (FdI), ministro della Difesa, sullo stesso Tg1: «Non lo chiamerei attacco ma blocco». Il governo registra il fermo come procedura consolare e rotta di rientro, per loro evidentemente non si tratta di una cattura piratesca.
Amnesty International, per voce di Erika Guevara Rosas, parla di «detenzione arbitraria» e richiama l’impunità per quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio. La Procura di Roma tiene aperto dall’autunno un fascicolo sui trentasei italiani fermati a ottobre, anche per tortura. A Gaza, dal cessate il fuoco di ottobre, ottocentocinquantasette palestinesi uccisi al 14 maggio secondo il Ministero della Salute. Il 15 maggio un raid ha ucciso a Rimal il capo di Hamas nella Striscia.
Ad aprile una banchina a Creta. A maggio una cella ad Ashdod. Il governo italiano chiama questo passaggio «espulsione» e prepara il volo di rientro. Per loro è ordinaria amministrazione.
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