Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Tira un brutto clima: siamo a 62.775 morti per il caldo in Europa nell’estate 2024, di cui 19.038 in Italia. Nell’estate 2025, in 854 città europee, il 70%dei circa 24.000 decessi stimati per le ondate di calore è stato attribuito al riscaldamento di origine antropica. Sono i numeri davanti ai quali la Pan-European Commission on Climate and Health (Pecch), istituita da Oms Europa nel giugno 2025, chiede ora che il cambiamento climatico venga ufficialmente classificato come “emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale”, la stessa categoria usata per il Covid e per Ebola. Il rapporto Call to Action è stato pubblicato il 17 maggio 2026 e presentato al World Health Assembly di Ginevra: 17 raccomandazioni in quattro ambiti, formulate da una commissione indipendente di 13 membri presieduta da Katrín Jakobsdóttir, ex prima ministra islandese, con la guida scientifica di Andrew Haines della London School of Hygiene & Tropical Medicine.
Il direttore di Oms Europa, Hans Henri P. Kluge, lo ha messo nero su bianco: il cambiamento climatico è “una minaccia alla sicurezza, un’emergenza sanitaria e una bomba economica a orologeria, tutto in uno”. La regione europea, ricorda il documento, si scalda al doppio della media globale. Lo studio dell’Isglobal di Barcellona uscito su Nature Medicinecolloca l’Italia al primo posto in Europa per morti da caldo per il terzo anno consecutivo. A questo si sommano le decine di migliaia di decessi prematuri attribuiti ogni anno in Italia all’inquinamento atmosferico secondo l’Agenzia europea per l’ambiente.
Sul fronte sanitario la commissione chiede formazione obbligatoria del personale su clima e salute, integrazione della salute mentale nelle strategie climatiche e standard di approvvigionamento a basse emissioni per il settore. Sul fronte economico l’indicazione è netta: tagliare i sussidi alle fonti fossili e dirottare le risorse su rinnovabili, trasporto pubblico, alimentazione sostenibile, sanità resiliente al clima.
Qui il governo italiano si presenta con un curriculum scomodo. Il rapporto di Legambiente e ReCommon quantifica in 48,3 miliardi di euro i sussidi ambientalmente dannosi erogati nel 2024: 436 miliardi in quindici anni, una cifra in crescita rispetto ai 45,3 miliardi del 2023. Il solo settore energetico vale 14,2 miliardi, di cui 2,9 miliardi in quote gratuite del sistema Ets e 1,18 miliardi per impianti e centrali a fonti fossili, in crescita rispetto all’1,02 del 2023.
L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, ha incassato a Bruxelles un conto pesante. Al 30 gennaio 2026 le procedure di infrazione contro l’Italia sono 75 (comprese quelle ereditate), e l’ambiente resta la materia con il maggior numero di contenziosi: 22 procedure secondo la rilevazione di novembre 2025 citata da Editoriale Domani. A fine 2024 la Corte dei Conti ha calcolato in 888 milioni di euro il costo già pagato per le sanzioni ambientali, di cui oltre 800 milioni per discariche abusive, acque reflue e rifiuti in Campania. A marzo 2026 la Commissione europea ha aperto un’altra procedura per il mancato piano nazionale di ristrutturazione degli edifici. Il Pniec italiano, ricostruisce Pagella Politica, è stato sconfessato dal Def 2024 dello stesso ministro Gilberto Pichetto Fratin e poi denunciato a Bruxelles dalle principali associazioni ambientaliste nel novembre 2024. Aggiungiamo: voto contrario alla legge europea sul ripristino della natura nel 2023, rinvio di un anno del divieto di circolazione dei diesel Euro 5, opposizione allo stop alle auto a benzina e diesel dal 2035.
Resta il punto sollevato da Kluge: i governi spendono miliardi per sovvenzionare i combustibili che caricano i sistemi sanitari. In Italia quella cifra è scritta. 48,3 miliardi nel 2024. La finestra di azione preventiva, dice la commissione Oms, è ancora aperta. Per quanto, lo decide chi maneggia il bilancio.
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Domenica 24 maggio, prima dell’alba, un missile è caduto sul letto in cui dormivano, in un appartamento di Nuseirat, Mohammed Ibrahim Abu Mallouh, trentotto anni, la moglie Alaa Majdi Zaqlan, trentasei, e il loro figlio Osama, sei mesi. I tre sono morti sul colpo. Sei bambine, le altre figlie della coppia, sono sopravvissute. Lo zio Yehia ha riferito alla Reuters che i corpi sono stati trovati «tagliati a pezzi», senza preavviso.
Le agenzie palestinesi hanno comunicato i nomi domenica mattina. L’esercito israeliano taceva. Lunedì 25 maggio, ventiquattro ore dopo, le Forze di difesa israeliane hanno rivendicato: Abu Mallouh, scrivono, era una «figura centrale» nella produzione di armi di Hamas. Dichiarano di aver usato «munizioni di precisione» e «misure preventive per ridurre il danno ai civili, inclusa la sorveglianza aerea».
Il comunicato tace sui civili uccisi. La moglie di trentasei anni non è citata. Il neonato di sei mesi non è citato. La parola «precisione» convive nella stessa frase con il letto di una madre e del suo bambino.
Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Board of Peace, il 13 maggio ha definito il piano di pace «paralizzato». I funzionari sanitari di Gaza, citati da Reuters il 24 maggio, parlano di circa ottocentottanta palestinesi uccisi dall’inizio del cessate il fuoco del 10 ottobre. Hamas, in una nota del 26 maggio via Asharq Al Awsat, parla di oltre novecento. La stessa domenica del raid di Nuseirat, secondo Al Jazeera, navi della Marina israeliana hanno aperto il fuoco su pescherecci al largo di Gaza City, ferendo tre pescatori.
Il comunicato dell’IDF resta agli atti: «Misure per ridurre il danno ai civili, inclusa la sorveglianza aerea». Sotto la sorveglianza aerea, Osama Abu Mallouh aveva sei mesi.
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Sul sito della Reichman University (l’ex Idc Herzliya) la nuova app si presenta con un linguaggio aziendale levigato: «risposte verificate da esperti» per le «discussioni sui social media», advocacy proattiva, sostegno alle comunità ebraiche nordamericane. Si chiama RiseApp e mobilita un database di oltre 40.000 attivisti pro-Israele coordinati. Lo racconta InsideOver in un’inchiesta firmata da Roberto Vivaldelli che rilancia un’indagine di The American Conservative: dietro l’interfaccia universitaria c’è la reincarnazione di Act.IL, l’app di hasbara digitale lanciata nel 2017 dal Ministero degli Affari Strategici israeliano, allora guidato da Gilad Erdan.
La continuità è ammessa dalle stesse fonti aperte. Il database degli operativi è quello di Act.IL, trasferito sulla nuova piattaforma. Le funzioni replicano il vecchio modello a «missioni»: like coordinati, commenti, segnalazioni di contenuti ostili. Solo che adesso la cornice è accademica, e il marchio del Ministero degli Affari Strategici sparisce dal frontespizio.
Act.IL era già stata smontata nel 2019 dal DFRLab di Atlantic Council come operazione di astroturfing politico. Il direttore Yarden Ben-Yosef aveva dichiarato a The Forward nel 2017: «Parliamo tra noi. Lavoriamo insieme», riferendosi ai servizi. Sima Vaknin-Gil, allora direttrice generale del Ministero Affari Strategici, in un intervento del 2016 aveva descritto «un’unità di intelligence civile che raccoglie, analizza e agisce» usando dati raccolti da campus, sindacati e chiese.
RiseApp è di fatto l’ultimo strato di un apparato più largo. A maggio del 2024 Meta rimosse 510 account Facebook e 32 Instagram riconducibili a Stoic, società di marketing politico di Tel Aviv. Il giorno prima OpenAI aveva bandito gli stessi operatori dalla propria piattaforma. New York Times e Haaretz ricostruirono che il Ministero affari della Diaspora, guidato da Amichai Chikli, aveva commissionato la campagna per circa 2 milioni di dollari: account falsi che impersonavano studenti ebrei e cittadini neri americani per attaccare l’Unrwa e l’università democratica in nome di un improvviso allarme islamofobico. Sullo sfondo c’è Voices of Israel, struttura para-pubblica erede di Concert e di Kela Shlomo, costituita come no-profit, secondo email trapelate nel 2024, anche per aggirare l’obbligo statunitense di registrazione Fara.
Le cifre rendono il quadro più nitido. La Knesset, al voto sul bilancio 2026 di marzo, ha portato il budget hasbara a circa 730 milioni di dollari, contro i 150 milioni del 2025 e una base pre-Gaza venti volte inferiore. Cinquanta milioni a Google, YouTube, X, Outbrain; quaranta a quattrocento delegazioni di pastori, legislatori, rettori; un contratto da 1,5 milioni al mese alla società dell’ex stratega di Trump Brad Parscale per dispiegare strumenti di IA contro le critiche online; una war room che monitora 250 testate e diecimila contenuti al giorno. Le ragioni le ha indicate Pew Research ad aprile: il 60 per cento degli americani vede Israele sfavorevolmente, sette punti in un anno.
Qui salta il doppio standard. L’Unione Europea ha varato il 16 dicembre 2024 il primo regime di sanzioni contro le attività ibride russe, colpendo la rete Doppelganger e l’unità GRU 29155, e lo ha allargato a dicembre 2025 e ad aprile 2026. La guerra ibrida di Mosca è ormai categoria politica, finanziaria, sanzionatoria. La guerra ibrida di Tel Aviv, documentata da Meta, OpenAI, NYT, Haaretz, DFRLab, resta una vicenda di cronaca senza conseguenze. Le piattaforme americane bannano gli account, i ministeri israeliani emettono smentite, il sistema riparte sotto un altro logo. Quindi RiseApp non è una scoperta, è la dimostrazione che funziona così.
Sostanzialmente, la propaganda di Stato si può chiamare università. Quindi, comodamente, smette di essere propaganda.
L’articolo RiseApp, la nuova fabbrica dei troll di Israele: 40 mila attivisti per la propaganda online. E il doppio standard dell’Europa sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
316mila gare bandite con i soldi del Pnrr, e la clausola che doveva trasformare il piano in uno strumento di occupazione femminile è stata inserita appena nel 34% dei casi. Nella metà esatta dei bandi, il 50,8%, della riserva non c’è traccia. Lo certifica una nuova analisi di Openpolis del 25 maggio 2026 su dati Anac. Il governo guidato dalla prima presidente del Consiglio donna nella storia della Repubblica, Giorgia Meloni, chiude la stagione del piano con un bilancio che le donne italiane possono leggere riga per riga.
L’articolo 47 del decreto legge 77/2021 obbligava le imprese aggiudicatarie a riservare almeno il 30% delle nuove assunzioni a donne e a giovani sotto i 36 anni. Era una delle tre priorità trasversali del piano, accanto a giovani e riequilibrio territoriale. Sulla carta è un meccanismo di inclusione: in pratica è un campo minato di deroghe. Sono 9 le motivazioni che permettono alle stazioni appaltanti di saltare la clausola. La più gettonata, il 44,2% dei casi, è il valore economico ridotto del contratto. In un altro 39% la giustificazione è semplicemente «altro». Anac parla esplicitamente di «violazioni» e ricorda che quelle disposizioni «non sono facoltative». In alcuni casi ha chiesto di applicare penali o di valutare la risoluzione del contratto. Cifra di sintesi: nel 2025 solo il 7,3% delle procedure ha previsto clausole per la parità di genere e l’assunzione di giovani.
Le 56 misure del piano riconducibili alla parità di genere valgono 98,4 miliardi, secondo l’elaborazione di Openpolis su dati OpenPnrr e Italia Domani. Al 31 dicembre 2025 ne risulta speso il 45,5%. Sull’imprenditoria femminile, 400 milioni stanziati: speso il 39,7%. Le case della comunità dovevano essere 1.350 per 2 miliardi: dopo le revisioni concordate con Bruxelles sono state ridotte a 1.038, con lo stesso importo. Al 19 dicembre 2025 le strutture concluse erano 258, quelle collaudate 120. Lì dentro dovrebbero entrare anche i consultori e i percorsi per le donne vittime di violenza. Il sistema di certificazione della parità di genere, finanziato con 10 milioni, ha rilasciato 8.798 certificati da 61 organismi accreditati: una macchina di bollini.
Lo sfondo è quello che la cabina di regia preferisce non guardare. L’Istat registra a settembre 2025 un tasso di occupazione femminile del 54,1% contro il 71,3% maschile: oltre 17 punti di distanza. Il Gender Equality Index 2024 dell’Eige colloca l’Italia a 69,2 punti contro la media Ue di 71. Sui salari, l’ultima fotografia Inps, riferita al 2023, registra 643 euro lordi settimanali per gli uomini contro 501 per le donne: un 28,34% in più.
C’era una legge per misurare il divario: la Gribaudo del 2021, approvata all’unanimità. Prevedeva un Rapporto biennale sulla parità di genere da presentare al Parlamento. Dall’insediamento del governo Meloni quel rapporto è rimasto nel cassetto. Il sito che doveva ospitare i dati delle aziende aderenti al protocollo è invisibile. La Consigliera nazionale di parità nominata nel 2024, Filomena D’Antini, ha avuto l’incarico in accordo tra la ministra del Lavoro Marina Calderone e la ministra per le Pari opportunità Eugenia Roccella. Alla vigilia dell’8 marzo 2026, Meloni e Roccella hanno depositato un decreto legislativo per cancellare le Consigliere di parità regionali. Le donne dei territori, in caso di discriminazione, sono invitate a scrivere una pec al ministero a Roma.
Una donna a Palazzo Chigi serve quindi a poco se i bandi non includono donne, i rapporti restano nei cassetti, le tutele locali vengono smontate e i fondi europei restano spesi a metà. Resta da capire chi spiegherà alle donne italiane che il Pnrr era anche per loro, e perché la prima presidente del Consiglio donna abbia firmato il bilancio peggiore di tutti sulla parità.
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Il 22 maggio 2026 Pagella Politica ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti conto di un atto che il governo avrebbe dovuto consegnare in trenta giorni e che manca da più di due mesi: lo schema di bando-tipo per le concessioni balneari. Il Mit ha risposto di «non avere nuovi elementi». L’articolo 8 del decreto-legge 11 marzo 2026 n. 32, cosiddetto “Commissari”, imponeva di inviare lo schema alla Conferenza unificata entro un mese dall’entrata in vigore. Il tavolo è partito il 17 aprile, la legge di conversione n. 71 è arrivata l’8 maggio: di linea condivisa nemmeno l’ombra.
È l’ennesimo capitolo di una saga che dura da quattro anni, con decreti, sentenze, lettere di Bruxelles e proroghe disapplicate dai tribunali.
Il punto di partenza resta il 2021, quando l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con le sentenze 17 e 18, ha stabilito che ogni proroga successiva al 31 dicembre 2023 è disapplicabile. Il governo Meloni ha provato a guadagnare tempo: prima con il Milleproroghe del 2023, che ha spostato la scadenza al 2024 e in alcuni casi al 2025, con il pretesto della mappatura. Poi con il decreto-legge n. 131 del 16 settembre 2024, cosiddetto “Salva infrazioni”, convertito nella legge 166 del 14 novembre, che ha esteso la durata fino al 30 settembre 2027, presentato come accordo con la Commissione europea.
L’accordo non ha retto un trimestre. Il Tar Liguria, sentenza n. 869 del 14 dicembre 2024, ha disapplicato la proroga al 2027 per contrasto con la direttiva 2006/123/CE. Il Tar Campania, sentenza n. 365 del 14 gennaio 2025, ha ribadito il principio. Il Tar Liguria è tornato a confermarlo il 19 febbraio 2025 con la sentenza n. 183. Il Consiglio di Stato, sezione VII, ha chiuso il cerchio il 26 febbraio: la disapplicazione delle proroghe è ormai «acquisizione consolidata». La procedura di infrazione aperta da Bruxelles il 3 dicembre 2020 resta aperta, e il parere motivato del 16 novembre 2023pende sulla scrivania.
Poi c’è il capitolo indennizzi, la promessa fatta ai concessionari uscenti per ammorbidire il colpo. Il MIT ha scritto lo schema di decreto sui rimborsi e l’ha mandato al Consiglio di Stato. Il parere n. 750 dell’8 luglio 2025 ha smontato l’impianto: indennizzi sproporzionati, contrasto con la direttiva europea, rischio di vantaggio indebito per chi esce a danno di chi entra. La Commissione europea, con lettera del 7 luglio 2025, aveva detto la stessa cosa il giorno prima. La Corte di Giustizia UE, sentenza 11 luglio 2024 causa C-598/22, ha intanto confermato che l’articolo 49 del codice della navigazione è in regola con il diritto europeo: alla scadenza, le opere non amovibili tornano allo Stato senza un euro.
Sui canoni la fotografia è altrettanto netta. Secondo l’ultima relazione della Corte dei Conti, nel 2023 lo Stato ha incassato 155 milioni di euro dalle concessioni, contro i 103 milioni del 2016. Il canone medio resta intorno ai 6 mila euro per stabilimento, e la rivalutazione avviata nel 2022 non è proseguita nel 2024. Nello stesso periodo, secondo Unioncamere-Infocamere, le imprese balneari sono salite a 7.244, con un balzo del 190 per cento in Sardegna e del 110 per cento in Calabria. L’I.R.C.A.F. ha calcolato che l’estate 2025 ha visto un ombrellone in terza fila con due lettini, in giorno festivo, costare 25,8 euro: il 4,5 per cento in più sul 2024, con un’inflazione all’1,9.
I comuni che hanno già fatto le gare, come Pietra Ligure e Laigueglia in Liguria o Rimini e Ravenna in Romagna, rischiano i contenziosi dei perdenti se il bando-tipo avrà criteri diversi. Il presidente del sindacato Fipe-Confcommercio Antonio Capacchione parla di «spiagge bloccate e senza servizi». Quattro anni dopo le sentenze del 2021, lo Stato è ancora a chiedersi come si scrive una gara.
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