Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
L’avevano detto per primi, e pure con esibito orgoglio. Quando nell’agosto 2025 le Nazioni Unite hanno iscritto Hamas nella lista nera dei responsabili di violenza sessuale nelle zone di conflitto, in Italia la maggioranza ha trasformato quel rapporto in una clava. La rappresentante speciale dell’Onu Pramila Patten, dopo la visita in Israele del marzo 2024, aveva concluso che c’erano motivi ragionevoli per ritenere che il 7 ottobre 2023 fossero stati commessi stupri e altre forme di violenza sessuale. Su quella conclusione si è costruita una parte robusta del consenso filoisraeliano, in Parlamento e nei talk. Lo stupro come arma, ripetuto, certificato, scolpito.
Oggi, 28 maggio 2026, le stesse Nazioni Unite hanno deciso di inserire anche Israele in quella lista. Accanto a Hamas. Accanto allo Stato islamico.
Lo ha annunciato, su X, l’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon, parlando di «una decisione politica» scollegata «dai fatti e dalla realtà». Il nuovo rapporto annuale sulla violenza sessuale nei conflitti ancora non è pubblico, e questo dettaglio conta, ma la reazione di Gerusalemme è già arrivata e dice molto: Israele ha sospeso la cooperazione con l’ufficio del segretario generale Antonio Guterres, che a fine anno conclude il mandato. «Chi è in grado di inserire Israele nella stessa lista dei terroristi e degli stupratori di Hamas non ha alcuna legittimità morale», ha aggiunto Danon. Tutto come da copione: quando i fatti smettono di servire, diventano calunnia.
Per due anni il governo italiano ha usato il dossier sulla violenza sessuale come prova morale definitiva. Eppure quel dossier, in più passaggi, aveva basi fragili. L’inchiesta del New York Times del 28 dicembre 2023, «Screams Without Words», che aveva fissato lo stupro sistematico come pilastro del racconto sul 7 ottobre, è stata contestata dal kibbutz Be’eri su uno dei casi-simbolo, smontata in parte dallo stesso giornale su un testimone-chiave, e oltre sessanta docenti di giornalismo ne hanno chiesto una revisione indipendente. Lo stesso rapporto Onu dell’agosto 2025, accanto a Hamas, segnalava già le violenze sessuali commesse dalle forze israeliane sui detenuti palestinesi, e annotava che Israele aveva impedito le indagini.
E adesso? Adesso il governo che ha eretto la propria fermezza sulla violenza sessuale come crimine assoluto si trova davanti la stessa accusa, stessa fonte, stesso organismo, rivolta allo Stato che difende. La parentesi di indignazione italiana, intanto, sembra essersi chiusa in fretta.
Il 20 maggio il video del ministro Itamar Ben-Gvir che umiliava gli attivisti della Flotilla ha prodotto la reazione più dura: Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno parlato di immagini «inaccettabili», Sergio Mattarella di gesto «infimo». Tajani ha chiesto all’Unione europea sanzioni contro il solo Ben-Gvir, misura che richiede l’unanimità dei Ventisette e che per ora ha il sostegno della sola Spagna. Sul resto, prudenza. Le opposizioni chiedono di passare dalle parole ai fatti, la premier «è in ritardo», dice Elly Schlein.
Resta la domanda, e conviene leggerla lentamente e ad alta voce: se la violenza sessuale era il crimine che rendeva Hamas indifendibile, e la fonte era affidabile abbastanza da diventare argomento di governo, che si fa ora che la stessa fonte inchioda anche Israele?
Salvo decidere che l’Onu è autorevole quando accusa il nemico e politico quando accusa l’amico. Oppure si pensa davvero che gli unici stupri morali sotto accusa siano quelli di un ministro in un video, e che basti censurare lui per chiudere la pratica.
Il coraggio, scriveva Manzoni mettendolo in bocca a Don Abbondio, uno non se lo può dare. Don Abbondio almeno lo confessava. Il governo italiano, da parte sua, preferisce far finta di averlo speso tutto contro un solo uomo
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Lo scranno 14, quarta fila a sinistra dell’emiciclo di Montecitorio, da ieri ha una targa di metallo: “Da questo banco il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò lo storico discorso del 30 maggio 1924, in difesa del libero Parlamento e contro le intimidazioni e le violenze fasciste che gli sarebbe costato la vita.” Quel seggio resta lì, vuoto per sempre. Intorno, durante la cerimonia…
Mercoledì mattina, a Gaza City, i fedeli si sono radunati per la preghiera dell’Eid al-Adha tra le macerie di Rimal. La sera prima due attacchi aerei israeliani avevano colpito due edifici residenziali nella stessa zona, il distretto commerciale più affollato della città alla vigilia della festa. L’ospedale al-Shifa ha confermato tre morti, fra cui una donna, e dodici feriti.
Il ministro della Difesa Israel Katz ha rivendicato l’operazione: l’obiettivo era Mohammed Odeh, nominato comandante militare di Hamas undici giorni prima, dopo l’uccisione di Izz al-Din al-Haddad il 15 maggio. Quarto comandante eliminato a Gaza dal 7 ottobre 2023. «Sono morti che camminano ovunque si trovino», scrive Katz. Hamas conferma che Odeh è morto con la moglie e i figli.
Nello stesso comunicato Katz aggiunge: «Anche il piano di emigrazione volontaria da Gaza sarà attuato, tutto al momento giusto e nel modo giusto». Il piano è del febbraio 2025, ordinato dallo stesso Katz dopo la proposta di Trump di trasferire fuori dalla Striscia i due milioni di abitanti. La Corte penale internazionale e l’Ohchr di Türk lo riconducono al trasferimento forzato vietato dalla IV Convenzione di Ginevra.
Mercoledì il Financial Times pubblica la radiografia del Board of Peace di Trump. A quattro mesi dall’istituzione, il fondo presso la Banca Mondiale non ha ricevuto un dollaro: zero dei diciassette miliardi promessi. Le poche somme arrivate sono transitate su un conto privato JPMorgan, fuori dai requisiti di trasparenza. Nessun contratto di ricostruzione assegnato.
Ieri sera sette italiani del Land Convoy Sumud sono stati sgomberati a Sirte e rientrano oggi; a Bengasi restano detenuti dieci attivisti, fra cui Domenico Centrone e Leonarda Alberizia.
«Tutto al momento giusto e nel modo giusto», ripete Katz. L’unico piano per Gaza al momento giusto è quello dell’emigrazione.
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In commissione Antimafia, ieri, Andrea Delmastro si è dichiarato vittima. Vittima del sistema che non lo aveva avvertito su Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese condannato in Cassazione il 19 febbraio a quattro anni per intestazione fittizia aggravata. L’ex sottosegretario alla Giustizia, socio al 25% della srl che gestiva la Bisteccheria d’Italia insieme alla figlia diciannovenne di…
Fratelli d’Italia supera il 20% in un solo capoluogo su diciotto. È Prato, dove arriva al 21,43% e perde comunque la città. Negli altri diciassette territori dove si è votato per il sindaco il partito di Giorgia Meloni resta sotto quella soglia: il secondo miglior dato è Lecco con il 18,64%, il terzo Macerata con il 18,16%. Il Pd, partito che il governo dà per finito da mesi, è primo quasi ovunque: 37,89% a Mantova, 28,77% a Pistoia, 28,63% a Prato, 24,84% a Venezia. Sono i numeri del dispaccio Agi delle 6.20 del 26 maggio 2026, quando la premier ha già rivendicato la tenuta del centrodestra con una battuta: “Il tanto annunciato crollo lo rimandiamo a domani”.
Il quadro che il centrodestra ha definito un “non crollo” parte da un dato di affluenza che dice molto. Si è votato in 894 comuni, di cui 18 capoluoghi, e ha partecipato il 60,06% degli aventi diritto: 4,85 punti in meno rispetto al 64,91%della tornata precedente. In Lombardia ha votato il 52,69%, in Emilia-Romagna il 54,36%, in Veneto il 54,42%. Le regioni che storicamente esprimono il voto più radicato lasciano a casa quasi un elettore su due. Il picco più alto, in Umbria con il 70,78%, resta comunque sotto la tornata precedente.
Il responsabile organizzazione del Pd, Igor Taruffi, ha ricordato in diretta sul Tg2 il punto di partenza: dei diciotto capoluoghi, cinque erano governati dal centrodestra, otto dal centrosinistra. La conta finale del primo turno consegna Venezia e Reggio Calabria al centrodestra, restituisce Pistoia al centrosinistra dopo cinque anni di amministrazione targata FdI e conferma Prato, Mantova, Andria, Salerno, Avellino, Enna al campo progressista. Cinque capoluoghi sono in bilico al ballottaggio del 7 e 8 giugno: Arezzo, Lecco, Chieti, Agrigento, Trani.
A Venezia il dato che il centrodestra preferisce non mettere a fuoco è la composizione della vittoria di Simone Venturini: la sua lista civica vale il 30,11%, FdI si ferma al 12,9%, la Lega al 4,7%, Forza Italia al 2,45%. Il consenso personale dell’erede di Brugnaro copre quasi tre volte quello del primo partito di coalizione. A Reggio Calabria Francesco Cannizzaro stravince con quasi il 70% contro Domenico Battaglia, fermo intorno al 23%: una città che il centrosinistra di Falcomatà governava da oltre undici anni. A Salerno Vincenzo De Luca torna sindaco con percentuali vicine al 60%.
E mentre il comitato di Venezia esultava per il “miracolo mondiale” annunciato in un messaggio della premier, in Parlamento lo Stabilicum resta incagliato. L’A.C. 2822, depositato il 26 febbraio, prevede sistema proporzionale con premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, attribuito alla coalizione che superi il 40%, ballottaggio se le prime due restano sopra il 35%, liste bloccate senza preferenze. 120 costituzionalisti hanno firmato un appello che ha raggiunto diecimila firme: chiamano la riforma “premierato di fatto” e segnalano il rischio di un premio capace di portare la coalizione vincente verso il 60% dei seggi.
Dentro la maggioranza la simulazione del costituzionalista Massimo Villone sui dati del 2022 dice che il sistema penalizza Lega e Forza Italia, premia FdI. Antonio Tajani chiede di alzare la soglia al 42%, Roberto Calderoli lega la riforma all’autonomia differenziata. Il Pd, il M5s, Avs, Italia Viva, +Europa restano fuori dal tavolo. Giuseppe Conte parla di «supertruffa». L’Aula della Camera è prevista a luglio: a un anno dalle politiche la maggioranza sta cambiando le regole del voto mentre litiga su quale convenga davvero.
Dei diciotto capoluoghi al voto, FdI è sopra il 20% in uno solo. Il “non crollo” sta nella cornice scelta per raccontare i numeri, mentre i numeri raccontano altro: un partito di governo che pesa meno dei suoi avversari nelle città, e una coalizione che cerca di blindare il proprio premio prima del prossimo voto.
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