Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
A Mattino Cinque, il 28 maggio 2026, Giorgia Meloni ha detto una frase che andrebbe incorniciata, anzi inchiodata anche senza cornice: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa». L’ha detto da persona che, ci tiene a precisare, ritiene indispensabile armarsi di più. Eccola qui la confessione, con solo tre anni di ritardo. Torniamo indietro, a marzo 2023…
Un giudice federale americano ha messo per iscritto, il 13 maggio, che gli Stati Uniti stavano punendo Francesca Albanese per le cose che dice. Richard Leon, tribunale di Washington, ha sospeso le sanzioni contro la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati riconoscendo che l’amministrazione Trump ne aveva con tutta probabilità violato la libertà d’espressione, dopo le sue critiche all’azione israeliana a Gaza. Nove giorni dopo quella libertà è tornata a costare.
Il 22 maggio la Corte d’appello del Distretto di Columbia ha congelato la decisione di Leon. Il 27 il Dipartimento del Tesoro ha rimesso il nome di Albanese nell’elenco dei Specially Designated Nationals, il registro dove finiscono trafficanti e organizzazioni terroristiche, senza una riga di motivazione. C’era già stata, dal 9 luglio 2025: il segretario di Stato Marco Rubio l’aveva accusata di «lawfare» per aver chiesto alla Corte penale internazionale mandati d’arresto contro dirigenti statunitensi e israeliani. La Cpi quei mandati, per Netanyahu e Gallant, li ha poi emessi.
Quello che la giurista mette nero su bianco è quello che la Corte internazionale di giustizia chiama genocidio. La si iscrive nella lista dei trafficanti perché lo documenta. E Albanese è cittadina italiana: sul fatto che una sua cittadina e relatrice delle Nazioni Unite venga trattata da Washington come un contrabbandiere d’armi, dall’Italia non arriva una parola. È lo stesso governo che a febbraio, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, per voce di Antonio Tajani ne aveva chiesto le dimissioni.
Restano detenuti a Bengasi dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla diretto a Gaza, fra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Sulle loro condizioni la delegazione italiana non ha notizie.
Nella motivazione che la Corte d’appello ha congelato, Leon aveva scritto che le sanzioni servivano a zittire una voce. Quella voce, da mercoledì, è di nuovo sulla lista accanto ai trafficanti.
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Ammonta a 165,34 miliardi di euro. La cifra che gli italiani hanno bruciato nell’azzardo nel 2025, il 7,3% del Pil, più dei 138,6 miliardi del Fondo sanitario nazionale. 3.284 euro a testa per ogni maggiorenne. Il quarto Libro nero dell’azzardo, presentato il 27 maggio da Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon, ha un sottotitolo che è già una tesi: “Lo Stato perdente”.
A perdere sono in tre, e due lo ignorano. Le perdite dei giocatori sfiorano i 22 miliardi, una manovra intera, il 2% dei redditi degli italiani, oltre il 4% nelle fasce più deboli. In un Paese dove i salari reali sono arretrati dell’8,9% in pochi anni, l’azzardo è quel che il report chiama “tassa sulla povertà”: cresce col bisogno, vende l’illusione di risolvere tutto in un colpo. Del resto colpisce di più chi ha meno: dei 17,1 milioni di conti online attivi, l’84% ha chiuso il 2025 in rosso.
Perde lo Stato, che pure incassa. Le entrate erariali valgono 11,4 miliardi, il 6,9% della raccolta, in calo costante: nel 2006 l’erario prendeva oltre il 19%. Ormai i concessionari, che fatturano 10,4 miliardi, sfiorano il sorpasso. Ma il conto vero è quello che nessuno tiene: costi sanitari, famiglie impoverite, usura, Comuni e Regioni a tamponare. E poi c’è il filo nero tra azzardo legale e illegale: il report stima in 39 miliardi il sommerso e tra i 21 e i 23 miliardi la quota di giocato online legale agganciata alle mafie. Lo Stato perde anche quando vince.
Chi vince, vince sempre. Tra il 2020 e il 2024 gli utili dei maggiori operatori sono cresciuti del 165% in termini reali. E mentre il fisico cala (-1,3% sul 2024), l’online esplode: 100,88 miliardi, +9,5% in un anno, +221% sul 2018, ormai il 61% del mercato. Le piattaforme costano poco, restituiscono di più, raggiungono chiunque dallo smartphone: crescita ininterrotta in tutte e venti le Regioni.
C’è un dato che inchioda più di ogni discorso. La classifica dei Comuni per giocato online pro capite è guidata da Patti, nel Messinese, con 7.715 euro a testa, e da Isernia, primo capoluogo con 6.307 euro. Tra i cento Comuni a maggiore intensità ricorrono nomi di paesi coi consigli sciolti per mafia. La correlazione, scrivono i curatori, è “diretta e documentata”.
Lo Stato che cosa fa Il contrario. La legge di bilancio 2025 ha soppresso l’Osservatorio per il contrasto del gioco d’azzardo e il Fondo Gap per il gioco patologico. Il decreto legislativo 41 del 2024 ha reintrodotto, sotto l’etichetta del “gioco sicuro e responsabile”, la pubblicità dell’azzardo, smantellando di fatto il divieto del decreto Dignità. Il 5 marzo 2025 la VII Commissione del Senato ha approvato una risoluzione che impegna il Governo a valutare l’abolizione del divieto residuo, per riaprire alle sponsorizzazioni nel calcio. Qualcuno dovrebbe spiegare perché si scelga di difendere come prevenzione una pubblicità che le evidenze indicano come fattore scatenante della dipendenza.
E c’è il pezzo grosso ancora da scrivere. Entro il 29 agosto 2026, su delega della legge 111 del 2023, il governo deve riordinare la rete fisica. Le bozze circolate cancellano le distanze dai luoghi sensibili, gli orari, i poteri dei Comuni: l’argine lo sta abbassando proprio chi dovrebbe alzarlo. La Manovra, intanto, ha prorogato le concessioni e reso permanente la quarta estrazione settimanale di Lotto e Superenalotto, quella nata per l’alluvione dell’Emilia-Romagna. In nome della solidarietà.
I curatori chiedono il ripristino del divieto di pubblicità, la trasparenza dei dati comunali ancora negati, un bilancio sociale dell’azzardo, una tassa sugli extraprofitti da girare alla sanità: la lista esatta di ciò che il governo non fa. La nuova normativa, scrivono, corrisponde “pienamente ai desiderata dei vincenti”. Lo Stato perde, i cittadini perdono. Che poi, ricorda il report, dovrebbero essere la stessa cosa.
L’articolo Azzardo, 165 miliardi giocati e 22 di perdite per i giocatori: lo Stato e i cittadini sempre perdenti. I numeri dell’ultimo Report sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Il 31 dicembre 2025 è scaduta la quarta proroga dello scudo erariale firmata dal governo Meloni. Misura introdotta da Conte nel 2020 come deroga emergenziale di un anno, oggi è un pezzo strutturale del diritto amministrativo: limita la responsabilità degli amministratori al solo dolo, copre anche gli appalti finanziati con fondi Ue. Il ddl Foti in discussione al Parlamento la rende permanente.
Ma mentre il ddl smonta la magistratura contabile, sul Journal of Economic Behavior and Organization di marzo 2026 è uscito uno studio peer-reviewed che certifica una cosa scomoda: i controlli antimafia italiani sono l’unico strumento che ha funzionato.
Lo firmano Marco Di Cataldo, Elena Renzullo e Andrés Rodríguez-Pose della London School of Economics e di Ca’ Foscari. Hanno incrociato i decreti del Ministero dell’Interno sugli scioglimenti per mafia ex articolo 143 del Tuel con i dati Opencoesione su 1,5 milioni di progetti tra il 2007 e il 2020 in cinque regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia. I comuni governati da giunte poi sciolte per infiltrazione ricevono in media il 93% in meno di fondi Ue destinati al municipio. E lo fanno non per disattenzione di Bruxelles ma per scelta delle stesse giunte.
Il meccanismo va spiegato con calma. Le amministrazioni infiltrate non sono incompetenti: lo studio verifica titoli di studio ed esperienza politica e non trova differenze. Scelgono soltanto progetti sotto i 150.000 euro, la soglia oltre la quale scatta la certificazione antimafia prevista dal Codice antimafia. Il 22% in meno di progetti grandi. Settori colpiti: servizi sociali, trasporti, costruzioni, rifiuti. La mafia fa shopping sotto soglia perché al di sopra qualcuno controlla.
Lo scudo erariale, in vigore da cinque anni, è la prima rete tagliata: senza colpa grave la Corte dei Conti non può perseguire chi firma un appalto sospetto se non prova il dolo, prova quasi impossibile. Il presidente Guido Carlino, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2024, ha detto che la proroga era “non necessaria”. La Corte costituzionale, con sentenza 132/2024, l’ha salvata solo come eccezione transitoria. Il governo l’ha reiterata e ora il ddl Foti la rende ordinamento.
Sopra c’è tutto il resto. Il rendiconto di Palazzo Chigi firmato da Meloni a giugno 2025 registra il taglio del Fondo comuni marginali da 163 a 20 milioni e del fondo per gli ecosistemi di innovazione al Sud da 70 a 33 milioni. Foti rivendica la quota Sud del Pnrr al 40%, pari a 59,3 miliardi sulla carta, ma i comuni meridionali hanno anticipato dal proprio bilancio 3,2 miliardi secondo l’ultimo report della Corte dei Conti. Le commissioni d’accesso le insedia il Viminale: a Bari la commissione partì tre mesi prima del voto del 2024 e si chiuse senza scioglimento un anno dopo.
Il dossier “Il male in Comune” presentato il 2 dicembre 2025 alla Fnsi da Roberto Montà di Avviso Pubblico li ha contati: 402 scioglimenti per mafia dal 2 agosto 1991 al 30 settembre 2025, un comune al mese per trentaquattro anni, il 96% in Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Il presidente dell’Anac Giuseppe Busia, nella prefazione, parla di “radicamento del crimine organizzato” nelle istituzioni.
E l’argine, in questo momento, lo sta abbassando proprio il legislatore. Da una parte uno studio peer-reviewed che dimostra come la legge 164/1991 abbia funzionato per trentaquattro anni. Dall’altra una maggioranza che proroga lo scudo erariale, svuota la Corte dei Conti, taglia i fondi al Sud. Quattrocentodue scioglimenti dicono che il problema esiste. Il governo risponde rendendo più conveniente restare sotto i centocinquantamila euro.
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«Diritto non crimine». Il titolo del rapporto curato dalla Rete In Difesa Di e da Osservatorio Repressione, pubblicato a maggio 2026 dentro il progetto P.E.A.C.E. co-finanziato da CLIDEF e Civitates, è già la tesi ed è chiara: difendere ambiente e territori è un diritto costituzionale, e chi lo esercita oggi viene trattato come un criminale. La seconda edizione del report misura tre anni di legislazione d’urto contro il dissenso ecologista e restituisce un quadro in cui la criminalizzazione del conflitto è diventata un programma di governo dichiarato.
La legge 22 gennaio 2024 n. 6, la cosiddetta legge Sangiuliano, ha inaugurato il ciclo. Per chi distrugge o deteriora beni culturali si introduce una sanzione amministrativa da 20mila a 60mila euro, per chi li imbratta da 10mila a 40mila euro, irrogabile direttamente dal prefetto. Il 13 febbraio 2024, due settimane dopo l’entrata in vigore, un attivista di Ultima Generazione che aveva incollato fotografie dell’alluvione di Campi Bisenzio sulla teca della Venere agli Uffizi si vede recapitare 20mila euro di multa.
Quindici mesi più tardi arriva il decreto-legge n. 48 dell’11 aprile 2025, convertito nella legge 9 giugno 2025 n. 80: 14 nuovi reati, 9 aggravanti. L’articolo 14 trasforma il blocco stradale col proprio corpo da illecito amministrativo in reato penale, fino a un mese di reclusione per il singolo, da sei mesi a due anni se più persone riunite. L’articolo 19 aggrava la pena per resistenza a pubblico ufficiale «al fine di impedire la realizzazione di infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni». L’articolo 26 introduce il reato di rivolta in istituto penitenziario, incluse le «condotte di resistenza passiva».
Sul terreno la repressione gira su tre binari paralleli. Il primo è penale: i pubblici ministeri contestano interruzione di pubblico servizio (art. 340 c.p.), imbrattamento, violazione del foglio di via, che il decreto Caivano del settembre 2023 ha sestuplicato nel minimo, portandolo da uno a sei mesi. Il secondo è amministrativo: fogli di via obbligatori, daspo urbani, sorveglianza speciale, irrogati dai questori sulla base di una pericolosità sociale presunta.
Ultima Generazione dal 2021 ha ricevuto 399 fogli di via, Extinction Rebellion ne registra decine emessi a Roma, Bologna, Brescia, Venezia, Padova. Il terzo è patrimoniale: multe penali fino a 10mila euro per il danneggiamento in piazza, e le richieste risarcitorie milionarie del cosiddetto «processo Sovrano» No Tav, in cui il governo si è costituito parte civile chiedendo i costi degli straordinari delle forze di polizia.
Il 16 dicembre 2024 il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty ha scritto al presidente del Senato Ignazio La Russa chiedendo di non approvare il testo se non sostanzialmente modificato. La Russa, dal canto suo, ha respinto la lettera come «inaccettabile interferenza». Sei giorni prima, il 14 dicembre, 100mila persone con 200 sigle avevano attraversato Roma contro il provvedimento. I rilievi del Consiglio d’Europa si sommano a quelli della Relatrice Onu Mary Lawlor e a quelli del Relatore speciale Onu per l’ambiente Michel Forst, che nelle linee guida del novembre 2025 ha esplicitamente raccomandato all’Italia di astenersi dal criminalizzare la protesta ambientale pacifica. Il governo è rimasto sordo.
Il 22 e 23 marzo 2026 il No al referendum sulla separazione delle carriere è passato con il 53,75% contro il 46,25%: un voto che chiude la stagione delle leggi-bavaglio. Resta intatto, però, l’apparato che quella stagione ha costruito. Una magistratura che continua ad assolvere per particolare tenuità del fatto e a disapplicare i fogli di via senza motivazione argina la deriva caso per caso, sentenza per sentenza. L’argine politico, quello sì, qualcuno dovrebbe alzarlo.
L’articolo Decreti Sicurezza, la criminalizzazione dei diritti: un report denuncia la stretta sul dissenso ecologista sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
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