Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Ignazio La Russa (FdI), il 4 maggio, sulla Global Sumud Flotilla aveva la battuta: farsi fermare in mare e poter «gridare che sei stato torturato è il massimo a cui aspirare», «a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rincarava, aiuti «irrisori». E Israele, il 3 maggio, certificava che nessuno era «mai stato torturato». Tre settimane dopo la…
829 voti, raccolti in qualche collegio della Lombardia, lo 0 per cento su scala nazionale. È il bottino della lista Free alle elezioni politiche del 2022, battuta perfino dal “Partito della follia creativa” del sedicente “Dottor Seduction” e capace di superare di dieci schede soltanto la lista “antisistema” Forza del Popolo. Non preoccupatevi se non ne avete mai sentito parlare, quello che conta è quanto pesano quelle schede oggi. Quattro anni dopo quegli 829 voti valgono una poltrona, anzi una componente parlamentare, soldi pubblici e minuti di parola alla Camera. Beneficiario: Roberto Vannacci.
Il 27 maggio 2026 i deputati di Futuro Nazionale, il partito fondato a febbraio dall’ex generale, hanno costituito una componente dentro il gruppo Misto. Come ricostruisce Pagella Politica, lo stratagemma passa per l’articolo 14 del regolamento di Montecitorio: una componente nel Misto vuole di norma dieci deputati, solo che una deroga la concede a tre parlamentari che rappresentino un partito presentato alle elezioni con una lista, a prescindere dal risultato.
Free, appunto: 829 schede, lo zero virgola. Il suo titolare, Marco Lusetti, ex vicesindaco leghista di Guastalla che nel 2022 bollava quelle urne come «elezioni truffa» e invitava a votarlo «come forma di dissenso», a febbraio è passato con Vannacci e gli ha ceduto il simbolo. Il programma di Free, dichiarava all’epoca lo stesso Lusetti, era «la tutela della Costituzione contro le bugie». Adesso quel simbolo garantisce a Edoardo Ziello, rappresentante della componente, a Rossano Sasso, a Emanuele Pozzolo e a Laura Ravetto, uscita dalla Lega il 19 maggio, quello che da soli non avrebbero.
E cambia parecchio. Una componente nel Misto dà più spazio nei question time e nelle dichiarazioni di voto: già il 28 maggio i deputati di Futuro Nazionale hanno avuto dieci minuti in aula su una proposta di legge sulla pubblicazione delle sentenze di assoluzione, dove prima si fermavano a una dichiarazione personale di pochi secondi. Poi ci sono i soldi. Nel 2024 la Camera ha distribuito ai gruppi circa 31 milioni di euro, il Senato altri 22, ripartiti in base alla grandezza. Un gruppo autonomo incassa molto più del Misto: Fratelli d’Italia quell’anno ha avuto 8,4 milioni, il Misto poco più di un milione. Quella quota finora si divideva tra le componenti delle Minoranze Linguistiche e di Più Europa, con un contributo intorno ai 300 mila euro. Ora al riparto parteciperà anche con Futuro Nazionale, e il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni ha celebrato sui social «un risultato importante» per dare al partito una presenza più forte «nelle istituzioni».
Torniamo indietro di pochi mesi, sempre lui. A gennaio 2026, interrogato sull’ipotesi di un ministero offerto da Giorgia Meloni, Vannacci rispondeva: «Non cerco poltrone. Non cerco partecipate e nemmeno scranni. Faccio politica per cambiare l’Italia». E i suoi Team Vannacci, nel manifesto del marzo 2025, promettevano guerra alla “vecchia politica autoreferenziale, quella che mira alle poltrone prima ancora che alle idee”, quella “dei politicanti di professione” che avrebbero allontanato i cittadini dal voto. L’uomo dei 500mila voti alle europee del 2024, eletto con la Lega e poi sospeso undici mesi dall’Esercito per il suo “Il mondo al contrario”, costruiva la sua fortuna sul disgusto verso il palazzo.
Eppure il primo gesto del generale dentro il palazzo è una manovra di regolamento per farsi largo mei corridoi di quel sistema che promette di scardinare. La rivoluzione del “mondo al contrario” comincia di fatto dal punto che diceva di voler smontare: i fondi ai gruppi, gli scranni, i minuti garantiti.
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Alla Nuvola di Roma, il 26 maggio, Giorgia Meloni ha chiamato l’Unione europea “gigante burocratico” e le ha addossato i guai dell’economia. È il suo registro fisso: la sventura arriva sempre da fuori. Ma vale davvero la pena contarle a una a una, perché in fila smettono di somigliare alla sfortuna.
I vincoli del Patto di stabilità? Legano tutti e ventisette. Con le stesse regole la Spagna corre al 2,1% e l’Italia striscia allo 0,5%, ultima dell’Unione: quattro volte più lenta a parità di catene, certifica la Commissione europea.
Le guerre? Lo shock energetico mediorientale ha tagliato la crescita dell’intera eurozona allo 0,9%. Pandemia, inflazione e conflitti li hanno governati tutti e ventisette: la “sfortuna” di Meloni è il calendario di mezzo continente quindi, non una maledizione personale.
L’ETS che gonfia le bollette “in modo asimmetrico”? La stessa Commissione lega l’asimmetria al mix nazionale di gas, e l’Italia ne è il caso estremo per scelte sue lunghe trent’anni.
I giudici che frenano l’Albania, “spazi che non gli competono”? Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione ai magistrati italiani: lo impone una direttiva che vincola, di nuovo, tutti e ventisette.
Il modello Albania sabotato dalle toghe? Ottantatré rimpatri in tre anni, centri quasi vuoti, 74,2 milioni solo per costruirli e altri 71,4 milioni nella Manovra 2026 per il triennio, 29,7 nel solo 2026, mentre il calo degli sbarchi viene dalle partenze tunisine, non dalle gabbie oltre Adriatico.
I soldi che “ci sono solo per la difesa”? L’Italia è il primo beneficiario del PNRR con 194,4 miliardi, il piano più ricco del continente, e all’Italia che chiede nuove deroghe Bruxelles ha risposto di spendere prima quelli già stanziati.
La crescita ferma per le crisi? L’Istat certifica vent’anni di stagnazione, con il prodotto reale poco sopra i livelli di allora. La sfortuna è cominciata molto prima delle guerre, anzi molto prima di lei.
Sono sette lamenti ma sono anche sette specchi. La colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni. E quando la disgrazia ti casca addosso ogni volta dallo stesso punto, smette di chiamarsi sfortuna. Forse è qualcosa di più simile a un indirizzo politico. Ci pensi, presidente Meloni.
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Giovedì 28 maggio Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver ordinato all’esercito di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza. Lo ha detto a un’accademia di formazione dentro un insediamento della Cisgiordania occupata, in un video diffuso dall’emittente israeliana Channel 12. «Stiamo soffocando Hamas. Controlliamo il 60% del territorio. Eravamo al 50, siamo passati al 60. La mia direttiva è arrivare al 70%».
Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre fissava una “linea gialla”, la demarcazione oltre la quale le forze israeliane dovevano restare: circa il 53% della Striscia sotto controllo militare, con un ritiro graduale rinviato a una seconda fase. Quella fase, ferma da mesi, prevedeva il disarmo di Hamas e l’arretramento dell’esercito. Dall’insediamento Netanyahu ne ordina l’opposto, portare il controllo al 70%.
Il 15 maggio aveva già detto: «Oggi controlliamo il 60%. Domani vedremo». Giovedì, quando dalla platea qualcuno grida che Israele dovrebbe prendere il 100%, risponde: «Prima il 70%. Inizieremo da lì». E aggiunge che del resto si occuperà dopo. L’obiettivo è scandito per tappe, dichiarato in pubblico, mentre la tregua resta formalmente in vigore.
Dal 10 ottobre l’esercito israeliano ha ucciso più di novecento palestinesi nella Striscia, secondo il ministero della Salute di Gaza, le cui cifre l’ONU considera attendibili. Intanto restano fermi a Bengasi dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla diretto a Gaza. Il console Filippo Colombo ha visitato i due italiani, li ha trovati «in buone condizioni» e ha chiesto condizioni di detenzione migliori; mancano informazioni sulle procedure di espulsione, rallentate dalla festa islamica.
L’accordo di ottobre aveva disegnato una linea come limite del controllo israeliano. Da un insediamento della Cisgiordania occupata quel limite è stato spostato per decreto al 70%. «Inizieremo da lì».
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“Assolutamente generico e indefinito”. Così la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, nelle motivazioni depositate il 28 maggio 2026, ha liquidato il materiale su cui poggiava l’accusa contro Mohammad Hannoun. Le “fonti aperte” richiamate nell’ordinanza, prive di origine e di vaglio di attendibilità, sono inutilizzabili. I documenti forniti dall’intelligence israeliana pure. Esclusi quelli, resta un quadro indiziario che il Riesame di Genova dovrà rivalutare da capo, verificando se senza quelle carte regga ancora.
Torniamo indietro, al 27 dicembre 2025, sempre loro. La procura arresta nove persone accusate di aver finanziato Hamas con “sette milioni di euro” attraverso associazioni benefiche. Hannoun, 64 anni, architetto, a Genova dal 1983, finisce nel carcere di massima sicurezza di Terni. La politica emette la sentenza prima dei giudici.
Giorgia Meloni esprime “apprezzamento e soddisfazione” e lo definisce, parole degli investigatori, “vertice della cellula italiana di Hamas”. Matteo Salvini spiega che “alcuni milioni di fenomeni” erano stati “in piazza dalla parte sbagliata”. Il ministro Matteo Piantedosi annuncia che è stato “squarciato il velo”. Galeazzo Bignami (FdI), capogruppo alla Camera, decreta che chi sta con “questi soggetti” non può ricoprire ruoli istituzionali. Andrea Delmastro delle Vedove (FdI) domanda alla sinistra “accecata ideologicamente” se adesso chiederà scusa.
Qui conviene fermarsi su una coincidenza. Buona parte di chi a dicembre aveva già scritto il finale è la stessa che da anni sventola il garantismo come bandiera. Forza Italia ne ha fatto un marchio: il senatore Maurizio Gasparri (FI) si congratulava per l’arresto dei “predicatori di odio”, e il suo partito ha ritenuto indispensabile la separazione delle carriere in nome del “giudice terzo e imparziale”. Quella riforma costituzionale, firmata dal ministro Carlo Nordio, gli italiani l’hanno bocciata al referendum del 22 e 23 marzo 2026: No al 54%, Sì al 46%, affluenza al 58,9%. Il garantismo, del resto, si applica ai magistrati da imbrigliare e si smarrisce davanti agli indagati da garantire.
E gli altri? Il Partito democratico non si è comportato meglio. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del partito, ringraziava “gli organi inquirenti” per il “tempestivo e preciso lavoro di prevenzione antiterrorismo”. Peppe Provenzano rinnovava “la più ferma condanna” per ogni complicità con i terroristi. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno evocava “un filo” tra la “galassia putiniana” italiana e quella pro Hamas. Nessuno trovò il fiato per ricordare che un indagato resta un indagato. I riformisti del garantismo, davanti a un palestinese in manette, hanno scelto l’allineamento.
La storia, intanto, l’avevano già scritta i giudici. Nel 2010 la pm Francesca Nanni aveva archiviato un’inchiesta gemella rilevando l’inutilizzabilità del materiale trasmesso da Israele, raccolto in operazioni militari senza le garanzie del nostro ordinamento. La Cassazione, sedici anni dopo, ripete il concetto con l’articolo 191 del codice di procedura penale: prove acquisite fuori dal contraddittorio, di provenienza non accertata, restano carta straccia.
Il ricorso della procura è stato dichiarato inammissibile, perché chiedeva alla Corte una rilettura delle prove che non le compete. Adesso il Riesame dovrà stabilire se quelle associazioni fossero schermo di finanziamenti illeciti o operassero nel welfare, e quanta consapevolezza avessero gli indagati. Le manette, insomma, sono arrivate prima delle risposte.
Hannoun è ancora in cella, indagato, in attesa che un altro Riesame si pronunci. Magari sarà anche condannato, in via definitiva ma sarebbe il caso che i garantisti a corrente alternata, prima di tornare a spiegarci la terzietà del giudice, imparassero a separare i fatti dalle opinioni. Per garantismo, e per dignità personale.
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